Kim Ki-Duk, morte di un regista viaggiatore

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Si spegne in Lettonia a 59 anni per complicanze da Covid-19 il regista cult Kim Ki Duk. Stava lavorando a un film che avrebbe dovuto ripulire il suo nome dal recente scandalo meToo


Edith Sepp, CEO dell’Estonian Film Institute, rivela a Variety che Kim Ki-Duk ha contattato l’organizzazione a settembre per presentare Rain, Snow, Cloud and Fog, un progetto in  coproduzione tra Corea ed Estonia. Nato a  Bonghwa tra il 1990 e il 1992, Kim Ki-Duk lascia la Corea per andare a studiare Belle Arti a Parigi ma si espone come regista solo nel 1996 con il suo Crocodile. Probabilmente i suoi film non erano tra i super attesi dal grande pubblico e non erano mainstream: i suoi erano film ricercati, dirompenti, dolorosi e fatti di carne viva. Il suo dolore, la sua follia tirata all’estremo, non erano mai astratti, ma sempre riconducibili all’essenza della natura umana di cui erano specchio e finestra. I suoi film si basano tutti su un’estetica che va oltre il dogmatismo delle concezioni materialistiche, composta in gran parte da un eros tormentato e legato alla morte, senza mai dimenticare la ribellione e la critica verso la società.

Sbarcato in occidente nel 2000 al Festival Di Venezia con La Isla, Kim Ki-Duk si consacra mostro sacro nel 2003 con Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera dando prova non solo di elaborazione stilistica, ma soprattutto dimostra di possedere una capacità di equilibrio nel linguaggio visuale che risulta sospeso tra valori universali ed estetica orientale. 

Il cinema di Kim Ki-Duk è fatto di calma apparente e pochi suoni, una poetica che racconta l’emarginazione tramite prostitute, senzatetto o assassini. Da sottolineare come il film premio oscar Parasite subisca fortemente l’influenza di un altro suo film girato nel 2004 dal titolo Ferro 3  – la casa vuota.

«Il pluripremiato e profondamente divisivo regista ci lascia in  eredità una filmografia ricca e complessa che delinea una visione più ampia del regista e ci regala raffinate visioni narrative e una forte critica, molto piú esplicita nelle sue ultime creazioni rispetto al passato, verso la politica. La sua produzione è pregna di ribellione in ogni aspetto, non ultimo l’aspetto tecnico: Kim spesso si occupava di scrittura, regia, montaggio e cinematografia da solo, permettendogli di lavorare su budget limitati e di non indebitarsi con aziende più grandi. Questo approccio è apparentemente cambiato nel 2015 quando ha firmato per dirigere un film nella Cina continentale “Who Is God” sul tema del buddismo. Con un budget di 37 milioni di dollari, sarebbe costato tre volte i budget di produzione combinati di tutti i suoi film precedenti. Ma con la Corea e la Cina ai ferri corti per questioni politiche a causa del dispiegamento di missili, gli è stato negato un visto di lavoro nell’agosto 2016». (Variety)

Ma non è tutto oro quello che luccica: il regista e stato infatti travolto dall’onda del #MeToo. Diverse attrici si sono fatte avanti e lo hanno accusato di violenze e molestie.  Una delle attrici in questione ha affermato che Kim l’ha costretta a recitare scene di sesso non previste dal copione e picchiata ripetutamente sul set del premiato film Moebius (2013)  prima di sostituirla con un’altra attrice. I pubblici ministeri hanno ritirato l’accusa di abuso sessuale per mancanza di prove, ma hanno multato Kim al pagamento di 5mila dollari per aggressione fisica.

La stessa attrice ha affermato, inoltre, di essere stata violentata non solo da Kim, ma anche dall’attore ora caduto in disgrazia Cho Jae-hyun. Kim e Cho sono tra i collaboratori iconici del cinema sudcoreano, una sorta di Tim Burton e Johnny Depp orientali: l’attore veterano ha ammesso di essere “colpevole”, quando diverse donne membri della troupe di produzioni teatrali e televisive con cui lavorava hanno denunciato la sua pessima condotta. 

In conclusione, l’eredità di Kim non è relegata all’esperienza filmica e alla purezza del linguaggio, ma si lega anche ai cambiamenti di passo che il cinema sta subendo a livello mondiale, facendo emergere le reali sembianze di un’industria piena di scheletri nell’armadio.


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Alice Castiglione

Vivo in UK, sono una visual artist e creatrice di contenuti, senza lasciare mai da parte l'attivismo.

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