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Oltre i blocchi della Guerra Fredda: il movimento dei Paesi non allineati

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«Non guardiamo né ad Est, né ad Ovest: noi guardiamo avanti». Raccontiamo come il movimento dei Paesi non allineati si è opposto al bipolarismo della Guerra Fredda.


La Guerra Fredda. Decenni di tensione militare, politica, ideologica che hanno segnato la seconda parte del XX secolo, e che hanno cambiato per sempre gli equilibri internazionali; una delle pagine della nostra storia più studiate, analizzate e approfondite, a cui sono dedicati interi manuali o capitoli dei testi di relazioni internazionali; un susseguirsi di eventi la cui visione, tuttavia, rimane ancora eurocentrica o al massimo euro-atlantica, e che trascura in larga parte gli accadimenti che hanno riguardato tutti i territori oltre le sfere di influenza statunitense e sovietica.

Nelle mappe del periodo della Guerra Fredda il mondo è diviso in Paesi membri della NATO o del Patto di Varsavia, Paesi comunisti (e non) alleati dell’USSR, alleati degli Stati Uniti, e i cosiddetti “Paesi non allineati”. È su questi ultimi che ci concentreremo, evidenziandone le prerogative e le posizioni durante un periodo dove l’intera narrazione delle relazioni internazionali ruota intorno alla contrapposizione dei due blocchi. Metteremo brevemente in luce, inoltre, le posizioni di due degli esponenti più importanti del movimento: il ghanese Nkrumah e l’egiziano Nasser

Bandung e Belgrado: nasce il movimento dei Paesi non allineati

L’idea per un movimento dei Paesi non allineati nacque durante il collasso del sistema coloniale e imperialista, innescato dalla lotta per l’indipendenza di territori in Africa, Asia, America Latina e in altre regioni del mondo. Anche se alcuni incontri preliminari tra i principali esponenti dei Paesi che faranno parte del movimento si svolsero già nei primi anni ’50, gli storici concordano che il più grande antecedente della creazione del movimento dei Paesi non allineati fu la Conferenza afroasiatica di Bandung, Indonesia. 

Promossa da India, Pakistan, Birmania, Ceylon, Repubblica Popolare Cinese e Indonesia, all’incontro parteciparono in tutto 29 Paesi del “Sud del mondo”, uniti per affermare un principio preciso: la creazione di una via indipendente nella politica mondiale che rimanga fuori dalle logiche del bipolarismo della Guerra Fredda. Protagonisti della conferenza furono l’indonesiano Sukarno, il cinese Zhou Enlai, l’egiziano Nasser, lo jugoslavo Tito e l’indiano Nehru.

A Bandung sono stati delineati dieci principi che rimarranno la quintessenza del movimento dei Paesi non allineati fino ai primi anni ’90: autodeterminazione dei popoli del “terzo mondo” (termine coniato per indicare quei Paesi non appartenenti al blocco americano e sovietico, rispettivamente primo e secondo mondo); ferma opposizione a colonialismo, neocolonialismo, razzismo e occupazione straniera; disarmo; rinuncia all’uso della forza nelle relazioni internazionali; non adesione alle alleanze militari; rafforzamento delle Nazioni Unite.

Alla luce dei risultati ottenuti a Bandung e sulla spinta del maresciallo Tito, nel 1961 venne tenuta a Belgrado, Iugoslavia, la prima Conferenza dei Paesi non allineati, dove si costituì ufficialmente il movimento. All’incontro parteciparono 25 paesi: Afghanistan, Algeria, Yemen, Myanmar, Cambogia, Srilanka, Congo, Cuba, Cipro, Egitto, Etiopia, Ghana, Guinea, India, Indonesia, Iraq, Libano, Mali, Marocco, Nepal, Arabia Saudita, Somalia, Sudan, Siria, Tunisia e Iugoslavia.

Nkrumah e Nasser: due pionieri del movimento 

Kwame Nkrumah, primo presidente del Ghana indipendente e massimo esponente del panafricanismo e dell’unità africana, fu uno dei leader più importanti del movimento dei Paesi non allineati. La politica estera del Ghana, durante la sua presidenza, si incentrò nel principio del non allineamento con le due potenze dei blocchi della Guerra Fredda, promuovendo amicizia, solidarietà e unità tra i Paesi africani, e tra tutti i Paesi che non volevano riconoscersi in uno dei due schieramenti. Il suo contributo all’idea del movimento può essere riassunto con due delle sue celebri frasi: «Non guardiamo né ad Est, né ad Ovest: noi guardiamo avanti» e, citando un proverbio africano, «quando il toro e l’elefante combattono, è l’erba ad essere calpestata», che metaforicamente indica quali sono le vere vittime della Guerra Fredda, ovvero quei Paesi che non hanno accettato di schierarsi con il blocco statunitense o sovietico.

Il presidente egiziano Gamal ‘Abdul Nasser, al potere dal 1956 al 1970, incarnò nella sua carriera i principi del movimento dei Paesi non allineati. Il Nasserismo, l’ideologia politica basata sul suo pensiero, aveva tra i suoi obiettivi la “neutralità positiva”, una strategia di non allineamento che implicava la partecipazione agli affari mondiali senza necessariamente appartenere a uno dei due blocchi. Nasser provò a inserire la narrazione del movimento dei Paesi non allineati all’interno di un discorso panarabista e molti Paesi arabi sposarono la sua linea di neutralità positiva. Il suo ruolo all’interno del movimento rimane tuttavia controverso: durante la crisi di Suez del 1956, l’Egitto ricevette in realtà largo supporto militare e strategico dall’Unione Sovietica, nonostante la repressione dell’ideologia comunista condivisa tra i confini dei Paesi arabi. 

Il movimento dopo la Guerra Fredda

Il collasso dell’Unione Sovietica, alla fine degli anni ’80, ha messo in dubbio la rilevanza del movimento, in quanto la fine della Guerra Fredda significò rimettere in discussione la sua missione e il suo stesso nome. Inoltre, al suo interno sono numerose le controversie sviluppatesi nel corso degli anni, dal più recente posizionamento rispetto agli “Stati canaglia” come Iran, Venezuela, Afghanistan, Zimbabwe e Sudan, alle difficoltà di mantenere una missione effettiva, e affermativa, al di là della sua storia caratterizzata principalmente da una ferma opposizione all’influenza delle grandi potenze mondiali. 

L’inclusione di diverse ideologie dei numerosi Paesi facenti parte dell’organizzazione deve essere un motivo di dinamismo e non causa di immobilismo di fronte alle nuove sfide del nostro tempo. La sua sopravvivenza ed effettività dipende dalla sua capacità di reinventarsi oltre la sua opposizione al colonialismo, ma facendone tesoro. Come affermato nella diciottesima conferenza nell’aprile del 2018 dove è stata approvata la Dichiarazione di Baku, oggi il movimento promuove la pace e sicurezza per uno sviluppo sostenibile, impegnandosi a mantenersi “come una forza contro la guerra, amante della pace, che si oppone a ogni tentativo di mantenimento di blocchi militari aggressivi e tutte le forme di aggressione, interferenza, subordinazione e disuguaglianza”. 

Ad oggi, il movimento conta 120 Stati membri, e 17 Stati osservatori, rendendolo il secondo gruppo di Stati più grande al mondo dopo le Nazioni Unite. 


 

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Davide Renda

Caporedattore e Responsabile di "Orizzonti". Appassionato di storia, studi post-coloniali e del socialismo umanista.

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