Massacro di Nanchino, la storia dimenticata

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83 anni fa i giapponesi torturarono e uccisero centinaia di migliaia di cinesi, durante quello che è ricordato come il Massacro di Nanchino. 


106 Toshiaki Mukai, 105 per Tsuyoshi Noda. Una “gara” a chi, tra i due generali giapponesi, avrebbe decapitato più velocemente con la spada almeno 100 civili durante il Massacro di Nanchino, in Cina. Questo l’orribile conteggio che il giornale giapponese Nichi Nichi Shimbun riportò il 13 dicembre del 1937, ed essendo difficile stabilire chi tra i due avesse raggiunto per primo l’obiettivo, si decise di continuare la gara fino a 150.  

Questo aneddoto è soltanto un piccolo spaccato delle terribili violenze che l’esercito giapponese perpetrò ai danni della popolazione cinese, tra la fine del 1937 e l’inizio del 1938. Un “olocausto” dimenticato, con un bilancio di vittime stimato tra le 200 e 300 mila persone, che ha segnato profondamente il destino della città di Nanchino, e che ancora oggi rimane un punto di attrito nei rapporti tra Cina e Giappone

Il Massacro di Nanchino è una delle pagine più buie nel contesto della Seconda guerra sino-giapponese (1937–45), nella quale persero la vita più 20 milioni di cinesi. Nel luglio del 1937, dopo un’escalation di ostilità tra la Repubblica di Cina di Chiang Kai-shek, leader nazionalista, e l’Impero del Giappone dell’imperatore Hirohito, il primo fu costretto a dichiarare guerra al secondo. Quasi subito, il Giappone, che possedeva già delle guarnigioni vicine a molte città della Cina, oltre al controllo di Stati fantoccio in Manciuria e in Mongolia, lanciò un attacco sul territorio cinese, facendo cadere rapidamente il nord-est del Paese. 

Nonostante la veloce avanzata dell’esercito giapponese, Chiang Kai-shek, il generale che dieci anni prima aveva riunificato il suo Paese, era deciso a non arrendersi a ogni costo. Inviò i migliori soldati dell’Esercito Rivoluzionario per la difesa di Shanghai, dove già stazionavano decine di migliaia di soldati giapponesi. La resistenza fallì e Shanghai venne conquistata dai giapponesi, che forti dei loro successi lanciarono una campagna massiccia per la conquista della capitale Nanchino.

Ancora una volta, Chiang Kai-shek cercò di resistere per non far cadere la simbolica sede del potere della Repubblica di Cina. Guidati dal generale Iwane Matsue, i giapponesi arrivarono alle mura di Nanchino il 9 dicembre, e il 10 dicembre inviarono un ultimatum alle deboli forze cinesi in difesa della città.

«Il nostro esercito è entrato nella battaglia finale per difendere Nanchino sulla linea di Fukuo. Ogni unità deve difendere con fermezza il proprio posto con la volontà di vivere o morire con esso». Queste le parole del generale cinese Tang Shengzhi, che non rispose all’ultimatum dei giapponesi e ordinò ai suoi uomini di lottare fino alla morte. 

Alle 13 del 10 dicembre, le divisioni giapponesi iniziarono l’attacco su larga scala contro la città. C’era poco che i cinesi, sia a corto di rifornimenti che di attrezzature, potessero fare contro le forze meccanizzate giapponesi. Centinaia di soldati cinesi tentarono la fuga, ma furono uccisi dai loro stessi compagni.

In due giorni la città cadde completamente, e Chiang Kai-shek si rese conto che la situazione era senza speranza, ordinando una ritirata completa. La città, tuttavia, era completamente circondata, non lasciando quasi nessuna via di fuga per civili e soldati. 

In città vivevano inoltre numerosi occidentali, ed è grazie al loro controllo di una zona di sicurezza smilitarizzata all’interno di Nanchino che molti civili riuscirono a rifugiarsi dal massacro. Il comitato di controllo della zona era composto da uomini d’affari, medici e missionari, in cui spiccava il rappresentate locale del Partito nazista, John Rabe.

Dal 13 dicembre in poi, tutti i civili rimasti fuori dalla zona di sicurezza furono perquisiti e uccisi, le loro case rastrellate, i negozi incendiati; Nanchino diventò un deserto di macerie e fiamme, che distrussero un terzo della città. 

