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Turchia contro Siria: la guerra di Idlib

La Siria è nuovamente sotto attacco: negli ultimi giorni è iniziata un’escalation tra Turchia e Siria. Lunedì 3 febbraio le forze turche e siriane si sono affrontate in un primo scontro sanguinoso, il primo dal 2016, quando Ankara ha mandato militari sul suolo turco. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan non intende fare sconti e continua con le minacce, affermando che la Turchia è «pronta a prendere in mano la situazione».

Nel raid siriano di lunedì 3 febbraio almeno 10 soldati turchi sono rimasti uccisi, mentre nella rappresaglia turca il bilancio è di oltre 70 militari siriani tra uccisi e feriti. Il raid arriva in aperta violazione degli accordi di Sochi sulla creazione di una Safe Zone, accordi di cui la Russia è garante.

Successivamente, l’esercito siriano ha ripreso il controllo della provincia di Idlib, ultima roccaforte ribelle, dopo 9 anni di guerra. Il villaggio di Saraqib è quello che oppone la più strenua resistenza: per giorni al centro di intensi scontri ed ultimo ad aprirsi all’esercito che peraltro, si legge in alcuni rapporti, pare non controllare ancora la zona.

Mentre il regime avanza, i residenti si riversano in Turchia, sperando di sfuggire a bombe e proiettili. Lunghe file di auto con a bordo intere famiglie attendono il proprio turno per passare il confine. L’offensiva siriana per riconquistare le aree detenute dai ribelli nel nord-ovest del Paese ha causato una vera e propria crisi umanitaria, con oltre 580 mila civili in fuga dalle loro case negli ultimi due mesi. Ciò nonostante i ribelli resistono rimanendo ottimisti.

Intanto crescono le tensioni diplomatiche tra Ankara, che sostiene i ribelli, e Mosca, che invece appoggia Damasco: la Turchia ha inviato nuovi rinforzi, minacciando di usare la forza per costringere le truppe siriane a ritirarsi entro la fine del mese. La Russia invece si professa preoccupata per i gruppi ribelli di Idlib e la loro attività; mentre da entrambe le parti si sarebbero potuti avviare nuovi colloqui per ridurre l’attrito nelle settimane successive, le truppe di Assad hanno continuato a bombardare le periferie di Idlib.

Infatti è proseguita serrata l’offensiva di Damasco contro la città ribelle di Idlib. Obiettivo delle forze governative è recuperare i villaggi controllati dagli oppositori e soprattutto il controllo dell’autostrada che collega Damasco ad Aleppo. Le forze lealiste avanzano, sminando strade e devastando villaggi da cui decine di migliaia di persone fuggono, verso il vicino confine turco, galvanizzando la reazione di Ankara.

Il 9 febbraio la Turchia ha inviato nella provincia di Idlib ingenti truppe: secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani nell’ultima settimana sarebbero quasi 1300 i mezzi militari turchi entrati nell’area, con 5 mila soldati.

Ankara lo ha detto chiaro: la Siria deve fermarsi. In base alle stime dell’Onu, dall’inizio dell’offensiva governativa a dicembre i siriani costretti alla fuga sono stati 700 mila. Il presidente Erdogan, che nei confini turchi conta 3,6 milioni di rifugiati siriani, ha preteso da Damasco il ritiro da Idlib entro la fine del mese. Il 10 febbraio però 5 soldati turchi sono morti e 5 sono stati feriti, in un attacco condotto dalle forze del regime di Bashar al-Assad contro uno dei “punti di osservazione” della Turchia nella provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria. Immediata la reazione di Ankara, che secondo una nota del Ministero della Difesa avrebbe neutralizzato circa 100 membri delle forze di Assad: nel raid sarebbe stato colpito anche un elicottero e distrutti almeno 3 carri armati e due lanciarazzi.

Ankara ha dunque inviato un convoglio militare nel Paese per rafforzare i 12 punti di osservazione già decisi con Mosca e Teheran nell’accordo del 2018. In risposta, sono continuati senza sosta i bombardamenti dell’esercito siriano contro le ultime sacche di resistenza a Idlib: questo lunedì i ribelli hanno abbattuto un elicottero delle forze di Assad, uccidendo i membri dell’equipaggio. Ankara dal canto suo ha annunciato di aver ucciso altri 51 soldati siriani, nell’operazione militare avviata lunedì: Erdogan ha affermato che le forze di Assad hanno subito una grave perdita ad Idlib e che l’offensiva non è terminata. «Più attaccheranno i nostri soldati più alto sarà il prezzo da pagare», ha sottolineato il presidente turco.

