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COVID-19: il rischio più grande è il cigno nero

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All’inizio, sembrava che il nuovo Covid-19 sarebbe stato fermato nella città di Wuhan, evitando effetti sul settore economico. Il diffondersi del contagio in Europa, Asia e Americhe ha dimostrato come il contenimento in Cina sia sostanzialmente fallito. Nel tentativo di arrestare il propagarsi del virus, gli Stati hanno messo in campo misure draconiane: limitazione alla circolazione di persone, controlli alle frontiere, chiusure di uffici, serrate di aziende. Come era prevedibile, queste misure stanno già influenzando fortemente l’economia mondiale e abbiamo visto in precedenti articoli i possibili effetti sul dragone asiatico e le prime problematiche legate all’economia italiana. Le cose da allora sono ulteriormente peggiorate.

Partiamo dai mercati finanziari, contagiati anch’essi dal virus. La settimana scorsa si è chiusa con crolli senza precedenti, da Piazza Affari che ha perso oltre l’11%, segnando la nona peggiore performance settimanale di sempre, a Wall Street che ha visto la contrazione peggiore dai crolli del 2008. Addirittura nella giornata di giovedì il Dow Jones ha segnato il calo peggiore della sua storia in termini di punti: oltre 1100. Anche le piazze finanziarie europee hanno registrato una settimana di passione: Francoforte ha perso oltre il 10%; il Cac 40 di Parigi ha perso quasi il 10%; anche Londra ha perso oltre il 10%. Anche le piazze finanziarie orientali hanno segnato performance in forte ribasso, in particolare quelle dei Paesi nei quali il virus ha iniziato a diffondersi, come Seul e Tokyo. Le performance delle due piazze finanziarie cinesi hanno segnato andamenti contrastanti durante la settimana, in parte perché sembra che in quell’area il virus stia retrocedendo, in parte per una sorta di rimbalzo dopo i pessimi andamenti delle settimane precedenti. Nella giornata di ieri, l’andamento delle piazze finanziarie si è confermato anche se con perdite meno consistenti che si sono mantenute nei due punti percentuali, in particolare in Europa.

Diversamente dai crolli di borsa precedenti, questi risultati sono giustificati dall’andamento dell’economia reale sottostante in forte difficoltà. La materia prima per eccellenza della produzione industriale, il petrolio, continua nei suoi continui cali e adesso è venduto al di sotto dei cinquanta dollari al barile. Una quotazione simile risale al periodo della crisi del 2008 e rende evidenti due fenomeni: il primo è il crollo del commercio internazionale (la maggior parte dei vettori commerciali usa il petrolio per muoversi) ben esemplificato dallo stoccaggio dei container che ha superato quello del 2009; il secondo è la produzione di energia elettrica che, nella maggior parte dei Paesi, in particolare in Cina, è ottenuta attraverso la combustione di idrocarburi. A riprova di questa situazione, uno studio di Bloomberg ha evidenziato come le emissioni di CO2 si siano ridotte di oltre 100 milioni di tonnellate metriche in Cina, figlie del crollo della domanda di energia e del blocco del traffico a causa della paralisi della popolazione costretta in casa in vaste aree del Paese.

Questi dati sono confermati dal crollo dell’indice Pmi Manifatturiero, forniti dall’ufficio nazionale di statistica cinese (Nbs), sceso nell’ultima rilevazione di febbraio molto al di sotto della soglia che indica il limite della recessione (50) segnando un pesantissimo 35,7, ben al di sotto dell’atteso 46 previsto dagli analisti. Anche l’indice Pmi non manifatturiero ha toccato il suo tasso più basso, segnando un pesante 29,6 contraendosi di quasi la metà rispetto al dato di gennaio che era 54,1.

Al blocco della produzione cinese, si stima che al momento le fabbriche in Cina viaggino al 30% della produzione potenziale, ove aperte, si aggiungono le limitazioni della produzione provenienti dalle aeree occidentali in quarantena. In particolare, le aree italiane in cui si è diffuso il virus, e adesso sottoposte a misure di quarantena, rappresentano una delle parti più dinamiche del Paese, con un peso sul Pil nazionale di circa il 30%. Le limitazioni all’apertura dei negozi, dei cinema e di tutti i locali di intrattenimento rientrano tra i maggiori freni ai consumi mai applicati. E le cose non miglioreranno di certo. Il diffondersi, come prevedibile, del virus in Francia, Germania, Stati Uniti e Regno Unito e le misure di quarantena che verranno applicate in quelle aree per contenerne la diffusione, peggioreranno ulteriormente gli effetti sulla produzione e sui consumi. Una dichiarazione importante è arrivata nella giornata di venerdì dal Presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, che ha sottolineato come le previsioni sulla crescita tedesca per il 2020 (+0,6%) potrebbero non essere centrate: “Tutto sommato, quest’anno la crescita economica potrebbe essere leggermente inferiore rispetto alle stime fatte dai nostri esperti a dicembre“.

Le stime probabilmente più realistiche sono quelle rilasciate dall’OCSE nella giornata di ieri, che ha definito il Covid-19 come “il più grande pericolo” dall’ultima recessione e come “una minaccia senza precedenti”. L’Organizzazione ha tracciato due scenari diversi: uno ottimistico, base-case scenario, con la fine della diffusione del virus entro questo primo semestre e un rapido recupero nel secondo semestre; il secondo, domino scenario, prevede il diffondersi dell’epidemia verso altri Paesi e il mantenimento delle condizioni di stasi economica oltre il primo semestre. In questo secondo scenario, apparentemente più realistico dato il rapido peggioramento della situazione, il Pil mondiale entrerebbe in recessione nel primo semestre e la previsione di crescita per il 2020 si arresterebbe al solo 1,5%, dimezzandosi rispetto alle stime precedenti. In entrambi gli scenari, l’OCSE ha considerato gli interventi decisi dalle autorità internazionali e dagli Stati, sia come stimolo monetario (banche centrali), sia come stimolo fiscale (manovre finanziarie), in particolare attraverso investimenti pubblici. In assenza di questi interventi, o di ritardo degli stessi, gli effetti economici potrebbero ulteriormente peggiorare.