Il 17 dicembre il generale Matsui entrò in città, confessando ai suoi aiutanti che stava solo cominciando a rendersi conto dell’entità delle atrocità, e che addirittura i suoi sentimenti personali furono toccati. Aggiunse, tuttavia che l’esercito giapponese doveva continuare «se la Cina non si fosse pentita».

In quello che sarebbe stato ricordato come il massacro di “Straw String Gorge“, migliaia di giovani cinesi furono arrestati e portati sulle rive del fiume Yangtze. Le loro mani furono legate, e furono sistematicamente uccisi a colpi di pistola; ogni sopravvissuto fu pugnalato con le baionette, e i loro corpi gettati nel fiume. In un’altra occasione, i giapponesi radunarono 1.300 cinesi, uccidendoli con mine antiuomo e cherosene in fiamme. I corpi restanti venivano bruciati o lasciati in fosse comuni, scavati dalle stesse vittime.

Come riporta Parentesi Storiche, «Le torture inflitte dai giapponesi alla popolazione di Nanchino superano qualsiasi livello di immaginazione. Alcuni testimoni oculari sopravvissuti a queste atroci supplizi raccontarono di persone sepolte vive fino alla cintola sventrate con sciabole, investite con i mezzi di trasporto militari oppure fatte sbranare dai cani da guerra. […] I giapponesi catturavano e facevano prigionieri uomini e donne, tenendoli a digiuno per giorni. Dopo questo trattamento, atto a privarli di ogni energia, legavano loro mani e piedi e li trasportavano in aree isolate, fuori dalla città. Qui procedevano alla loro esecuzione; i cadaveri dei prigionieri venivano quindi gettati all’interno di fosse comuni».

Una delle violenze più brutali del Massacro di Nanchino fu lo stupro generalizzato delle donne della città. I soldati giapponesi perquisivano regolarmente le case alla ricerca di donne, le violentavano in gruppo e spesso le uccidevano mutilandole con le baionette. Le donne aggredite sessualmente sono state stimate tra le 20 e le 80 mila.  Il missionario americano reverendo James McCallum ha inoltre stimato che più di mille ragazze venivano stuprate ogni notte, e molte altre durante il giorno. Si narra anche di civili cinesi costretti a stuprare la loro stessa gente, come i membri delle loro famiglie.

Nel gennaio 1938 i giapponesi dichiararono che l’ordine era stato ristabilito in città e smantellarono la zona di sicurezza, ma le uccisioni nel Massacro di Nanchino continuarono fino alla prima settimana di febbraio. I giapponesi crearono un nuovo Stato fantoccio per amministrare l’Est della Cina che avevano appena conquistato, noto come Governo riformato della Repubblica di Cina. I giapponesi controllavano a quel punto gran parte della Cina con quattro Stati fantoccio, insieme al Manchukuo in Manciuria, il Mengjiang nella Mongolia Interna e il Governo Provvisorio della Repubblica di Cina. 

Dopo la resa del Giappone nel 1945, che pose fine alla Seconda guerra sino-giapponese e alla Seconda guerra mondiale, furono creati due tribunali: il Tribunale militare internazionale per l’Estremo Oriente e il Tribunale per i crimini di guerra di Nanchino, per giudicare gli ufficiali giapponesi colpevoli del massacro. Il generale Matsui, il colonnello Tani, un ufficiale che aveva partecipato alle atrocità, e gli ufficiali Toshiaki Mukai e Tsuyoshi Noda, i due “gareggianti” nel decapitare 100 persone con le loro spade, furono tutti condannati a morte e giustiziati.

Nel 1985 fu costruita la Nanjing Memorial Hall, in memoria delle centinaia di migliaia di vittime del massacro. Il sito del museo si trova in un angolo a sud ovest del centro di Nanchino, vicino al luogo dove furono sepolti decine di migliaia di corpi durante il massacro. “Datusha” (grande massacro) per i cinesi e “Shijian” (incidente) per i giapponesi. Una memoria contestata, ancora minacciata da negazionismo e revisionismo, e per questo motivo importante da rinnovare e preservare. 


Davide Renda

Caporedattore, responsabile "Orizzonti". Appassionato di storia, studi post-coloniali e del socialismo umanista.

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