Tempo di lettura: 3 minuti

Il 1960: “l’anno dell’Africa” sessant’anni dopo

Condividi

 

Un anno storico per la decolonizzazione del continente africano. Nel 1960, 17 paesi africani dichiararono l’indipendenza da Francia, Regno Unito e Belgio.


C’è un anno, nella storia contemporanea, che è diventato il simbolo dei processi di decolonizzazione dei Paesi africani. È il 1960, definito come “l’anno dell’Africa”, durante il quale ben 17 Paesi dichiararono la loro indipendenza da Regno Unito, Francia e Belgio. Un anno che ha cambiato per sempre gli equilibri del continente africano, e del mondo intero. 

Prima del 1960, i processi di decolonizzazione erano già iniziati in Asia e in Medio Oriente. La Seconda Guerra Mondiale ha assestato un duro colpo alle potenze coloniali, deprivandole del loro prestigio e peso negli affari internazionali: Belgio e Francia vennero occupate durante il conflitto, e il Regno Unito ne uscì esausto. Dall’altra parte, Stati Uniti e Unione Sovietica sostennero le spinte indipendentiste delle ex-colonie per favorire l’espansione delle loro sfere d’influenza in piena Guerra Fredda.

Il “vento del cambiamento”

Sono due gli avvenimenti storici che hanno inaugurato l’anno dell’Africa. Il primo è l’indipendenza del Camerun ottenuta il 1° gennaio del 1960, il secondo è identificabile nel discorso del primo ministro britannico Harold Macmillan a Città del Capo, il 3 febbraio. Le proteste in Africa e la diffusione dei movimenti di liberazione indussero Macmillan a parlare di “vento del cambiamento”, che «[…] soffia in tutto il Continente e, che ci piaccia o meno, la crescita di una coscienza nazionale è un fatto politico che tutti noi dobbiamo accettare come tale e di cui le nostre politiche nazionali debbono tenere conto». Il messaggio di Macmillan significò a tutti gli effetti il riconoscimento ufficiale, da parte del Regno Unito, dei movimenti di liberazione nazionale.

L’anno dell’Africa non deve essere letto però come una mera concessione delle maggiori potenze mondiali. Nei decenni precedenti agli anni ‘60, leader e attivisti africani sposarono le idee e prerogative del movimento panafricano, animato da W.E.B. Du Bois e giunto al suo Quinto Congresso nel 1945. Esso influenzò la prima Conferenza degli Stati Africani Indipendenti svoltasi nel 1958. La Conferenza, promossa da Kwame Nkrumah, rivoluzionario e politico ghanese, alla sua seconda riunione riunì membri di 62 movimenti nazionalisti e di liberazione, tra cui Frantz Fanon, Patrice Lumumba, Ahmed Ben Bella, Modibo Keïta e Sekou Touré.

Il crollo dell’impero francese

Dopo l’indipendenza di Marocco e Tunisia nel marzo del 1956, e le crescenti tensioni nella più importante tra le colonie francesi, l’Algeria, la Francia entrò nella sua Quinta Repubblica. Venne creata la cosiddetta Comunità francese, entità politica che ristrutturò l’impero in una sorta di federazione. Il neo-presidente Charles de Gaulle dichiarò, alla fine del 1959, che gli Stati membri della Comunità potevano ottenere l’indipendenza, se essi avessero espresso la volontà di farlo, con l’opportunità di creare nuovi accordi di cooperazione con la Francia. La risposta degli Stati membri africani non si fece attendere, e 14 Paesi rifiutarono di far parte della Comunità. Quelli che seguono sono i Paesi che hanno ottenuto, nel 1960, l’indipendenza dalla Francia:

  • Camerun, 1 gennaio;
  • Togo, 27 aprile;
  • Federazione del Mali, 20 giugno, poi divisa in Mali e Senegal il 20 agosto;
  • Madagascar, 26 giugno;
  • Dahomey (Benin dal 1975), 1 agosto;
  • Niger, 3 agosto;
  • Upper Volta (Burkina Faso dal 1984), 5 agosto;
  • Costa d’Avorio, 7 agosto;
  • Chad, 11 agosto;
  • Repubblica Centrafricana, 13 agosto;
  • Repubblica del Congo, 15 agosto;
  • Gabon, 17 agosto;
  • Mauritania, 28 novembre.

