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Il dragone febbricitante

La diffusione sul territorio cinese del Coronavirus, oltre a interessare fortemente il settore sanitario, ha un profondo e duplice impatto in campo economico, a livello interno e a livello internazionale. Per quel che riguarda l’effetto sull’economia del Paese, è inevitabile un rallentamento della crescita economica: nello specifico, Morgan Stanley ha previsto un calo dell’1% solo nel primo trimestre dell’anno, qualora l’epidemia venisse arginata entro lo stesso periodo. Nel report della banca d’affari americana si prevede anche una riduzione della crescita globale tra lo 0,15 e 0,3%.

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Questa valutazione, che potremmo definire ottimistica sotto molti punti di vista, non indica cosa succederebbe se il virus non venisse arginato e – nonostante le precauzioni sanitarie, compreso l’isolamento verso il resto del mondo – dovesse protrarsi o espandersi. Le fondamenta su cui si basano previsioni ottimistiche come questa riguardano l’andamento dell’economia durante la crisi della SARS che ha coinvolto soltanto in modo limitato l’economia cinese, diminuendone il tasso di crescita di un quarto ma soltanto per un trimestre. Diverso sembra il caso di questa epidemia, la cui diffusione appare più ampia e che è scoppiata in un periodo centrale dell’anno per i cinesi e per i loro consumi: il Capodanno lunare. Pensare che l’effetto sarà limitato come quello della SARS è quantomeno ottimistico.

La quarantena cui è sottoposta la città di Wuhan, considerata la Chicago cinese, diventata spettrale, permette di afferrare al meglio il crollo dell’attività economica di una megalopoli di undici milioni di abitanti ormai abituati alle attività basilari. Se la quarantena si espandesse ad altre aree, anche solo mantenendosi allo stato attuale, sarebbe già un disastro e gli effetti sui consumi sarebbero devastanti: tre quarti dell’attività economica è bloccata a Wuhan. L’immagine consolidata della Cina come Paese fabbrica del pianeta è sempre meno reale: sempre di più l’economia del Paese si fonda sui suoi consumi interni, sul suo mercato da 1,3 mld di abitanti, un mercato che sarebbe in ginocchio se la quarantena dovesse essere estesa. Ecco che, tutto a un tratto, la stima di Morgan Stanley sembra quasi ottimistica, rosea.

Le cattive notizie non si fermano qua. Dal punto di vista internazionale, è in atto un isolamento profondo del dragone asiatico: con il passare dei giorni e l’aumentare del numero di contagiati, varie multinazionali hanno chiuso temporaneamente le proprie attività (si pensi a Starbucks, H&M o Ikea) o interrotto i propri collegamenti verso la Cina (le ultime sono state British Airways e Lufthansa). Il settore turistico sarà probabilmente soggetto ad un crollo verticale, accompagnato da un risultato simile nel settore dei trasporti. In questo caso, non prendiamo in considerazione il solo mercato interno cinese, ma anche tutte le multinazionali, le compagnie aeree e le agenzie di viaggio che con il Paese hanno relazioni. Escludere una meta come quella cinese dal carnet delle opzioni e, cosa ancor peggiore, escludere gli agiati viaggiatori cinesi verso il resto del mondo, ha ed avrà un impatto notevole nel comparto.

Un altro settore profondamente coinvolto è quello manifatturiero. Come abbiamo imparato nell’era della globalizzazione, la catena del valore di un prodotto è molto lunga, dipanandosi lungo l’intero globo. La Cina non è più strettamente la fabbrica del mondo ma molte delle multinazionali dell’hi-tech sono presenti nel Paese con impianti industriali all’avanguardia. Molta della componentistica è prodotta in Cina e molti dei prodotti che usiamo sono “Made in China”. Queste grandi aziende stanno iniziando a chiudere i propri impianti per arginare la diffusione del virus: i luoghi di lavoro, in quanto affollati, sono un potenziale rischio per la diffusione del virus e, in tal senso, si sta tentando di spostare la produzione, ove possibile. L’americana Tesla ha già avvisato i propri acquirenti che alcuni modelli di veicolo potrebbero subire dei ritardi alla consegna a causa della chiusura degli impianti; Toyota ha completamente chiuso i propri impianti nel Paese e lo stesso provvedimento ha annunciato Apple. Tutte queste aziende avranno grosse difficoltà, senza considerare il mercato cinese di consumo che, causa le varie quarantene, sarà praticamente bloccato.

Inutile sottolineare come sia prevedibile un effetto a cascata sugli utili, quindi sui dividendi e, di conseguenza, sul valore azionario. Un corollario per il settore manifatturiero riguarda quello del lusso, la cui dipendenza dal mercato dei ricchi consumatori cinesi non lascia prospettare un andamento ottimistico. Da valutare è la ricaduta che potrebbe avvenire nel settore delle materie prime, e in particolare del petrolio, di cui la Cina è un forte importatore. A una prima analisi dell’andamento del mercato del petrolio è evidente come il prezzo del barile, sia il Brent che il WTI, stia mostrando i primi cedimenti. Il calo nella domanda petrolifera si aggirerebbe intorno al 20%, il peggiore dallo scoppio della crisi finanziaria. Questo ha messo in allarme i paesi produttori e l’OPEC, il quale potrebbe decidere di riunirsi a breve per valutare le possibili contromisure a un’eccessiva contrazione del prezzo.

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Chiudiamo con la croce e delizia di qualunque crisi: i mercati finanziari. Come già indicato sopra, un impatto sul valore azionario delle imprese che operano, o i cui fornitori operano, in Cina è del tutto realistico. A questo bisogna aggiungere l’effetto panico tipico delle piazze finanziarie: Carnival proprietaria di Costa Smeralda, la nave da crociera bloccata nel porto di Civitavecchia, ha perso il 6% di valore a seguito della diffusione di notizie circa la presenza di possibili casi di Coronavirus a bordo, successivamente smentiti. Inutile sottolineare come la nave da crociera non solo non possa rappresentare il 6% del valore di un colosso come Carnival, ma neanche andarci vicino. Il panico è la chiave per capire il crollo. I mercati finanziari orientali hanno segnato crolli notevoli con Taiwan che ha segnato un pesantissimo -5,75%. Ancora peggio hanno fatto i listini principali di Shangai (-7,72%) e Shenzen (-8,41%), riaperti dopo la festa del Capodanno lunare, che hanno avuto performance da lunedì nero perdendo, nel complesso, oltre 400 mld di capitalizzazione.

Anche le piazze finanziarie del vecchio mondo hanno incassato pessime performance dei listini nella chiusura di venerdì, con perdite che si sono mosse dal 2% di Madrid al 4,4% di Francoforte. Anche il listino americano ha segnato una chiusura in calo di circa il 2% nella giornata di venerdì. Se l’epidemia dovesse aggravarsi ed espandersi ad altre aree della Cina o varcarne addirittura le frontiere, potremmo aspettarci effetti di panico del tutto analoghi a quelli già avvenuti, se non molto peggiori.

La Cina è la seconda potenza economica del globo e una sua crisi sanitaria avrebbe un profondo impatto sull’economia dell’intero pianeta. Come sottolineato in un articolo del New York Times, questa epidemia “rende evidente la dipendenza mondiale dalla Cina”. Pensare che prima dell’esplosione dell’epidemia i maggiori analisti erano ottimisti sull’andamento della crescita alla luce del nuovo spirito collaborativo in campo commerciale fra USA e Cina. Il risveglio è stato molto brusco. Il gigante asiatico è febbricitante, speriamo non peggiori.


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