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Che nessuno li aiuti. La missione Ue per non salvare vite

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Era il 18 febbraio, quando i Ministri degli Esteri dell’Unione europea hanno dato il via ad un’operazione navale all’interno del Mediterraneo, con il fine di far rispettare l’embargo che le Nazioni Unite hanno imposto sulle armi Libiche. È stato quasi un mese fa e la notizia non aveva una portata mediatica tale da far accendere un qualche campanello d’allarme. Poi è iniziato tutto, e di curarci delle questioni militari e di politica estera che non fossero legate al Covid-19 nessuno ha avuto più tempo né voglia.

Adesso, tra un bollettino dei contagi ed un altro, però, non abbiamo molto da fare. Ora abbiamo tempo per indignarci di qualcosa che è passato inosservato pur rasentando la disumanità. L’embargo ONU sulle armi Libiche è stato dichiarato nel 2011, poi ampliato nel 2016, e fino allo scorso febbraio poco o nulla era stato fatto perché questo venisse applicato.

L’escalation di violenza negli scorsi mesi, ha puntato il riflettore sulle mancate azioni dell’Ue la quale ha prontamente risposto con l’implementazione di una nuova missione marittima. Non proprio nuova in realtà. L’Ue ha deciso di “prendere” l’operazione Sophia, e cambiarle i connotati.

Sophia è stata una delle operazioni militari congiunte meglio riuscite di tutta la storia dell’Unione. Ha salvato, in coordinamento con la Guardia Costiera Italiana, più di trecentomila migranti, consegnato alla giustizia centocinquanta scafisti e neutralizzato più di cinquecento imbarcazioni finalizzate al traffico di esseri umani.

Purtroppo, però, sappiamo che non tutti in Europa amano investire soldi nel salvataggio di vite umane, soprattutto se appartenenti a un’etnia diversa. Sono state diverse le pressioni per chiudere la missione, le più imponenti ed efficaci sono state quelle derivanti da Austria e Ungheria le quali sono riuscite a far accettare la riconversione di Sophia nella nuova antitesi di sé stessa.

Sophia 2.0 non potrà salvare nessuno. I Ministri europei hanno, infatti, deciso di impiegare le navi da guerra con l’obiettivo specifico di evitare le zone del Mediterraneo dove si potrebbero imbattere in imbarcazioni con a bordo persone in difficoltà. Le navi Ue pattuglieranno il mare a 60 miglia dalla costa Libica e, se altrove, almeno a 100 chilometri dalle tratte normalmente usate dagli scafisti per la traversata, questo per “evitare” che le navi si trovino obbligate al soccorso secondo il diritto del mare.

Insomma, questa operazione ha trovato un perfetto escamotage alla disumanità. Le condizioni inumane e il pericolo di cadere preda di gruppi armati, sono motivazioni più che valide per decidere di intraprendere il viaggio migratorio, eppure l’Ue ha deciso di concentrarsi su un fattore puramente egoistico: diversi studi hanno dimostrato che la presenza di navi di salvataggio può essere un fattore determinante nella determinazione delle partenze. Ma perché fingere di non essere in grado di gestire entrambe le crisi? L’Unione può sia impedire il continuo invio di armi in Libia che rispondere alla crisi umanitaria che la situazione al suo interno provoca, l’una non deve necessariamente escludere l’altra. Le navi europee dovrebbero trovarsi dove possono dare il maggiore contributo, anche e soprattutto dove possono salvare vite umane.


Copertina Mstyslav Chernov/Unframe

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Federica Agrò

Ho due vite parallele e soddisfacenti: in una mi occupo di strategie di marketing e social media management, nell’altra scrivo di diritti umani, attualità, cultura ed ecologia.

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