Le ex-colonie britanniche e le crisi in Congo e in Nigeria 

I confini tra i Paesi africani, eredità delle colonie occidentali, avevano nella maggior parte dei casi tenuto conto principalmente della proprietà sulle terre, ignorando le differenze tra i numerosissimi gruppi etnici presenti nei territori delle colonie. Questo creò inevitabilmente, nei decenni a seguire, continue tensioni all’interno delle nuove entità politiche africane, che portarono a discriminazioni, stermini, spinte secessionistiche e guerre civili, come nel caso di Nigeria e Congo. 

Il Regno Unito perse due colonie nel 1960: la Somalia, il 1° luglio, e la Nigeria, il 1° ottobre. È proprio in Nigeria che negli anni successivi all’indipendenza si scatenò una guerra civile a seguito della nascita della Repubblica del Biafra, voluta dal popolo di etnia Igbo. La guerra causò milioni di morti, specialmente tra la popolazione Igbo, in quello che è ricordato come un vero e proprio genocidio. A differenza di Somalia e Nigeria, il Sudafrica rimase all’interno del Commonwealth fino al 1961. Tuttavia, il 1960 rappresentò un punto di non ritorno per l’azione di protesta contro l’apartheid. Dopo il massacro di Sharpeville, il 21 marzo, Nelson Mandela e un gruppo di attivisti del Congresso Nazionale Africano decisero di prendere le armi per dare una nuova traiettoria alla lotta per la libertà in Sudafrica.  

Una delle crisi post-indipendenza più gravi fu sicuramente quella in Congo (oggi Repubblica Democratica del Congo), dopo la fine della colonia belga il 30 giugno del 1960. Subito dopo la proclamazione dell’indipendenza, il Paese venne lacerato da diverse rivolte armate e il tentativo di secessione da parte del Kasai e del Katanga, oltre all’opposizione tra il governo centrale di Léopoldville (l’odierna Kinshasa) e Stanleyville (Kisangani). La crisi, che si protrasse fino al 1965, coinvolse le Nazioni Unite, che lanciarono la prima operazione di peacekeeping in larga scala, e si inserì nel contesto della Guerra Fredda, coinvolgendo anche il blocco americano e quello sovietico. 

Uno sguardo al 1960

L’ottimismo e l’euforia dopo la cacciata dei coloni e per la nascita delle nuove Nazioni, e problemi di discriminazione, sottosviluppo economico e tensioni tra i diversi gruppi etnici. Realtà strettamente legate che sessant’anni fa caratterizzarono il difficile percorso di decolonizzazione di 17 Paesi africani.

Gli effetti negativi di una colonizzazione “residuale” hanno per lungo, e per certi versi continuano ancora oggi, ostacolato i processi di liberazione dei Paesi africani. La segregazione razziale in Sudafrica, abolita solo nel 1991, è l’esempio più lampante di come una colonia non smette di esistere solamente con una proclamazione di indipendenza, ma è un lungo processo di liberazione che abbraccia le diverse sfere sociali, econimiche e politiche di un Paese o di un popolo.

Oggi l’Africa ha ottenuto il suo posto negli affari internazionali, e al suo interno è più integrata che mai attraverso istituzioni come l’Unione Africana e il lancio dell’African Continental Free Trade Agreement (AfCFTA), la più grande area di libero scambio al mondo. Tuttavia, la sfera di influenza delle potenze occidentali sulle vecchie colonie è ancora una realtà, sotto forma delle diverse espressioni del neocolonialismo, dallo sfruttamento di risorse attraverso multinazionali, alla dipendenza dai massicci prestiti con condizionalità delle istituzioni finanziarie internazionali


 

Condividi
Davide Renda

Davide Renda

Caporedattore e Responsabile di "Orizzonti". Appassionato di storia, studi post-coloniali e del socialismo umanista.

error: Content is protected !!