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Non tutte le “vite nere” contano

 

Mentre tutto il mondo dimostra solidarietà a Black Lives Matter, la strage silenziosa dei migranti, le altre “vite nere” in mezzo al mare, continua inesorabile.


A seguito dell’ultimo naufragio a largo della Tunisia, circa 52 persone avrebbero perso la vita. Nessun sopravvissuto. I migranti si trovavano a bordo di un’imbarcazione partita tra il 4 e 5 giugno dalla città tunisina di Sfax e diretti in Italia, quando si è rovesciato vicino alle isole Kerkennah. Secondo le prime indagini medico-legali, le vittime sarebbero di origine subsahariana, eccetto un tunisino che pare fosse al timone dell’imbarcazione. La “strage delle donne” la chiamano. Nel naufragio infatti sono morte 22 donne, di cui una incinta.

Figli del mare, figli delle nostre colpe, cullati dalle onde e soffocati nell’indifferenza generale in una tratta di morte fatta di onde grandi e schiuma bianca: così inizia e finisce la vita dei corpi senza nome.

Negli ultimi mesi, dalla Tunisia – che rappresenta il punto terrestre africano più vicino all’Europa e, in particolare, a Lampedusa – sono in centinaia ad aver tentato la traversata. Tra quelli che non sono riusciti ad arrivare, sono in tanti coloro che sono stati bloccati dalla Guardia Costiera e riportati indietro, ma tanti altri sono morti in mare.

Nel 2019, il 36 per cento degli arrivi in Italia (4.122 persone) sono partite dalla Libia, seguite dal 32 per cento (3.633 persone) dalla Tunisia, 17 per cento (1,921 persone) dalla Turchia, 8 per cento (894 persone) dall’Algeria e 7% (872 persone) dalla Grecia.

Nel quadro della rotta mediterranea, la migrazione proveniente dalla Tunisia si somma a quella proveniente dalla Libia, la cui traversata è molto più lunga e pericolosa. Le rotte migratorie non si chiudono: semplicemente, si spostano. Lo spostamento o la riapertura di una rotta migratoria piuttosto che un’altra è sempre legato a particolari contingenze geopolitiche.

Nella logica dell’esternalizzazione delle frontiere, gli accordi bilaterali dell’Unione Europea con Paesi terzi giocano un ruolo fondamentale nella direzione dei flussi. Nella logica, tutta neoliberale, del contenimento delle vite in circolazione, gli accordi di esternalizzazione delegano ai Paesi terzi la gestione dei flussi migratori, eludendo il dovere di accogliere le persone in fuga da persecuzioni e guerre. Con l’obiettivo di arginare i flussi migratori, la “fortezza Europea” ha più volte esternalizzato i controlli di frontiera, attraverso una politica estera in gran parte eretta su accordi stipulati con governi dittatoriali, trasformati così nei doganieri dell’Europa.

Mentre il numero di arrivi via mare è drasticamente diminuito negli ultimi cinque anni, passando da 181.436 nel 2016 a 11.471 nel 2019, i dati che arrivano dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) mostrano una realtà preoccupante. Nonostante continuiamo a vantare la “formidabile” politica migratoria dello scorso anno, che ha permesso di ridurre gli sbarchi – limitando l’arrivo sulle nostre coste a solo 1,823 individui –, dall’altro omettiamo di dire che rispetto ai già numerosissimi morti in mare di questi primi mesi del 2020 (che ammontano per la precisione a 186) nello stesso periodo dell’anno scorso erano già il triplo, 558, chiudendo l’anno con un totale di 1.336 tra morti e dispersi.

Sebbene gli arrivi di questi primi sei mesi siano quintuplicati rispetto al 2019, con 5.472 arrivi (che è bene ricordarlo, rappresentano circa lo 0,009 per cento della popolazione italiana), le morti in mare sono notevolmente diminuite.

Le misure di contenimento letali hanno causato la morte di migliaia di individui. Il senso di indifferenza porta però a percepire queste morti passivamente e i migranti come entità impersonali, senza storia e senza vita.

La grande mobilitazione mondiale contro il razzismo e la violenza istituzionale, sorta a seguito dell’uccisione di George Floyd, fa proprio sorgere questo interrogativo: «Black Lives Matter»? Le black lives (“vite nere”) contano tutte allo stesso modo?

La pelle di un nero americano non sarà mai uguale a quella di un nero africano, e questo perché i livelli di negritudine sociale imposti culturalmente sono etichette qualificanti che partono sì dal colore della pelle, ma soprattutto dalla provenienza, che implica conseguentemente lingua, cultura, tradizioni. Pertanto un nero americano sarà pur sempre americano; così come un nero proveniente dall’Africa sarà comunque africano. E se davvero le black lives hanno tutte lo stesso valore, non si spiegherebbe allora la totale mancanza di consapevolezza e azione sociale rispetto alla nostra – e con questo intendo proprio italiana ed europea – realtà.

Le mobilitazione mondiale di questo periodo è certamente essenziale, ma non reitera forse una certa tendenza nella valutazione e svalutazione delle vite umane in relazione alla loro provenienza? La totale mancanza di azione di fronte a questa morte a piccole dosi che si consuma a casa nostra ormai da decenni lascia proprio intendere che no, non tutte le black lives matter («le vite nere contano»). Non è forse anche questa una violenza istituzionalizzata, frutto di un razzismo e di politiche schiaviste secolari? Per quanto riterremo accettabile questo tripudio di vite umane?


Foto in copertina Óglaigh na hÉireann

 
Martina Costa

Martina Costa

Responsabile di "Stay Human". Laureata magistrale in Cooperazione e Sviluppo, sostengo e lotto per un’informazione libera, la tutela dei diritti umani, la parità di genere e i processi di ristrutturazione sociale dal basso.

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