Lumumba e l’indipendenza della Repubblica Democratica del Congo

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Il 30 giugno 1960 il Congo ottenne l’indipendenza dal Belgio. Vi raccontiamo come anni di violentissimi scontri sociali e politici compromisero la stabilità della nuova nazione africana.


La Repubblica Democratica del Congo è il secondo Paese più grande del continente africano e il più grande Paese francofono al mondo. È spesso indicato con l’acronimo RDC, o chiamato Congo-Kinshasa con riferimento alla capitale, per distinguerlo dall’altra repubblica del Congo, ufficialmente chiamata Repubblica del Congo o Congo-Brazzaville.

Una popolazione stimata di oltre 100 milioni di persone vive in uno Stato il cui territorio è storicamente caratterizzato da conflitti di varia intensità e complessità, tirannie, contrasti tra ribelli e governo, in una regione che fino agli anni ‘60 del ventesimo secolo ha vissuto una pesante colonizzazione che ha plasmato a lungo la storia del territorio e delle sue relazioni sociali. 

Proveremo a riassumere quella parte di storia della RDC caratterizzata da vicissitudini tra i principali esponenti politici tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio degli anni ‘60, soffermandoci sugli avvenimenti da noi ritenuti fondamentali.

È importante premettere che la Repubblica Democratica del Congo nasce come colonia belga, quando nel 1908 Leopoldo II la inserì nel novero delle proprie colonie, scelta dovuta principalmente dalla disponibilità di risorse naturali del territorio che era, infatti, vastissimo e ricco di risorse boschive, giacimenti di diamanti e avorio.

Il dominio leopoldiano fu caratterizzato da un fermo controllo politico e dalla costrizione. L’aspetto principale era l’inculturazione dei principi morali occidentali che venivano posti al di sopra di ogni tipo di educazione, e di conseguenza venivano escluse le iniziative volte a promuovere l’esperienza e la responsabilità politica dei locali.

Un forte sentimento nazionalista iniziò a prendere piede nel Paese durante le due guerre mondiali, grazie all’azione riformatrice dei vicini territori francofoni che, durante il dopoguerra, si opposero al dominio dell’impero francese. Questo portò alla creazione quasi immediata di movimenti nazionalisti tra i quali spicca in un primo momento l’ABAKO, che sotto la guida di Joseph Kasavubu risvegliò nella popolazione un forte senso politico, soprattutto quando nel 1956 venne pubblicato un manifesto che chiedeva l’indipendenza immediata.

Altra figura fondamentale è quella di Patrice Lumumba, grande leader nazionalista ed esponente del movimento dei paesi non allineati, che si ispirò al panafricanismo dando vita nel 1958 al Movimento nazionale congolese (MNC), il primo partito congolese a livello nazionale.

Allarmato da questo crescente clima nazionalista, il governo belga decise nel 1960 di convocare tutti i partiti congolesi a Bruxelles per discutere di un possibile cambiamento politico. Fu concordata una data per l’indipendenza, il 30 giugno 1960, con elezioni nazionali da tenere a maggio. Queste prime elezioni videro il partito della MNC di Lumumba superare l’ABAKO di Kasavubu e i suoi alleati, ma nessuna delle due parti poteva formare una coalizione parlamentare. Come misura di compromesso, Kasavubu e Lumumba diedero vita a una difficile collaborazione con il primo come presidente e il secondo come primo ministro.

Il 30 giugno 1960 il primo ministro Lumumba pronunciò lo storico discorso nel quale non si pose in conflitto con il Paese che gli era stato colonizzatore ma che, anzi, definì Paese amico. Pose al centro del suo monologo il rispetto per la sofferenza della popolazione la quale ha subito una «schiavitù umiliante imposta con la forza». Il 1960, “l’anno dell’Africa”, rappresenta l’anno in cui oltre alla RDC furono 16 i Paesi africani che dichiararono la loro indipendenza dalle potenze coloniali.

