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Ma quale leggenda: il fantasma del Teatro Massimo sono i rivoltosi palermitani

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Cosa c’è di più potente e dissacrante di una donna di chiesa strappata dal proprio sepolcro? La leggenda del “fantasma del Teatro Massimo” racconta antichi rancori.


All’indomani dell’Unità d’Italia, in una Palermo un po’ monarchica e un po’ repubblicana, bisognava «provvedere alla mancanza di un teatro che stesse in rapporto alla cresciuta civiltà ed a’ bisogni della popolazione». E in nome di quella maggiore civiltà acquisita con l’annessione al Regno italico, si demolì una vasta area del centro cittadino, a costo di far arrabbiare qualche suora, o peggio, qualche spirito inquieto disturbato nel proprio sonno eterno. Il fantasma del Teatro Massimo, secondo una leggenda palermitana, aleggia ancora tra le scalinate e le quinte del terzo teatro più grande d’Europa. Ma, forse, c’è molto più di uno spettro iracondo in questa storia.

Siamo nel 1859 e si stanno avviando le prime valutazioni urbanistiche per la costruzione di uno dei teatri che sarebbe entrato di diritto fra i più grandi d’Europa, il ‘Teatro Massimo Vittorio Emanuele’, noto appunto come Teatro Massimo, ennesimo appellativo diminuito o modificato, come è costume presso i palermitani

Che il teatro ambisse a uno sviluppo su di un’area molto vasta – circa otto mila metri quadrati – lo si poteva capire già dai giudici della commissione che avrebbe approvato il progetto vincitore, fra i quali spiccava il nome di Gottfried Semper, l’architetto autore della Semperoper di Dresda, impegnato proprio in quegli anni nella creazione della Ringstrasse di Vienna.

Alcuni anni prima si parlava già di innalzare il prestigio cittadino con un nuovo e moderno teatro d’opera da intitolare a Ferdinando II di Borbone, individuando come zona adatta a ospitare il nuovo edificio piazza Marina. Entrambe le idee naufragarono: l’una per la rovinosa caduta del Regno delle Due Sicilie, l’altra per l’identificazione di un’area più centrale e che poggia tutt’oggi su una delle arterie principali della città, via Maqueda.

Iniziarono così le operazioni di esproprio dei terreni che oggi costituiscono piazza Giuseppe Verdi, l’imponente spiazzale che ospita il Teatro Massimo. In quest’area, all’epoca, sorgevano tre chiese e altrettanti monasteri: la Chiesa di San Francesco delle Stimmate e il Monastero delle Clarisse, la Chiesa di San Giuliano e il Monastero dell’Ordine Teatino, e la Chiesa di Sant’Agata delle Scorruggie alle Mura, quest’ultima sorta sul luogo che pare essere stato quello dell’antica casa della santa, una delle cinque protettrici di Palermo.

È solito trovare all’interno di conventi e monasteri i luoghi di sepoltura di coloro che hanno vissuto nell’edificio la propria vita di fede e che, dunque, vi hanno concluso il proprio “percorso”: le chiese demolite nei pressi della Porta Maqueda non facevano eccezione dato che contenevano oltre un centinaio fra tombe e ossari, monumentali e commemorativi a seconda dell’importanza del nome. Non stupisce che per i lavori di spianamento della zona si sia dovuto “disturbare” più di un defunto. Ma in quest’occasione, al contrario di quanto accadde cento anni dopo in piazza Magione, nessun convento fermò i lavori.

Teatro Massimo durante i lavori di realizzazione

La distruzione dei beni della Curia e del circondario abitato avrebbe scontentato più di qualche religioso, e le maledizioni lanciate al teatro che sarebbe stato non mancarono. E cosa c’è di più potente e dissacrante di una donna di chiesa strappata dal proprio sepolcro? La tradizione, infatti, narra che una suora – forse la prima madre superiora delle Clarisse – detta “la monachella”, la cui tomba sarebbe stata profanata, si aggiri ancora per il teatro. Qui il folclore più pittoresco e la profonda reazione di pancia del popolo post-quarantottino si intrecciano, dipingendo un quadro storico polemico sotto questo “dannato” Teatro Massimo.

