Victim blaming, slut shaming, revenge porn: quando la colpa è della donna

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Sebbene siano innegabili i passi avanti nella lotta agli stereotipi e alla violenza di genere, il caso della maestra d’asilo di Torino dimostra che la strada è ancora lunga e impervia.


Recenti fatti di cronaca fanno riflettere su fenomeni quali il victim blaming e lo slut shaming, che colpevolizzano la donna vittima di violenze, tendendo a giustificare chi commette il reato. Il caso della maestra d’asilo di Torino licenziata a seguito della diffusione di un suo video intimo mandato tempo prima al suo ex fidanzato – e che quest’ultimo ha girato a diversi amici, arrivando alla moglie di uno di loro, che ha riconosciuto la ragazza come maestra del proprio figlio – è solo l’ultimo caso di revenge porn dove i ruoli del colpevole e della vittima si invertono.

Ancora prima di pensare che il revenge porn è un reato e che ogni donna ha il diritto di vivere la propria sessualità come meglio crede, si stanno già trovando scuse e giustificazioni per il comportamento dell’uomo, in un evidente processo di deresponsabilizzazione, che sembra partire in automatico tutte le volte che si parla di violenze, stupri, a danno di donne.

Questo fenomeno ha un nome, si chiama victim blaming e consiste nello spostare la colpa dall’aggressore alla vittima, che viene appunto stigmatizzata e colpevolizzata (to blame). E come ha fatto notare l’influencer Chiara Ferragni in un video postato sul suo profilo Instagram qualche giorno fa, dal titolo Essere donna nel 2020, sono spesso i media che giocano un ruolo fondamentale, aggiungendo dettagli ininfluenti per il reato che è stato commesso, magari riferendosi agli abiti indossati dalla vittima, o al fatto che avesse bevuto, o al fatto che fosse tornata da sola a casa la sera tardi, nel caso di violenze sessuali. In una situazione del genere, la donna si trova a vergognarsi di aver fatto qualcosa, di aver indossato un capo d’abbigliamento specifico, come se “se la fosse cercata”, e che quindi non dovesse stupirsi di essere stata oggetto di violenze.

Donna provocatrice, donna sexy, donna che fa ingelosire l’uomo, donna sfrontata, donna che lancia messaggi sbagliati: è in questo modo che, spesso, la società vede la figura femminile, con appellativi che nascondono già di per sé un giudizio sbagliato che risulterà non obiettivo, e finendo per far passare in secondo piano la violenza dell’uomo.

E qui ci si collega ad un altro fenomeno, quello dello slut shaming, letteralmente lo “stigma della sgualdrina”: far sentire una donna colpevole o inferiore per determinati comportamenti o desideri sessuali che si ritengono in contrasto con il proprio ideale femminile.

Perché, alla fine dei conti, la dicotomia risulta essere sempre la stessa: santa/sgualdrina, brava ragazza/cattiva ragazza (per non usare termini più volgari, ma che tutti conosciamo bene). Ogni qualvolta si esca da quei codici di comportamento, di vestiario, di atteggiamento, si valica quel confine invisibile, ma molto marcato, che la società impone e inculca soprattutto nelle menti femminili: non è un caso che lo slut shaming sia principalmente diffuso tra le donne, che si ritrovano a giudicare altre donne, con una facilità disarmante.

E lo slut shaming è inevitabilmente connesso al revenge porn, che viene utilizzato come un’arma di distruzione della reputazione di una donna; l’aspetto sessuale diventa uno dei punti più colpiti per denigrare una donna, per stigmatizzarla, per giudicarla, per ricattarla, perché l’opinione pubblica sarà pronta a mettere in atto una gogna mediatica.

Purtroppo non si tratta di considerazioni che restano su carta ma di numeri che parlano chiaro: gli ultimi dati Istat hanno rilevato che il 39,3 per cento della popolazione ritiene che una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero lo vuole; mentre il 23,9 per cento pensa che siano le donne a provocare la violenza con il loro modo di vestire; il 15,1 per cento è convinto che una donna che subisce uno stupro quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe ne sia responsabile in parte. E ancora: per il 10,3 per cento della popolazione, spesso, le accuse di violenza sessuale sono false; il 7,2 per cento ritiene che dinanzi a una proposta sessuale una donna “risponde no, ma in realtà intende sì”; e per il 6,2 per cento le donne serie non vengono violentate.

Siamo nel 2020, anche se a leggere questi dati non sembrerebbe. Perché, se è vero che un ex fidanzato che mette in giro un video intimo della propria ragazza sta solo facendo un atto di goliardia; se è vero che “boys will be boys”, i maschi sono maschi, e fanno cose da maschi, e non hanno cattive intenzioni; allora deve essere la donna che deve adeguarsi, che deve stare attenta, che deve essere prudente, che non deve fare certe cose. E se le fa, si prende le conseguenze.

Ci sembra lontana l’arringa in bianco e nero dell’avvocatessa Tina Lagostena Bassi, nel documentario del 1979 Processo per stupro, in cui si chiedeva giustizia dinanzi a una società maschilista che considerava le donne con disprezzo, sottolineando l’assurdità di impostare la difesa di un processo per stupro in un processo alla vittima e affermando con fermezza in aula che «una donna ha diritto a essere quella che vuole»; ci sembra lontana la schifosa domanda «ha provato qualche forma di piacere?» fatta a Franca Rame, dopo la denuncia del suo rapimento, avvenuto nel 1973, e delle violenze subite; ci sembrano fatti lontani, appartenenti a un passato da cui ci siamo distaccati, che non riconosciamo più.

Ma è davvero così? Sebbene siano innegabili i passi avanti nella lotta ai pregiudizi e agli stereotipi di genere, soprattutto con campagne di sensibilizzazione sempre più diffuse, la strada si dimostra ancora lunga e impervia. Finché ci sarà anche una sola ragazza che avrà paura di indossare una minigonna, o di tornare a casa da sola; che avrà paura di denunciare una violenza perché si sentirà colpevole essa stessa, o che penserà “me la sono cercata”; finché l’uomo verrà giustificato e la donna stigmatizzata con la lettera scarlatta sul petto, non potremo ritenerci per niente soddisfatti.


Silvia Scalisi

Segretario di Eco Internazionale. Laureata in Giurisprudenza, alla passione per il diritto associo quella per la letteratura, il cinema e la musica.

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