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Next Generation EU: la mossa della Commissione nei dettagli

 

La Commissione europea ha presentato il suo piano di aiuti agli Stati membri per risollevare le economie dal Covid-19. Nel dettaglio le misure fra luci e ombre.


Con il nuovo strumento messo in campo, il “Next Generation EU”, la Commissione europea ha abbandonato la prudenza e ha lanciato il cuore oltre l’ostacolo. Tale proposta nasce dalla propulsione franco-tedesca e adesso attende il vaglio del Parlamento Europeo e del Consiglio, dove i Paesi autonominatisi “frugali” affilano le armi per stravolgerlo.

Le fondamenta di questo strumento e della sua disponibilità economica, il cui ammontare sarebbe di 750 mld, sono da rintracciare nel bilancio europeo, sostanzialmente incrementato nella sua dimensione e nel rafforzamento della autonomia di prelievo. In particolare, la Commissione propone, per ottenere nuove risorse necessarie per finanziarne il funzionamento, una serie di strumenti fiscali che incidono sul settore delle emissioni inquinanti e sulle compagnie multinazionali, e non escludendo un intervento nel campo dei giganti del web: «These could include a new own resource based on the Emissions Trading Scheme, a Carbon Border Adjustment Mechanism and an own resource based on the operation of large companies. It could also include a new digital tax».

Questa capacità di prelievo autonoma avvicinerebbe finalmente l’Unione Europea a un modello di Stato federale, con autonoma capacità di prelievo e di spesa. Infine, ma non meno importante, la proposta prevede un bilancio federale di 1100 mld di euro – una cifra insperata che supererebbe la disponibilità del settennato precedente, nonostante l’uscita britannica, e sulla quale i “frugali” danno battaglia – e risorse complessive per 1850 mld.

Le risorse stanziate verranno raccolte sul mercato attraverso l’emissione, da parte della Commissione, di titoli di debito comune da rimborsare in un arco di tempo variabile fra il 2028 e il 2058. L’altissimo merito creditizio delle Istituzioni europee permetterà di ottenere tale liquidità, i famosi 750 mld, a tassi di interesse straordinariamente vantaggiosi. Le risorse così ottenute verranno convogliate in una serie di strumenti e programmi, con una dotazione distinta fra fondo perduto (500 mld) e prestiti (250 mld), che la Commissione ha distribuito in tre pilastri.

Il primo pilastro, il più importante e sostanzioso, è destinato agli Stati membri e si compone di diversi strumenti. Il primo sarebbe il Recovery and Resilience Facility che dovrebbe avere una disponibilità di 560 mld, di cui 310 a fondo perduto e 250 in prestiti. Questo programma, in particolare, avrebbe lo scopo di contrastare gli effetti economici della pandemia, là dove ha colpito di più: sarebbe una risposta asimmetrica per un problema asimmetrico. L’utilizzo di questi fondi prevederebbe un controllo sulla spesa degli stessi e la realizzazione di riforme da parte degli Stati beneficiari. Sempre nel primo pilastro sarebbero presenti altri tre strumenti: la nuova REACT-EU Initiative, con una dotazione di 55 mld, che dovrebbe affrontare l’impatto socio-economico della crisi e, in particolare, la disoccupazione giovanile; un fondo ad hoc di 40 mld per aiutare i Paesi in difficoltà nella transizione verso un impatto ambientale inferiore; infine, 15 mld da destinare al Fondo Agricolo e per lo Sviluppo Rurale europeo per incentivare i processi di trasformazione in linea con le misure indicate nel Green New Deal.

Il secondo pilastro è dedicato al sostegno agli investimenti privati e ad una loro ripresa. Esso dovrebbe essere costituito da tre strumenti: il primo, il Solvency Support Instrument, fornirebbe un supporto alle aziende private, con una dotazione di circa 31 mld, ma con l’obiettivo di riuscire a mobilitarne dieci volte tanto, circa 300 mld; il secondo costituirebbe un cospicuo sovvenzionamento al programma InvestEU di ulteriori 15,3 mld per il sostegno agli investimenti privati; l’ultimo, infine, sarebbe una nuova facility creata ad hoc proprio all’interno del programma InvestEU, la cui dotazione di 15 mld sarebbe capace di mobilitarne in effetti 150, destinata ai settori in transizione verde e digitale e ai settori chiave dell’economia europea.

