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«Strage del pane», attacco fratricida in una Palermo in macerie

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Ottobre 1944. Le strade del centro di Palermo si coprono di sangue in un intervento dell’Esercito Regio passato alla storia come la “strage del pane”.


Correva l’anno 1944, precisamente era il 19 ottobre di un anno ancora sommerso dalle macerie. Era pieno autunno, ma non una stagione come tutte le altre, o almeno non per Palermo. A cadere non erano state soltanto le foglie dagli alberi; l’anno precedente, il capoluogo siciliano era stato messo in ginocchio dai bombardamenti, prima quelli alleati e, poi, quelli nazisti. E sono proprio le macerie, fisiche e morali, il filo conduttore di uno storico scollamento ancora troppo forte fra i Siciliani e l’allora Regno d’Italia.

Nel centro storico di Palermo si è consumata la prima tragedia del Dopoguerra siciliano, stavolta senza nessun raid aereo: è la cosiddetta “strage del pane”. 

Il “Dopoguerra – non Dopoguerra” palermitano è giunto a un momento estremamente delicato, contraddistinto da tensioni separatiste da una parte e dal dominio centrale del Regno dall’altra; in mezzo a questi vi era la fame, la povertà, la vita dei palermitani. In altre parole, siamo dentro una città distrutta e frammentata che ha sofferto, come nel resto d’Italia, gravi soprusi da altri fratelli connazionali e, come nel caso di cui andremo a parlare, senza entrare nei libri di storia.

È doveroso arrivare alla strage del pane percorrendo il tortuoso percorso storico da cui la Sicilia, e quindi Palermo, arrivavano stremate. Le forze alleate anglo-americane che occupavano l’Isola stavano mantenendo un livello minimo di approvvigionamento alimentare per la popolazione, tra cui risultavano moltissimi sfollati. Nel febbraio del 1944 l’amministrazione civile della Sicilia passò dal governo d’occupazione alleato al governo italiano, e l’approvvigionamento crollò rovinosamente: fu il momento più buio della sopravvivenza siciliana, non solo come comunità umana, ma anche come comunità italiana. In questo periodo il movimento separatista, sotto la guida di Andrea Finocchiaro Aprile, accresceva la sua popolarità con le nascenti teorie vicine all’ambizione di fare della Sicilia uno «Stato americano».

Direttamente dalle pagine del Giornale di Sicilia, datato 20 ottobre 1944, è possibile riportare la memoria alle immagini strazianti di una mattinata di ordinaria follia omicida: «Poco prima di mezzogiorno molte migliaia di scioperanti sono affluiti in via Maqueda […]. La folla con alte grida ha chiesto insistentemente il pronto intervento delle Autorità per reprimere gli abusi del mercato annonario, che provoca insostenibili disagi fra le classi lavoratrici a reddito fisso. Poco dopo le forze di polizia […] sono state rafforzate da reparti di soldati inviati d’urgenza a bordo di autocarri. […] Ad un tratto sono rintonate delle detonazioni».

Davanti l’allora sede della Prefettura, Palazzo Comitini, una gran folla urlante protestava per le condizioni difficili di sopravvivenza a causa della gestione corrente delle scorte alimentari. Il “mercato annonario” si riferisce infatti all’annona, la tessera prevista dalle leggi annonarie che consentiva l’acquisto di generi alimentari razionati, data la situazione ancora emergenziale post bombardamenti. 

Il corteo aveva deciso che una delegazione sarebbe stata ricevuta dal prefetto Paolo D’Antoni e dell’alto commissario per la Sicilia Salvatore Aldisio, all’epoca ministro dell’Interno. Fra le richieste più insistenti, c’era la più semplice, la più “basilare”: «pane e pasta per tutti». Palazzo Comitini era stato blindato come una fortezza. Alla notizia che nessuno avrebbe ricevuto la delegazione e che nessuno dei rappresentanti istituzionali era presente in Prefettura, la manifestazione esplose in un impeto di rabbia e disperazione. Alcuni, nella folla, cominciarono a lanciare pietre e a colpire porte e finestre con quello che potevano, come bastoni e pezzi di legno. A questo punto furono frettolosamente chiamati i soldati dall’Alto comando militare siciliano.

I militari del Regio Esercito, intervenuti nel centro di Palermo per sedare le proteste che si facevano sempre più accese, decisero, nel trambusto generale, di sparare e lanciare due bombe a mano sulla folla. La versione ufficiale del governo centrale sui fatti avvenuti in via Maqueda non fu proprio la stessa: si legge dagli atti della questura che «gruppi estranei sobillati da elementi non ancora chiaramente identificati, prendevano l’iniziativa d’inscenare una manifestazione sediziosa». Ma l’ordine fu chiaro: reprimere a qualunque costo. Avvenne così la “prima grande tragedia dell’Italia liberata”, come la definì lo storico Francesco Renda.

