Tempo di lettura: 2 minuti

Adriano Panatta, il “ciuffo ribelle” del tennis, ha compiuto 70 anni

 

Lo scorso 9 luglio il più famoso e vincente italiano del tennis, ha compiuto 70 anni. Ancora auguri ad Adriano Panatta.


Forse non è stato il più forte ma sicuramente quello più famoso. Quello che più di chiunque altro, ha saputo dare a un Paese intero – inevitabilmente legato al calcio, con sprazzi di ciclismo e formula 1 – la voglia di scendere su un campo da tennis almeno una volta. Certamente il più grande tennista italiano (uomo) dell’era Open, l’unico in grado di conquistare uno Slam e l’unico ad aver procurato frequenti dispiaceri ad uno dei più grandi, Bjorn Borg, tanto da essere l’unico ad aver battuto l’Orso a Bois de Boulogne per ben due volte. È il tennista che ha avuto la sfacciataggine di indossare, in coppia con Paolo Bertolucci,una maglietta rossa lì dove non era molto conveniente averla, all’Estadio Nacional di Santiago del Cile, in aperta protesta contro la dittatura del generale Pinochet. Una carriera fatta di tanti successi e anche di delusioni, ma che è riuscita a elevare il tennis italiano verso vette che non era abituato a frequentare. Tutto questo è Adriano Panatta, 70 anni lo scorso 9 luglio.

Il talento sbocciò così all’ombra del jet set della Capitale. Nel tempo Panatta sarebbe diventato l’inventore di quel tennis anni Settanta che, grazie al suo gioco solare e mediterraneo – un tocco morbido e la predilezione per le volee’ contraapposti al tennis metodico e nordico di un’altra stella come Borg – avrebbe contribuito alla popolarità del tennis in Italia, sport che fino ad allora era considerato passatempo per pochi. Nel palmares del più grande giocatore italiano dell’era Open figurano 10 tornei del circuito maggiore in singolare e 18 nel doppio. Porta la sua firma l’unica Coppa Davis tricolore, contro il Cile, nel 1976, anno in cui trionfò anche a Roma e Parigi, raggiungendo il quarto posto del ranking mondiale, suo miglior piazzamento.

Terminata la carriera agonistica nel 1983, Panatta è stato capitano non giocatore della squadra italiana di Coppa Davis dal 1984 al 1997, guidandola fino alle semifinali nel 1996 e 1997. E successivamente, anche dopo il ritiro dalle scene, è riuscito a rimanere una figura familiare alla gran parte del pubblico italiano, non solo per i suoi trascorsi sui campi (o al cinema), ma piuttosto per due caratteristiche da sempre molto nette della sua personalità: da un lato, la schiettezza, che l’ha spesso portato a prendere posizioni controverse su vari temi; dall’altro, la deprecatio temporum dello stile di gioco contemporaneo, un aspetto che l’ha reso il paladino di una vena nostalgica comune a tanti appassionati, e per questo ancora più amato. Il suo gioco e il suo approccio al professionismo, grazie alle sue affermazioni successive, hanno incarnato un “idealismo tennistico” fondato sulle sue sfumature più briose ed estetizzanti, lontane dalla pressione da fondo e dalla velocità delle racchette moderne.

La combinazione dei due tratti, non comune fra i grandi del tennis, ha reso le sue affermazioni motivo di interesse e di scalpore, seppur non sempre condivisibili (per questo microfoni ed editori continuano a cercarlo con notevole frequenza), ed è per questo che UbiTennis ha deciso di celebrarlo con una raccolta delle sue migliori frasi, frasi che più di tutto raccontano Adriano Panatta, un uomo che guarda il tennis come l’ha giocato.

«Borg e Vilas hanno rovinato una generazione di giocatori. Oggi non c’è più un giocatore d’attacco, capace di ammorbidire la palla. Andre Agassi è stato l’evoluzione di questo tennis. Ha inventato un nuovo modo di giocare, primo attaccante a fondo campo. Oggi trovi degli energumeni che impugnano l’attrezzo. Il tennis è un’altra cosa. Guardo Federer. Lui gioca troppo bene. Lui è un illuso, vorrebbe battere quella belva di Nadal giocando bene a tennis. Impossibile», si legge su Panorama (2006).

Panatta oltre che al tennis viene citato spesso per le sue love story. Piaceva molto anche alle donne, anche se lui non ne ha mai apprezzato il clamore: «La figura del playboy impenitente è una favola che mi hanno cucito addosso» va ripetendo in ogni intervista. Purtroppo, in questi ambiti, spesso succede che carriera sportiva e vita privata sono due strade che corrono sempre l’una accanto all’altra. Sicuramente tanti trofei e cuori infranti nei 70 anni del grande Adriano. Ancora auguri “al nostro” ciuffo ribelle.


 
Daniele Compagno

Daniele Compagno

Web e Social Media Manager. Scrivo di Sport e Cultura e offro il mio apporto con impegno e costanza per la crescita e lo sviluppo di Eco Internazionale.

error: Content is protected !!