Per quel che concerne il nostro Paese, l’impatto riguarderà due ambiti: conti pubblici e produzione industriale. Sul primo punto, il calo dell’attività economica e le moratorie in atto per alleviare il peso della crisi sui produttori produrranno un forte calo del gettito; contemporaneamente, gli stabilizzatori automatici della futura contrazione economica (cassa integrazione, reddito di cittadinanza, assegno di disoccupazione) e le misure volte a sostenere le imprese in difficoltà comporteranno una maggiore spesa. Questa situazione determinerà un peggioramento degli indicatori di finanza pubblica sia per quel che riguarda il rapporto deficit/Pil, sia sul rapporto debito/Pil. I mercati hanno già previsto questo andamento e, infatti, si assiste nuovamente a una fuga dei capitali verso investimenti sicuri come i titoli di Stato tedeschi. Proprio per questo, è nuovamente esploso lo spread fra i decennali italiani e dei Paesi periferici (i vecchi “PIIGS” cioè Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) e la controparte tedesca: lo spread btp-bund ha raggiunto nella giornata di venerdì la soglia di 180 punti base con rendimenti oltre l’1% per il titolo italiano e negativi dello 0,6% per quello tedesco. Nella giornata di ieri, lo spread si è nuovamente allargato, rimanendo stabilmente al di sopra dei 180 punti, sfondando i 185, chiudendo a 176 e toccando un tasso di interesse superiore al 1,15%. Il rischio che la situazione possa peggiorare dipende molto dal rapporto fra Autorità europee e Governo nazionale: se si dovesse andare incontro a una fase di conflitto a causa dei nuovi sforamenti dei parametri, la possibilità di un peggioramento del differenziale e, soprattutto, del costo del finanziamento del nostro debito pubblico, potrebbe concretizzarsi; al contrario, se le Autorità europee dovessero concedere spazi di manovra e di spesa in una situazione collaborativa è probabile che lo spread decresca.

Per quel che riguarda la produzione industriale ed il settore terziario, siamo già di fronte a quello che potremmo definire un bollettino di guerra. Particolarmente colpito dalle condizioni di panico scatenate è il turismo: le cancellazioni hanno raggiunto il 50% in alcune zone del Paese, con punte del 60-70% nel Lazio e dell’80% su Milano. Il prolungamento constante nel tempo delle cancellazioni sta determinando un aggravamento della situazione andando a intaccare periodi solitamente floridi come la Pasqua e le giornate festive dei mesi di aprile e maggio. Colpito di riflesso da questo crollo è il settore della ristorazione e del “food and wine”, con l’aggravante che proprio il settore del “food and wine” aveva nel mercato cinese un importante sbocco, adesso del tutto bloccato: Coldiretti ha valutato un crollo del quasi 12% sulle esportazioni verso la Cina nel solo mese di gennaio, uno scenario che è destinato a peggiorare. Un altro settore che avevano già previsto che potesse essere colpito è quello dell’auto, la cui catena del valore si dipana su quasi tutto il globo: il crollo di domanda delle auto tedesche in Cina ha comportato un calo delle richieste della componentistica italiana che su quelle auto è montata; a questo, ovviamente, bisogna sommare i cali diretti delle auto a marchio FCA. Un settore il cui impatto è stato già contabilizzato, ma che si sospetta possa peggiorare, è quello della moda dove, a fronte di una perdita stimata dell’1,8% a inizio febbraio, la situazione potrebbe essere ben peggiore: va valutato l’impatto della quarantena sul settore, profondamente radicato nella regione lombarda. Per tornare a un quadro macro, infine, è necessario sottolineare come il lombardo-veneto rappresenti da solo oltre un quarto dell’export nazionale: la contrazione della domanda estera, la difficoltà di approvvigionamento (vuoi per la chiusura dei fornitori, vuoi per la quarantena), le limitazioni commerciali e le difficoltà logistiche potrebbero rappresentare una mazzata micidiale. Sempre nel succitato report dell’OCSE, si sottolinea come il nostro Paese dovrebbe mantenere un risultato stagnante per l’intero anno, con una crescita pari allo 0%.

Concludendo, è abbastanza improbabile che la versione ottimistica di una crisi riassorbibile nell’arco di un semestre indicata da molti analisti possa avere luogo. Dall’ampiezza della diffusione del virus e dal suo ulteriore allargamento è probabile, al contrario, un peggioramento del quadro economico con alcuni Paesi, fra i quali il nostro, che non solo potrebbero entrare in recessione tecnica per qualche trimestre, ma che potrebbero presentare un saldo di fine anno negativo. La speranza è che le Istituzioni internazionali ed europee, insieme ai Governi nazionali, siano pronti ad agire per mettere in campo tutte le misure volte a sostenere l’economia mondiale. Una nuova recessione globale è alle porte.


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Francesco Paolo Marco Leti

Tesoriere di Eco Internazionale. Classe 1984, manager culturale, esperto in economia internazionale, storia dell’economia e storia del pensiero economico.

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