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Migranti e nuovi contagi, il maxi-processo all’immigrazione tunisina

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Quanto è fondato il legame tra migrazioni e nuovi contagi? Perché i migranti scappano dalle strutture di accoglienza? Ne abbiamo parlato con don Carmelo La Magra, parroco di Lampedusa.


Che il diverso faccia paura, in Italia, lo si è dimostrato più volte. I dibattiti politici incentrati sull’insicurezza collettiva si sono spesso tradotti in decisioni legislative ampiamente discutibili sul fronte dei diritti e finiscono per alimentare la diffidenza verso i poveri e i migranti. Poco stupisce allora che la caccia all’untore, frutto del timore di essere nuovamente contagiati da un virus che per mesi ci ha costretti al lockdown, possa ricadere (e ricada, di fatto), su chi da sempre viene percepito come una minaccia.

Sono giorni che il nesso tra immigrazione e ripresa dei contagi da Covid-19 infiamma la scena politico-mediatica. A seguito della fuga di alcuni migranti tunisini dai Cara di Porto Empedocle (Ag) e di Pian del Lago, vicino Caltanissetta, le istituzioni locali sono tornate a chiedere di fermare gli sbarchi.

Lo scorso 28 Luglio, il Ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, è corsa a Tunisi per ribadire la cooperazione con il governo magrebino nella gestione delle migrazioni e ha dichiarato che «è da bloccare» la rotta che dall’arcipelago tunisino di Kerkennah conduce a Lampedusa. Dello stesso avviso è apparso il Premier Giuseppe Conte che negli ultimi giorni si è pronunciato per una linea dura ed inflessibile, che prevede l’intensificazione dei rimpatri. «Stiamo collaborando con le autorità tunisine. Sono contento che il Presidente (Kais Saied, ndr) abbia fatto visita ai porti per rafforzare la sorveglianza costiera», ha detto.

Secondo don Carmelo La Magra, parroco di Lampedusa, il legame tra arrivi dei migranti e nuovi contagi è infondato. «È vero che la pandemia può diffondersi a causa dello spostamento delle persone. Ma di tutte, non solo dei migranti. Se abbiamo paura che chi arriva con i barconi possa contagiarci, dobbiamo temere anche l’ingresso dei turisti».

In percentuale, i migranti positivi al coronavirus sono davvero pochissimi. Secondo le stime dell’ISPI, tra chi è arrivato regolarmente e quanti sono sbarcati autonomamente il numero dei positivi si aggira all’1,5%. «A differenza dei turisti, i migranti non hanno contatti con la gente. All’arrivo, sono tutti sottoposti a controlli sanitari e messi in quarantena», spiega don La Magra. «Se scappano, non lo fanno certo per sottrarsi alla sorveglianza sanitaria, ma per scampare alle condizioni inumane delle strutture di prima accoglienza o, nel caso specifico dei tunisini, per evitare di essere immediatamente rimpatriati».

Don-Carmelo-La-Magra
Don Carmelo La Magra

Da Kerkennah, un numero sempre crescente di tunisini si imbarca, a causa della crisi economico-sociale e dell’altissimo tasso di disoccupazione. In questi anni, l’idea predominante è stata quella per cui il successo della rivoluzione del 2011 contro il regime di Ben Ali abbia reso la Tunisia un Paese sicuro, tale per cui le richieste di asilo debbano essere rigettate e i migranti immediatamente rimpatriati. In realtà, a nove anni dalle rivolte, le promesse sono state disattese e le tensioni interne rischiano di compromettere la transizione democratica. 

Se è vero che con la rivoluzione si sono ottenute importanti conquiste (elezioni e media liberi, istituzioni politiche più democratiche), i governi che da allora si sono susseguiti non sono riusciti a portare avanti politiche in grado di colmare il divario economico tra le diverse aree del Paese. Oggi, specie nelle regioni interne e nel sud del Paese, il tasso di disoccupazione giovanile rasenta il 35%. L’emergenza sanitaria ha peggiorato le già vulnerabili condizioni di vita. A seguito della pandemia, si prospetta una riduzione del Pil del -4,3 % e si teme che la situazione possa trasformarsi nella più grave recessione della Tunisia dall’indipendenza del 1956. 

Oltre ai fattori socio-economici, a scatenare la nuova ondata di migrazioni è stata la crisi politica che perdura da febbraio. Lo scorso luglio, a sei mesi dalla nomina, si è dimesso il primo ministro Elyes Fakhfakh e la popolazione è ora in attesa di un nuovo governo. Rispetto agli anni precedenti, sono anche aumentare le rivolte e l’instabilità politica potrebbe creare ulteriori squilibri all’interno del Paese. 

«Nonostante le tensioni interne, la Tunisia è considerato un Paese sicuro», sottolinea il parroco. «La gran parte dei tunisini che giunge a Lampedusa non riesce neppure a presentare domanda di asilo. L’ultimo accordo tra Roma e Tunisi in materia di rimpatri (quello del 2017, firmato dall’allora ministro degli esteri Angelino Alfano e dal suo omologo tunisino, Khemaies Jhinaoui, ndr) ha previsto il rimpatrio immediato, mediante voli charter, di 80 migranti a settimana (40 per volo). Agli altri, viene rilasciato un ordine di allontanamento, con cui si intima di lasciare l’Italia entro sette giorni».

Se un migrante proviene da un Paese “sicuro” non ha diritto, in teoria, al riconoscimento dello status di rifugiato e deve essere rispedito nel Paese d’origine, a meno che non si trovi in una grave situazione di pericolo personale. Qualora fugga per ragioni economiche, però, non può neppure fare affidamento su una tutela complementare. Il sistema di accoglienza italiano non prevede una tutela specifica per i migranti economici e i decreti sicurezza hanno abolito anche la protezione umanitaria che garantiva ai cittadini stranieri un permesso di soggiorno per gravi motivi di carattere umanitario.

«Da qualche tempo a questa parte, è in atto un maxi-processo all’immigrazione tunisina. Le situazioni personali, spesso, non vengono neppure valutate. Non si guarda ai diritti dei singoli individui: basta la provenienza. Chi parte dalla Tunisia sa bene di andare incontro ai rimpatri immediati. Con l’aggravarsi della crisi politica ed economica, a seguito della pandemia, scappare si sta rivelando l’unica scelta possibile e azioni estreme come la fuga dalle strutture, la conseguenza diretta del timore di essere riportati a casa».


 
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Martina Sardo

Martina Sardo

Racalmutese dal 1994. Dopo la laurea in legge, ho avviato la pratica forense in diritto dell’immigrazione, senza però rinunciare all’altra mia grande passione: il giornalismo.

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