Pare che, essendo cresciuta a dismisura la pericolosità della folla a ridosso di una sede istituzionale, i reparti dell’Esercito intervenuti a difesa di Palazzo Comitini abbiano aperto il fuoco indiscriminatamente. Sempre nel comunicato centrale si legge invece di una vera e propria sparatoria: «venivano esplosi colpi d’arma da fuoco contro reparti dell’Esercito, che erano stati costretti a reagire». Eppure la folla non era armata, a parte quei pochi facinorosi che brandivano bastoni. E nemmeno le revolverate di qualche bandito o “picciotto potevano aggregarsi a quello scontro separatista e antigovernativo: la mafia infatti si nutriva anche e soprattutto col mercato nero, alimentato per riflesso dal durissimo razionamento alimentare governativo. Briganti e Regno stavano – con una forzatura argomentativa – dalla stessa parte.

Nella comunicazione istituzionale dei fatti di via Maqueda veniva fissato un bilancio di 16 morti e 106 feriti. Ma i dati confermati successivamente parlano di una strage: in quel di Palermo morirono almeno in 24 e i feriti furono ben 158. Fra le vittime ci furono due donne e molti minori (15 per la precisione). 

Fra via Divisi e vicolo Sant’Orsola, continua il comunicato, «l’ordine pubblico è stato ristabilito»: lo sterminio è completato, la folla dispersa, il malcontento represso. L’interesse del governo sui fatti di Palermo restò comunque “la ricerca dei responsabili della manifestazione sediziosa” in quello che passò come un “processo-farsa” atto a coprire il piombo sabaudo, come venne indicato dai partiti antifascisti e repubblicani dell’epoca. 

Testimonianze dirette della strage di via Maqueda ricordano che «fu dato l’ordine di puntare i fucili sulla folla»; rivelazioni che, a molti anni di distanza, mettono a tacere ogni dubbio sul fantomatico attacco violento dei separatisti. Non c’è altro modo per definirla: in una Palermo dilaniata, una spontanea manifestazione popolare fu brutalmente repressa con bombe a mano e moschetti.

Scrive il giornalista Lino Buscemi: «Il sangue scivolò a fiotti lungo la via Maqueda e nelle traverse vicine. […] Le sole due donne decedute, Anna Pecoraro e Cristina Parrinello, lavoravano proprio di fronte la prefettura, in una stireria. Atroce la loro morte: i soldati scagliarono la loro bomba proprio dentro il negozio». Il prezzo da pagare per una richiesta legittima all’allora governo italiano era dunque questo: tanto, troppo sangue, oltre a quello già ampiamente versato in guerra.

È proprio in vicolo Sant’Orsola che è stata sistemata una lapide per ricordare la strage del pane. In quel giorno di ottobre, quando l’esercito sabaudo aprì il fuoco contro il corteo in protesta, il vicolo non fu un riparo abbastanza sicuro: molte delle vittime morirono proprio lì, massacrate in un imbuto infernale.

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Anche se la città di Palermo si è fatta carico di ricordare istituzionalmente l’evento, la strage del pane resta uno degli eccidi più efferati della storia unitaria italiana. Non stupisce come ci siano stati depistaggi, insabbiamenti e menzogne anche “ufficiali”: il processo si concluse tre anni dopo con la condanna a carico di tre sottufficiali e ventuno soldati per «eccesso colposo di legittima difesa». Uno scappellotto, si potrebbe dire, vista la reale entità degli eventi di Palermo, assimilabili più al reato di strage.

Allargando lo sguardo al contesto geopolitico nel Dopoguerra si rivela inevitabile il pugno di ferro sabaudo: il forte sentimento indipendentista in Sicilia era diffusissimo e la suddivisione dei territori, all’indomani dello scontro mondiale, impose il bisogno dell’Unità nazionale italiana. Proprio in questo frangente il Governo italiano mostrò l’atteggiamento più intransigente: non c’era spazio per dubbi, si doveva contribuire alla causa italiana, punto e basta, senza far storie. Che fossero passanti, donne o bambini, lavoratori o manifestanti – comunque inermi rispetto a uno spiegamento dell’Esercito – in quell’ottobre rosso pagarono con la vita degli affamati innocenti.

Copertina da German Federal Archives


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Daniele Monteleone

Daniele Monteleone

Caporedattore. Scrivo tanto, urlo tantissimo. Passione irrinunciabile: la musica. E poi un amore smisurato per l'arte, tutta.

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