Il terzo pilastro dovrebbe essere dedicato al settore sanitario, nel tentativo di rafforzarlo per affrontare nuovi futuri disastri in condizioni meno difficili. Al suo interno, sarebbero presenti nuovi strumenti o verrebbero rafforzati quelli già esistenti: tra i primi, rientrerebbe il programma EU4Health, con una dotazione di 9,4 mld, dedicato totalmente al settore sanitario; sarebbe previsto, in secondo luogo, un rafforzamento di 2 miliardi del programma rescEU, la Protezione Civile europea; 11 mld verrebbero, poi, destinati al programma Horizon Europe per fornire un sostegno alla ricerca; 16,5 mld, infine, verrebbero dedicati al rafforzamento dei programmi di cooperazione esterna, in particolare nell’area geografica dei Balcani.

Come si vede, i tre pilastri sono molto ambiziosi e, soprattutto, centrati sulle priorità indicate dalla Commissione all’atto del suo insediamento, in particolare la transizione ecologica (Green New Deal) e gli investimenti sul digitale e sulla ricerca. L’unico limite di queste misure è legato al tempo. Molti degli strumenti e dei programmi sono legati al prossimo settennato di bilancio europeo e avrebbero, quindi, inizio soltanto nel 2021: il problema è che potrebbero arrivare troppo tardi. Tentare un avvicinamento temporale delle misure e applicarle a partire dal semestre di Presidenza tedesca potrebbe essere decisivo per le sorti europee.

Il secondo importante limite è legato alla trattativa negli organismi europei: mentre è abbastanza prevedibile che il Parlamento Europeo non stravolgerà in alcun modo la proposta della Commissione, molto vicina ai desiderata delle principali forze politiche, la stessa cosa, però, potrebbe non avvenire in seno al Consiglio. Al suo interno, infatti, sembrerebbe prepararsi una guerra con molti attori in campo: i “frugali”, contro le sovvenzioni a fondo perduto e per una forte pervasività delle Istituzioni europee nel controllo della spesa degli stati, da subordinare a forti e impopolari riforme; i Paesi dell’Europa dell’Est, contrari a qualunque modifica del bilancio e timorosi di perdere parte dei propri finanziamenti; il cosiddetto “Club Med” (Paesi dell’Europa mediterranea), che spingerebbero per un allargamento della dotazione della proposta e per una riduzione dei finanziamenti attraverso i prestiti in favore di una maggiore presenza del fondo perduto, con ridotti controlli da parte delle Istituzioni e una totale assenza di riforme “lacrime e sangue”.

In questo contesto di bellum omnium contra omnes, si raggiungerà un compromesso valido? O si ricomincerà con i continui rinvii? Basterà la spinta propulsiva franco-tedesca per mettere a tacere le divergenze politiche? Dalla risposta a queste domande e dall’andamento delle trattative potremo capire se la proposta della Commissione rimarrà ambiziosa o se si andrà incontro a una sconfitta continentale. La cosa certa è che questa volta non si potrà imputare alle Istituzioni europee l’immobilismo, la ritrosia e la chiusura della Grande Recessione del 2008: analizzando proposte e misure già prese, sono in campo oltre 1250 mld di euro suddivisi fra il Next Generation EU, il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), gli stanziamenti della Banca Europea degli Investimenti (BEI) e il fondo “Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency” (SURE), al netto delle misure di politica monetaria della Banca Centrale Europea (BCE). Forse, date le previsioni, non basteranno; forse la maggior parte arriverà in ritardo il prossimo anno, ma è indubbio poter dire, parafrasando un nostro illustre antenato, che “eppur si muove” diversamente dal 2008-2011, meglio del 2008-2011.


 
Francesco Paolo Marco Leti

Francesco Paolo Marco Leti

Tesoriere di Eco Internazionale. Classe 1984, manager culturale, esperto in economia internazionale, storia dell’economia e storia del pensiero economico.

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