La situazione politica e sociale dell’ex colonia belga conobbe subito una fase di gravissima crisi i cui eventi scatenanti furono l’ammutinamento dell’esercito vicino a Lèopoldville, e il successivo intervento dei paracadutisti belgi, a cui si aggiunse una situazione di stallo costituzionale che portò Lumumba e Kasavubu l’uno contro l’altro. La crisi interna sfociò in una guerra civile che andò a sommarsi con il conflitto armato provocato dalle secessioni delle province del Katanga e Sud Kasai.

Il sostegno dato dal Belgio alla secessione del Katanga fece sorgere in Lumumba il pensiero secondo cui Bruxelles stava cercando di riappropriarsi della sua autorità, e il 12 luglio lui e Kasavubu fecero quindi appello alle Nazioni Unite. Venne quindi istituita l’operazione delle Nazioni Unite in Congo, o ONUC, che aveva lo scopo di assicurare il ritiro delle forze belghe e assistere il governo locale nel garantire la stabilità del Paese.

Lumumba insistette sul fatto che l’ONU avrebbe dovuto, se necessario, usare la forza per riportare il Katanga sotto il controllo del governo centrale, ma trovò l’opposizione categorica da parte di Kasavubu. Questo veto fece sì che Lumumba chiedesse l’intervento dell’Unione Sovietica per ottenere assistenza logistica e inviare truppe in Katanga; a questo punto la crisi del Congo si legò indissolubilmente al contesto della guerra fredda.

Mentre il processo di frammentazione messo in moto dalla secessione del Katanga raggiungeva il suo apice, con la conseguente frammentazione del Paese in quattro parti (Katanga, Kasai, provincia di Orientale e Léopoldville), come spesso succede in un clima di profonda instabilità l’esercito ne approfittò per prendere il potere. Il 14 settembre 1960 il capo di stato maggiore dell’esercito Joseph Mobutu prese il potere attraverso un colpo di Stato.

Dopo il loro arresto, il 17 gennaio 1961 Patrice Lumumba, Maurice Mpolo e Joseph Okito furono trasferiti a Elisabethville, l’attuale Lubumbashi, in Katanga, dove furono giustiziati alla presenza dei rappresentanti del Katanga secessionista. Il giorno dopo i loro resti furono fatti a pezzi e fatti sparire nell’acido e molti dei suoi sostenitori furono giustiziati nei giorni successivi.

Nonostante il tentativo della storiografia belga di insabbiare l’accaduto, le responsabilità storiche dell’efferato omicidio di uno dei padri della storia africana sono emerse dopo quasi cinquant’anni.

Gèrard Soete, appartenente ai corpi speciali dell’esercito belga, nel 1999 rilasciò un’intervista al giornalista Ludo de Witte nella quale ammette per la prima volta il suo coinvolgimento nell’assassinio di Lumumba. In questa intervista emergono agghiaccianti dettagli e particolari riguardanti l’evento; Soete precisò che tutte le autorità presenti in Katanga avevano approvato in pieno l’operazione. Come confermato più tardi da Lawrence Devlin, responsabile della CIA, inizialmente si era pensato di eliminare Lumumba utilizzando del dentifricio avvelenato o dandolo in pasto ai coccodrilli. La scelta finale di eliminare ogni traccia del corpo fu dettata da una volontà precisa di evitare che si creasse un mito che generasse pellegrinaggi presso la sua tomba.

Ma, come se un brutale omicidio non bastasse, anche il criminale silenzio calato sull’anniversario della morte di Lumumba fa riflettere riguardo alla paura del governo belga di rispondere alle eventuali persecuzioni della giustizia internazionale. Solo i congolesi, orfani del loro mito, ricordano questo triste anniversario.

La storia politica e sociale della RDC successiva alla sua indipendenza è vastissima. Ci teniamo a sottolineare che la morte di Lumumba ha rappresentato un dramma nazionale le cui conseguenze hanno aperto l’era di una delle più feroci dittature, quella di Mobutu Sese Seko, durata 32 anni, e quella del Presidente Kabila. Un grande smacco per chi ha sempre creduto negli ideali di Lumumba, simbolo più di ogni altro dello spirito anticoloniale dei congolesi. 


Stefania Sciacca

Redattrice per Orizzonti. “Nessuna paura che mi calpestino. Calpestata, l’erba diventa un sentiero.”

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