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Entra, prendi e paga. Ecco come si trasforma la “passeggiata” in libreria

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Oggi più che mai, le librerie non sono da considerarsi delle semplici attività commerciali, ma centri di aggregazione e di diffusione di idee, luoghi di evasione dalla realtà.


«Scusi, in che reparto deve andare?». Forse è facile rispondere a questa domanda entrando in un negozio di abbigliamento, o di prodotti per la casa, o in un negozio di elettrodomestici. Ma provate a rispondere a questa domanda, che è stata ripetuta per settimane, a bruciapelo, non appena si faceva ingresso in una libreria: in che reparto devo andare? Mica lo so, io sono venuta qui per camminare tra gli scaffali, e possibilmente perdermi; sono venuta qui per sniffare le pagine e sentire l’odore della carta; sono venuta qui per vedere se c’è qualche titolo, o qualche copertina, che attiri la mia attenzione. Fortunatamente il filtro cervello/bocca si attiva in tempo, e la risposta è un asettico: «Reparto libri in lingua originale», menzogna spudorata, detta per una buona causa.

Igienizzante sulle mani, che poi ne esce sempre troppo e non si asciuga mai, guanti monouso, che poi in realtà sono dei sacchetti che non hanno neanche lo spazio per le dita, e che non si riescono ad aprire nemmeno forzandoli; «Primo piano, le chiedo di fare in fretta, e non si tolga la mascherina». Va bene, faccio in fretta: non era proprio così che la immaginavo la prima volta in libreria dopo tutto questo tempo, ma va bene. Cosa è più come prima, d’altronde?

Tutto sembra come lo abbiamo lasciato, come lo ricordavamo, eppure, ogni cosa sembra cambiata, e in effetti è così. Adesso le persone si avvicinano agli scaffali timorosamente, prendono ciò che cercano, pagano ed escono in fretta. Non ci sono più gli indecisi con almeno tre libri tra le mani perché non sanno quale scegliere. Mancano i curiosi in piedi a leggere i retro copertina, o a vedere di quante pagine è un libro, prima di comprarlo. Sono scomparsi i distratti che camminano senza guardare dove mettono i piedi e si scontrano con altri, più sbadati di loro.

Quando è stata annunciata la riapertura delle librerie non sono mancate le polemiche: per la “non essenzialità del servizio”, per la sua “poca utilità” dato che i libri possono ordinarsi tranquillamente online, per il fatto di utilizzare come ennesima scusa quella di “andare in libreria soltanto per fare una passeggiata”, anche bella lunga (al terzo posto dopo “far fare pipì al cane dieci volte al giorno”, e “fare jogging quotidianamente”), per l’evidente incompatibilità dell’attività stessa del libraio che consiglia il lettore, che presuppone un confronto “fisico” faccia a faccia con quest’ultimo, per le potenziali perdite soprattutto delle piccole realtà. Alcuni, inoltre, l’hanno vista come una scelta furba e di facciata, forse anche un po’ populista, soltanto per poter dire che il settore della cultura, gravemente colpito dalla pandemia, non è stato dimenticato.

È vero che i lettori accaniti non si erano fatti scoraggiare dal coronavirus e si erano già attrezzati con ebook, ordini su Amazon, libri a domicilio con i servizi delivery e chi più ne ha più ne metta. Ma è anche vero che andare in libreria, fisicamente, è un’altra cosa.

D’altra parte, perché può essere normale sentire l’esigenza di passeggiare all’aperto in un parco, o di correre, e non può dirsi lo stesso per le librerie? Perché andare in libreria dovrebbe essere considerato meno importante, o secondario, rispetto al fare sport? Senza voler creare banali piramidi di valori e di priorità, che sono diverse per ciascuno, non si può di certo ignorare il fatto che per tante persone la libreria è un luogo di evasione, che ispira serenità, un luogo dove trovare “propri simili”, per riappacificarsi col mondo, in una parola: un luogo essenziale. Per queste persone, la sola possibilità, seppur con le dovute restrizioni, di entrare nel loro posto, ha acquisito un’importanza inqualificabile.

Perché le librerie non sono, non lo sono state, e mai lo saranno, delle semplici attività commerciali (o perlomeno, non per tutti); le librerie sono luoghi di aggregazione sociale, di confronto e scontro di idee, in una parola: luoghi di cultura per eccellenza.

È vero che ci stiamo abituando a questa nuova condizione, a questa nuova vita, che non avremmo mai immaginato; ci stiamo abituando a salutarci col gomito, a parlarci con gli occhi, a non poterci abbracciare, a non poter provare i vestiti nei camerini, a fare la fila per prendere un gelato, ad avere timore dei luoghi affollati; ma è anche vero che, al di là di ogni retorica, certi stati d’animo, certe attitudini, neppure una pandemia può cancellarli. Forse metterli in un angolo, in attesa di tempi migliori, ma non eliminarli.

E sarà allora che torneremo a perderci tra gli scaffali, a sniffare le pagine, a pestare i piedi a chi è distratto come noi: perché certe sensazioni, certe emozioni, certi odori, certi luoghi non smetteranno mai di avere la loro magia.


 
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Silvia Scalisi

Silvia Scalisi

Segretario di Eco Internazionale. Laureata in Giurisprudenza, alla passione per il diritto associo quella per la letteratura, il cinema e la musica.

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