Le divisioni esplosive in Libia

Di Marco Cerniglia – Dal momento della caduta di Gheddafi, nel 2011, la Libia si è ritrovata frammentata. Il governo di unità nazionale di Tripoli, riconosciuto dall’Onu e guidato da Fayez Al-Serraj, si ritrova a combattere col governo della città di Tobruk, guidato dal generale Khalifa Haftar. In mezzo, le varie milizie tribali che compiono azioni di guerriglia e contrabbandano armi nei territori da loro controllati. Il tutto, mentre la popolazione civile deve abbandonare le proprie case bombardate e distrutte.

Questa divisione del paese ha portato a numerosi conflitti, come la guerra civile del 2014 tra i due schieramenti, ai quali si è poi aggiunta anche l’Isis, e terminata nel 2016 con un fragile accordo di pace.

armored-bridge-layer-2675728_1920Oggi in Libia si torna a combattere: proprio in questi giorni le truppe di Haftar stanno avanzando in direzione di Tripoli, conquistando numerose città. Il loro percorso è segnato da tappe: la prima è stata la città di Garian, 100 km a sud della capitale. Da questo evento parte lo stato di allerta militare di Tripoli, con le milizie presenti a Misurata, la città più potente a livello militare in Libia, pronte a intervenire in aiuto del governo di Al-Serraj.

Questo, tuttavia, non ha fermato le forze dell’ex fedelissimo di Gheddafi; il generale Haftar, infatti, ha portato avanti le sue truppe, conquistando anche la città di El Azizia, e ritrovandosi quindi a 50 km dalla capitale. L’esercito nazionale libico, noto come Lna, combatte ora contro le truppe di Tripoli a soli 25 km dalla città, nella zona di Suani ben Adem. Inoltre, proprio in questi giorni di combattimenti, è stato registrato un raid aereo dalle forze militari di Tobruk contro delle truppe di difesa della capitale a Zuwara.

Entrambi i leader delle forze in conflitto si attaccano anche personalmente: da un lato, il premier Al-Serraj, che prima definisce il generale Haftar un rivale che lo ha tradito, per poi accusarlo dei bombardamenti di missili avvenuti a ridosso della capitale, e definendolo un «criminale di guerra» che verrà giudicato dalla giustizia internazionale; dall’altro, il generale Haftar, che accusa il governo di Tripoli e Al-Serraj di complotto con altri stati per fomentare la guerra civile, di creazione di milizie irregolari e di eritrea-105081_1920finanziamenti al terrorismo.

In mezzo ai bombardamenti e ai colpi di mortaio, numerosissimi sono gli sfollati. La comunità internazionale cerca di risolvere il conflitto nella maniera meno violenta possibile, anche perché la crisi umanitaria riaprirebbe, a parere del premier di Tripoli, la possibilità di attraversamenti di migranti e libici (800mila, secondo le parole di Al-Serraj).

Tra questi potrebbero infiltrarsi anche dei terroristi, «una certezza» secondo Matteo Salvini, che ribadisce che non si approderà in Italia senza permesso. Posizione, tuttavia, non condivisa dall’altro vicepremier, Luigi di Maio, che insiste che «la chiusura dei porti è una misura occasionale ma inadatta ad affrontare la crisi». Tuttavia, la chiusura da entrambe le parti all’accesso per le forze umanitarie internazionali allunga la tensione di una crisi già molto pericolosa.


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