L’identità della badessa fantasma potrebbe essere quella dell’austera Suor Girolama Marino, colei che introdusse la nuova regola del monastero, appunto la prima madre superiora delle Clarisse: le monache non potevano essere più di cinquanta e non vi si potevano ammettere che nobili, tanto che venne soprannominato “il monastero delle dame”. La chiesa e il monastero chic occupavano l’ultimo isolato della via Maqueda verso settentrione e la facciata della chiesa era sontuosamente decorata da intagli e statue. Gli ambienti ospitavano affreschi di Guglielmo Borremans e ai lati e le prime due cappelle presso l’ingresso erano decorate dal maestro Giacomo Serpotta, ad oggi uno degli esponenti più celebri della storia artistica palermitana.

È in questo monastero “nobiliare”, abbattuto nel 1875, che si incontrano storia e leggenda. Il settembre del 1866 fu testimone dell’amara “rivolta del sette e mezzo”, chiamata così perché durò appena sette giorni e mezzo. La sommossa antigovernativa, definita anche come «l’ultimo risorgimento», vide il popolo siciliano insorgere contro il Regio esercito, in un clima che a Palermo – e in generale in Sicilia – era ancora carico di tensioni. Al grido di “Viva la Repubblica” si riunirono migliaia di rivoltosi (oltre 30 mila, contro un dispiego di truppe regie di 40 mila effettivi) principalmente dalla Sicilia occidentale: ex garibaldini, reduci dell’Esercito meridionale, ex funzionari borbonici e religiosi delusi dalle nuove leggi.

Ciò che venne confermato da una Commissione parlamentare d’inchiesta ad hoc e, successivamente, dalla maggior parte degli storici, è che, in un contesto di grave crisi di fiducia tra governati e governanti, il Regno d’Italia stava conducendo un’operazione di civilizzazione, la stessa che impose la costruzione del nuovo grande teatro palermitano. Dal 1861 un susseguirsi di avvenimenti e leggi stava opprimendo la popolazione: la minaccia del colera, l’introduzione della leva obbligatoria, i rastrellamenti militari su disertori e renitenti, la soppressione delle corporazioni religiose e l’incameramento dei loro beni, e persino l’abolizione della festa di Santa Rosalia. In questo clima incandescente si inserisce la gestione dell’ordine pubblico che confondeva artatamente delinquenza comune e opposizione politica.

Nel 1863 un assassinio eccellente: Giovanni Corrao, ex generale garibaldino ed esponente di riferimento del radicalismo siciliano, viene misteriosamente ucciso alle porte di Palermo in quella che è stata definita «la prima strage di stato» ma che, ufficialmente (e infondatamente) – stando alle carte del processo che non ha visto condannati – viene classificato come “delitto di mafia”. Negli atti delle indagini, in questa occasione, è utilizzato per la prima volta nella storia del neonato Regno d’Italia il termine mafia. È noto, però, come Corrao, fiancheggiato anche dalle bande di “picciotti”, fosse implicato nella pianificazione di una sommossa contro il Regno, ferito dai fatti di Aspromonte (lo stop del Regio esercito su un trionfante Garibaldi lanciato su Roma), di cui fu uno dei più ferventi attori a fianco dell’Eroe dei due mondi.

Il culmine arrivò il 16 settembre 1866: il monastero delle Clarisse (sfrattate) viene preso d’assalto e utilizzato come ricovero per gli insorti nei giorni della rivoluzione. Una settimana dopo, a suon di bombardamenti – proprio com’era avvenuto per la conquista della Sicilia solo sei anni prima – viene ripreso il controllo di Palermo, lasciando sul campo migliaia di morti fra civili innocenti e ribelli armati. Sopra quest’ultima roccaforte risorgimentale, viene eretto il nuovo simbolo di civiltà, il teatro di cui la città aveva bisogno.

Viene da pensare che la decisione di costruire il Teatro Massimo proprio lì, non fu solo frutto di un elaborato piano urbanistico. Il fortino che resistette alla reazione del Regno d’Italia, l’ultimo baluardo di una richiesta repubblicana – che sarà “vendicata” solo ottant’anni dopo – venne schiacciato dalla civilizzazione della Destra storica di Bettino Ricasoli, coi cannoni e con l’insolenza di chi considerava l’antica civiltà siciliana «barbari o semibarbari, non ancora pervenuti al loro stesso grado di civiltà» (Alatri). Il fantasma che infesta il grande teatro palermitano è molto più di una leggenda; è storia di repressione, ingiustizia e sangue.

Foto in copertina Comune di Palermo


 

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Daniele Monteleone

Daniele Monteleone

Caporedattore. Scrivo tanto, urlo tantissimo. Passione irrinunciabile: la musica. E poi un amore smisurato per l'arte, tutta.

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