«Da oggi in poi se i nostri soldati nelle postazioni di osservazione a Idlib subiranno danni colpiremo le forze del regime siriano ovunque, senza essere vincolati ai confini del memorandum di Sochi. Faremo il necessario per fermare Assad sul terreno e con l’aviazione, dove verrà versato il sangue dei nostri soldati nessuno sarà al sicuro. La Turchia non resterà spettatrice»: queste le parole di Erdogan, che ha continuato a minacciare Assad in un discorso di fronte al parlamento turco.

L’offensiva non sta risparmiando la popolazione civile: a tutt’oggi ci sono oltre 600 mila profughi in fuga verso il confine turco. Lo ha comunicato l’Onu in una nota, aggiungendo che la città di Idlib rischia di trasformarsi in una fossa comune se le ostilità dovessero continuare. In questi giorni il governo di Damasco, affiancato dalle forze aeree russe, si sta facendo strada verso Nord, spingendo le persone al confine con la Turchia; questa, dal canto suo, supporta i ribelli e tenta di tenere fuori i rifugiati, lasciando i civili in un’area contesa tra due fuochi.

Durante gli scontri in corso con l’Esercito arabo siriano (SAA), le forze turche hanno istituito un nuovo avamposto militare su Al-Jinah-Atareb Road, nella campagna occidentale di Aleppo. Il filmato girato vicino al villaggio di Abin Semaan mercoledì mostra il convoglio militare turco completo di carri armati nella campagna di Aleppo.

Inoltre mercoledì le truppe statunitensi hanno aperto il fuoco durante uno scontro in un posto di blocco nel nord-est della Siria. Secondo quanto riferito dai media locali, un civile siriano è stato ucciso e un altro è rimasto ferito in uno scontro tra forze della coalizione a guida statunitense e gente del posto allineata con il governo siriano in un villaggio ad est della città di Qamishli, nella Siria nord-orientale, mercoledì. Il filmato girato nel villaggio di Khirbet Amo vicino a Qamishli mostra un convoglio militare che porta bandiere degli Stati Uniti nell’area.

Secondo il portavoce militare ufficiale dell’Operazione Inherent Resolve (OIR) Myles Caggins, l’incidente è avvenuto dopo che le forze di coalizione guidate dagli Stati Uniti sono state bloccate dai locali pro-Damasco a un posto di blocco. Secondo Abdul Salah Bakri, un locale residente nel villaggio, le truppe statunitensi hanno affrontato la resistenza degli abitanti che hanno lanciato pietre contro di loro. «Cosa stanno facendo nove veicoli blindati in un villaggio pacifico? Sono stati affrontati dalla gente del posto», ha affermato il testimone in una registrazione vocale inviata su un’applicazione di messaggistica Internet. I residenti hanno riferito che una pattuglia russa da un contingente nell’aeroporto di Qamishli è stata inviata nel villaggio, che si trova in una zona della Siria nord-orientale dove sono presenti forze curde siriane appoggiate dagli Stati Uniti e dall’esercito siriano.

Tutto ciò accade mentre la Nato starebbe valutando la possibilità di aumentare la sua presenza in Iraq con missioni di addestramento in soccorso all’impegno della coalizione a guida Usa contro l’Isis. Nel Paese sono già previsti progetti che mirano a rafforzare le forze di sicurezza irachene, ma attualmente sono sospesi per non mettere a rischio la fragile stabilità della zona. I Ministri della Difesa dei paesi Nato, insieme al segretario di Stato statunitense Mark Esper, discuteranno le opzioni sul tavolo in una riunione che inizierà oggi a Bruxelles. Dopo l’uccisione di Qassem Soleimani da parte degli Stati Uniti, la Nato potrebbe raccogliere l’invito di Trump a fare di più in Medio Oriente: cosa accadrà dunque a Idlib?


Antonio Di Dio

Antonio Di Dio

Laureato in Studi Filosofici e Storici, scrivo di cultura, politica e geopolitica. Amo l’arte, la poesia, la musica e il cinema. Vedo il giornalismo come una forma di attivismo, un servizio per la comunità.

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