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Fausto Coppi, un uomo solo al comando


Quarto di cinque fratelli, in una famiglia di contadini di Castellania, paese in provincia di Alessandria, Angelo Fausto Coppi nasce il 15 settembre 1919. All’interno di una civiltà estremamente pragmatica, come quella della campagna piemontese, tutto o quasi ruota attorno al duro lavoro nei campi. Il fisico gracile del figlio convince però papà Domenico che Fausto debba dedicarsi ad altre fatiche. Certamente l’idea confessata a mamma Angiolina, di voler fare il ciclista di mestiere come Binda e Girardengo, è meglio togliersela dalla testa. Eppure l’impiego come garzone nella salumeria Merlano a Novi Ligure consentirà a Fausto di comprarsi a quindici anni la sua prima bicicletta, una Marino grigio perla, utile per fare le consegne della salumeria e per continuare a inseguire quel sogno.

Prime sgambate amatoriali, prime corse tra i dilettanti con la maglia del Velo Club Spinetta Marengo, prime vittorie per distacco sugli avversari. Ritiratisi Alfredo Binda, Costante Girardengo e Learco Guerra, l’Italia del ciclismo sta vivendo l’esplosione di un nuovo campione, il toscano Gino Bartali. Il giovane Fausto Coppi viene segnalato a Biagio Cavanna, famoso massaggiatore di Girardengo e Guerra, quindi viene notato al Giro del Piemonte del 1939 da Eberardo Pavesi, direttore sportivo di Bartali alla Legnano. È la svolta per la carriera di Coppi, che partecipa, come gregario dello stesso Bartali, al Giro d’Italia del 1940. Il “ginettaccio”, già vincitore della corsa rosa, rimane attardato nel corso della seconda tappa, la Torino-Genova, a causa di un cane che gli taglia la strada in discesa. Al traguardo il giovane gregario Fausto Coppi si ritrova quindi davanti al suo capitano. A Milano, il 9 giugno 1940, la maglia rosa è proprio di Coppi, trionfatore del Giro a soli vent’anni.

Il giorno seguente l’Italia dichiara guerra alla Francia. Coppi viene arruolato in fanteria, poi mandato a combattere in Tunisia. Preso prigioniero dagli inglesi in Algeria, sul finire della guerra torna a Napoli, dove viene aggregato alle forze alleate come automobilista. Fortunatamente Fausto riesce a mantenere la forma agonistica anche durante la parentesi bellica e nel 1942 stabilisce il record dell’ora, percorrendo 45,798 km; questo primato resterà imbattuto fino al 1956. La sua carriera, già promettente prima dello scoppio della guerra mondiale, viene caratterizzata dalla grande rivalità con Gino Bartali. Con la fine delle ostilità militari, la ripresa delle competizioni sportive porta questo duello ciclistico alla sua massima esaltazione.

Gino Bartali e Fausto Coppi

«Un uomo solo al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi». Con queste parole il radiocronista Mario Ferretti aprì il suo collegamento durante la celebre Cuneo-Pinerolo del 10 giugno 1949, diciassettesima tappa del Giro d’Italia stravinta da Fausto. Questa vittoria viene ricordata come una delle maggiori imprese di Coppi, che decide di attaccare sulla prima delle cinque salite previste dal percorso, stacca tutti gli altri e giunge al traguardo con quasi dodici minuti di vantaggio sul secondo, l’eterno rivale Gino Bartali.

Vincitore di cinque Giri d’Italia (1940, 1947, 1949, 1952, 1953), due Tour de France (1949, 1952), nonché primo ciclista a ottenere due volte la storica doppietta Giro-Tour (1949 e 1952), Coppi si laurea campione del mondo su pista nell’inseguimento (Parigi, 1947) e su strada (Lugano, 1953). Tra le altre vittorie ricordiamo cinque Giri di Lombardia (1946, 1947, 1948, 1949, 1954), tre Milano-Sanremo (1946, 1948, 1949), una Parigi-Roubaix e una Freccia Vallone (entrambe nel 1950).

«Le sue vittorie sono diventate romanzo, le mie cronaca», così dirà di lui Eddy Merckx, il ciclista belga soprannominato “cannibale”. In effetti lo spessore dei successi di Coppi oltrepassa il semplice dato numerico, perché il carico di emozioni delle sue imprese solitarie non può essere sminuito limitandosi a leggere le statistiche sugli almanacchi. La grandezza del “campionissimo”, definito anche “l’airone” per il modo con cui si involava verso il traguardo, lasciando indietro tutti i suoi avversari, si misura già in quel perfetto connubio che la sua stessa figura anatomica creava con la bicicletta. Il giornalista Gianni Brera non a caso dirà: «la struttura morfologica di Coppi, se permettete, sembra un’invenzione della natura per completare il modestissimo estro meccanico della bicicletta».

Un uomo, un atleta, un campione. Fausto Coppi rientra di diritto nella cerchia dei grandissimi, non solo del ciclismo, ma dello sport in generale. La sua prematura scomparsa, a soli quarant’anni, per via del virus della malaria contratto nel corso di una battuta di caccia in Africa, rende la sua icona umana e sportiva ancora più leggendaria. Numerose sono state quest’anno, in occasione del centenario della sua nascita, le manifestazioni per celebrarne la popolarità. Il 25 marzo scorso il Consiglio regionale del Piemonte ha approvato la proposta della Giunta concernente la modifica del nome del comune di nascita di Coppi. Alla precedente denominazione “Castellania” è stato aggiunto “Coppi” al fine di omaggiare la memoria del campionissimo.


Francesco Polizzotto

Francesco Polizzotto

Direttore editoriale di Eco Internazionale. Tra le mie passioni segnalo la storia, il giornalismo ed il Milan. Sono strano, sono di destra ma ho anche dei difetti.

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