I guardiani Liberty del Massimo: gli storici chioschi Ribaudo e Vicari a Palermo

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Il chiosco Ribaudo e il suo gemello diverso, il chiosco Vicari, sorvegliano da oltre un secolo il Teatro Massimo  in mezzo al “bellissimo caos” di Palermo.


Nel pieno dell’Ottocento nella città di Palermo, contemporaneamente ai radicali cambiamenti istituzionali e politici della nascente realtà unitaria italiana, si respira un clima frizzante di vivacità economica e culturale. Basta ricordare il nome di due famiglie prestigiose come i Florio e i Whitaker e le fiorenti attività dei Cantieri navali, della fonderia Oretea e delle officine Ducrot, eccellenze continentali, per dare l’idea di quella Palermo centro del Mediterraneo. 

Parallelamente ai primi scandali dopo l’Unità d’Italia e alle ferite profonde che questa ha lasciato in Sicilia, la borghesia palermitana “richiede” nuovi luoghi per deliziare il proprio elegante sollazzo. Questo crescente bisogno cittadino porta inevitabilmente a una domanda che interessa le prestazioni di molti artigiani, decoratori, fabbri e vetrai, chiamati ad arricchire edifici pubblici e privati.

La corrente artistica influente di questo periodo storico, la cosiddetta Belle Époque, è riconoscibile e immortale grazie allo stile che la contraddistingue: il Liberty. All’inizio degli anni ‘90 del secolo si assisterà a un rallentamento delle principali attività industriali e commerciali, tendenza che però non sarà seguita dal fermento intellettuale e culturale di illustri esponenti cittadini; ed è qui che si svolge l’attività dei Basile, Giovan Battista Filippo e il figlio Ernesto, gli architetti che daranno lustro al Liberty palermitano. Entrambi infatti furono protagonisti, fra gli altri progetti, della realizzazione del Teatro Massimo Vittorio Emanuele.

«L’architettura è il grande libro dell’umanità» diceva Victor Hugo, ed è attraverso due esempi architettonici sulla stessa piazza dove campeggia il Teatro Massimo, che racconteremo uno stralcio di storia palermitana, tra Belle Époque e presente: il chiosco Vicari e il chiosco Ribaudo.

In piazza Giuseppe Verdi, luogo di naturale sosta di fronte a uno dei teatri più belli e grandi del mondo, si volle dare spazio alla vendita di giornali e bibite fresche, ma “con classe”. I due chioschi, ad oggi rimasti pressoché intatti, furono progettati da Ernesto Basile. Il chiosco Ribaudo fu eretto nel 1894 – l’altro Ribaudo, quello in piazza Castelnuovo, è del 1916 – e il chiosco Vicari fu realizzato nel 1897, entrambi come elementi di arredo urbano utili, negli intenti del Basile e dell’amministrazione committente, a «riqualificare la città».

In una Palermo testimone della prima vittima eccellente del potentato politico-mafioso – il banchiere e politico Emanuele Notarbartolo (assassinato in treno con 27 coltellate nel 1893) – il benessere cittadino passava da un borghese e rinfrescante bicchiere di acqua e zammù. La tragedia che colpì uno degli esponenti di spicco della “Sicilia dei dirigenti” e della Destra Storica del Regno d’Italia, fu uno dei casi più eclatanti dell’epoca, tale da far affermare senza remore al commissario civile per la Sicilia Giovanni Codronchi, che «la giustizia si è fermata davanti a qualche pezzo grosso». Chissà se qualcuno di questi “pezzi grossi” si è fermato a dissetarsi in uno dei chioschi presenti nella piazza più calpestata di Palermo

Ma bando alle fantasticherie: in questo contesto storico turbolento e controverso (quando non lo è stato a Palermo?) due importanti famiglie di rivenditori, rispettivamente i Ribaudo e i Vicari, videro sorgere questi punti di riferimento che segnano due angoli della piazza antistante al Teatro Massimo.

A Palermo, tra la metà dell’Ottocento e il Novecento inoltrato si arrivarono a contare circa una trentina di chioschi sparsi per la città. Con l’avvento dell’industrializzazione e della pratica dell’imbottigliamento, si fece strada la consuetudine di consumare bevande “portatili” durante le passeggiate, circostanza che contribuì non poco alla proliferazione dei chioschi in posizioni strategiche e all’effettiva sopravvivenza degli stessi nel tempo. Questi elegantissimi chioschi costituivano un luogo sicuro e stabile in mezzo alle affollate passeggiate palermitane: si vendevano bevande sfuse, dagli sciroppi naturali, come le limonate e le spremute di agrumi, fino al caffè e qualche liquore, oltre che i sorbetti e i gelati che non possono mai mancare in una caldissima città del Meridione.

Sommersi nella normalità, nella routine del centro storico palermitano, i chioschi di piazza Giuseppe Verdi sono oggi due piccoli monumenti alla mondanità. Le due strutture molto diverse tra loro, fondono muratura ed elementi metallici in ferro battuto prodotti dalla fonderia Oretea. Il marmo di Billiemi per il perimetro esterno e la cupoletta ottagonale – nel caso del Ribaudo – sono l’inequivocabile firma delle costruzioni del Basile. Se il chiosco Ribaudo resta più fedele alle influenze dell’Art Nouveau (altro nome dello stile Liberty), il chiosco Vicari si spinge invece nella sperimentazione, fino a omaggiare l’arte islamica e quella andalusa.

Inoltre, i due chioschi sono stati riconosciuti “beni di interesse culturale” dalla Regione Siciliana come portatori di «interesse storico, artistico e demoetnoantropologico, in quanto pregevoli esempi di microstruttura urbana», come si legge in un documento del Dipartimento regionale dei Beni Culturali. I due guardiani marmorei del Teatro Massimo sono ancora oggi dei punti di ritrovo per i palermitani. Sembra che il tempo non sia mai passato per i due gioielli “di passaggio” come per una città uguale e diversa da se stessa, impressione che si coglie leggendo le parole di Leonardo Sciascia: «Per sensazioni ed immagini lontane, di quando ci sono venuto per la prima volta verso il 1930, spesso riesco ad estrarre dal bellissimo caos che è Palermo una città essenzialmente Liberty, quasi una piccola capitale dell’Art Nouveau». Ieri, oggi e domani, Palermo si conferma un “bellissimo caos” costellato di eleganza.


Daniele Monteleone

Caporedattore, responsabile "Società". Scrivo tanto, urlo tantissimo. Passione irrinunciabile: la musica. Ho un amore smisurato per l'arte, tutta.

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