Cos’è il Memorandum Italia-Libia che è stato appena rinnovato

Domenica 2 febbraio è stato prorogato l’accordo tra Italia e Libia, siglato nel 2017 dall’allora Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dal primo ministro del governo di riconciliazione nazionale libico Fayez al-Sarraj. Nonostante gli appelli e le proteste che ne chiedevano una modifica, il patto – ai sensi dell’art. 8 dello stesso – è stato tacitamente rinnovato per altri tre anni.

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Cosa prevede il memorandum? Il testo è nato dall’esigenza di ridurre i flussi migratori che tra il 2014 e il 2017 hanno raggiunto picchi elevatissimi: circa 100 mila arrivi all’anno, per un totale di 623 mila nel triennio 2014-2017. Numeri che l’Italia ha gestito da sola per via del Regolamento 604/13 (cd. Convenzione di Dublino) che impone l’esame delle richieste d’asilo, nel primo Paese dell’Unione in cui i migranti hanno messo piede e che – nel corso di questi anni – non è mai stato modificato. Il memorandum d’intesa Italia-Libia estende anche la validità degli accordi precedentemente sottoscritti tra i due Paesi, in particolare il Trattato di Amicizia del 2008 firmato a Bengasi da Berlusconi e Gheddafi e la Dichiarazione di Tripoli del 2012.

Coerentemente con quanto disposto dagli accordi summenzionati, il nostro Paese ha quindi siglato un ulteriore patto con la Libia il cui obiettivo principale è quello “bloccare” le partenze dalle coste libiche. Come? Finanziando le infrastrutture per il contrasto dell’immigrazione irregolare, formando e addestrando il personale e fornendo assistenza tecnica alla guardia costiera e alla guardia di frontiera libica. Inoltre, secondo gli artt. 1 e 2 del memorandum, la Libia otterrebbe ulteriori fondi per rafforzare la cooperazione allo sviluppo nel proprio territorio.

Tuttavia, al di là di tali buoni propositi di cooperazione che sembrano essere rimasti solo su carta, non è dato sapere come la Libia effettivamente impieghi le risorse economiche ricevute dall’Italia. Quel che è certo è che la Guardia Costiera libica, una volta intercettati i migranti, li riporta nei centri di detenzione.

A far discutere, infatti, sono soprattutto le operazioni della Guardia Costiera libica, accusata di essere complice dei trafficanti libici e dei gestori dei centri di detenzione, nel traffico di esseri umani. Un sistema mafioso alimentato dalla complicità della Guardia costiera di Tripoli che – una volta intercettati i gommoni – riporta i migranti all’interno dei lager, dove si consumano nuove violenze, torture, stupri, lavori forzati e ricatti, il cui fine è quello di ottenere dai familiari dei prigionieri, nuovi somme per ripagare un nuovo viaggio. Secondo alcuni dati, negli ultimi tre anni circa 40 mila persone scappate dalla Libia, sono state intercettate e riportate indietro. Quasi 1000 solo nei primi giorni del 2020.

Il nostro Paese ha già versato – dal 2017 ad oggi – più di 500 milioni di euro. Fondi che, hanno sì ridotto le partenze, ma non hanno effettivamente contribuito a raggiungere gli obiettivi di sviluppo né tanto meno a rispettare i diritti umani dei migranti. La Libia infatti, oltre a non poter essere considerata un “porto sicuro”, non ha ratificato trattati internazionali importanti quali la Convenzione di Ginevra del 1951 che, in linea con la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, tutela e protegge i diritti degli immigrati. Ciò significa che chi giunge in Libia può essere rinchiuso illegalmente nei centri di detenzione per un tempo indefinito, subendo trattamenti inumani e degradanti.

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La vice ministra degli Esteri Marina Sereni, in un’intervista ad Avvenire, ha assicurato che ci sarà presto un negoziato Roma-Tripoli per accelerare la revisione dell’accordo: «Non è vero che dopo il 2 febbraio non ci saranno margini di manovra. C’è invece la possibilità e la volontà di rivedere il memorandum e potremo farlo anche dopo quella data. Qualsiasi ragionamento, però, non può prescindere dalla situazione sul terreno». Vedremo dunque se l’Italia rivedrà – nel più breve tempo possibile – i suoi rapporti con la Libia e se usufruirà di corridoi umanitari e di vie legali sicure per consentire ai migranti l’accesso legale in Europa.

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