La marcia dei colombiani contro il presidente Duque

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Di Davide Renda – Sono giornate tese in Colombia, dove la scorsa settimana l’intero paese si è unito in una delle più grandi proteste degli ultimi decenni. La giornata più importante è stata giovedì 21 novembre, quando si è tenuto un massiccio sciopero nazionale per manifestare dissenso contro la presidenza di Ivan Duque, al potere dal 7 agosto 2018 e appartenente al partito conservatore Centro Democratico. La partecipazione e le rivendicazioni sono molteplici e variegate, e riflettono un diffuso calo di popolarità del presidente che, secondo alcuni sondaggi, ha un tasso di disapprovazione popolare del 69 per cento. La Colombia si aggiunge, seppur in un tono decisamente più pacifico, alle proteste che nelle ultime settimane hanno coinvolto altri paesi dell’America Latina come la Bolivia, l’Ecuador e il Cile.

Chi ha partecipato alle proteste e perché. Alla marcia hanno partecipato diversi settori della società, ma inizialmente lo sciopero nazionale è stato annunciato dai sindacati, che hanno accusato Ivan Duque di perseguire politiche che stanno distruggendo la nazione e il paese. All’interno del cosiddetto “Pacchetto Duque”, un insieme di riforme del sistema pensionistico e del mondo del lavoro, i sindacati accusano la presenza di diverse misure come l’eliminazione del pagamento degli straordinari e delle ferie, una discrepanza nello stipendio minimo tra i vari dipartimenti del paese, l’incremento dell’età pensionabile e la diminuzione delle pensioni stesse.

Gli studenti hanno rappresentato una parte importante delle proteste, e oltre al supporto offerto alle motivazioni che hanno animato i sindacati, hanno rivendicato la dismissione del controverso corpo di polizia antisommossa ESMAD, insieme all’aumento degli investimenti per l’università pubblica. Anche le comunità indigene hanno marciato, per chiedere giustizia dopo l’uccisione della governatrice indigena Cristina Bautista, insieme al massacro di più di duecento leader indigeni dalla fine dei negoziati di pace con le FARC ad oggi, specialmente nella regione meridionale del Cauca, una zona problematica, afflitta da conflitti per la crescente presenza di narcotrafficanti. Come si legge in un’intervista pubblicata su Il Manifesto, la leader indigena Aura Tegria afferma «Nel nostro territorio c’è la ripresa della lotta armata da parte di alcuni settori delle Farc. Noi abitiamo terre ricche di risorse, ma promuoviamo la pace e la sacralità della Natura: per questo i popoli indigeni in Colombia vengono criminalizzati, insultati, uccisi». Gli indigeni denunciano anche l’uccisione di 15 ragazzini in un bombardamento dell’esercito colombiano contro delle postazioni della guerriglia a fine agosto.

Non sono mancati i leader di minoranze afrodiscendenti, tra le più colpite dal conflitto armato da cui la Colombia è uscita da pochi anni, contadini che lamentano effetti negativi dopo gli accordi economici di libero scambio con Stati Uniti ed Europa e vittime del conflitto armato, che accusano il presidente non voler portare a termine gli accordi di pace con le FARC. Da citare è anche la presenza di cittadini non direttamente coinvolti o appartenenti ai suddetti gruppi, ma che solidarizzano con essi e che hanno preso parte con forze alle proteste in quanto coscienti delle problematiche che l’attuale presidenza di Duque presenta.

Dove e come si sono svolte le proteste. Le manifestazioni si sono svolte in tutte le parti del paese in più di 90 città, dai grandi centri ai villaggi più remoti. Le manifestazioni più importanti hanno interessato i centri di Bogotá, Cali, Medellín, Barranquilla, Cartagena de Indias, Cúcuta, Bucaramanga e Pereira. Quasi dovunque, lo sciopero si è svolto in modo pacifico ed è stato caratterizzato da grandi marce nelle zone centrali delle diverse città. Tuttavia, già dalla giornata di giovedì, sono emersi disordini e violenze, continuati anche nel fine settimana, nelle zone di Cali e Bogotá.

La reazione di Ivan Duque, tra militarizzazione e repressione. I manifestanti e numerose organizzazioni hanno accusato il presidente di fomentare la paura prima e durante lo svolgimento delle manifestazioni, in una ben orchestrata campagna del terrore. Fin da martedì scorso la città di Bogotá è stata interessata da una militarizzazione inusuale delle strade; inoltre, durante le manifestazioni e, ancora oggi, il corpo di polizia ESMAD, specializzati nella repressione delle proteste, si è macchiato di comportamenti ai limiti della legge. Sabato, l’ESMAD ha sparato ad un ragazzo di 18 anni dal nome Dylan Cruz – oggi purtroppo dichiarato morto dopo giorni di coma – un atto che ha causato ulteriori tensioni nelle strade di Bogotá, nonché la condanna del governo stesso. Quest’ultimo ci dice moltissimo sul comportamento arbitrario dell’ESMAD.

Sebbene il Presidente abbia focalizzato la sua campagna anti-protesta sulla condanna degli atti di vandalismo e violenze avvenuti durante le proteste, numerosi video girati dalla popolazione, dimostrano il coinvolgimento diretto della polizia nel reclutamento di quei vandali che tentavano di macchiare negativamente e sminuire l’entità di una marcia pacifica.

Gli atti dell’ESMAD, e anche la convinzione che lasciare le strade non porterà ai risultati sperati, hanno portato i cittadini di Bogotá a rompere il coprifuoco imposto alle 21 e presidiare la strada dove si trova l’abitazione di Duque sabato sera. Secondi alcuni analisti, l’esistenza dell’ESMAD è ancora più a rischio dopo la repressione violenta e arbitraria messa in atto in queste giornate di protesta. Il presidente Duque, dopo una linea dura di stigmatizzazione dello sciopero nazionale, ha convocato amministratori e sindaci dei vari dipartimenti colombiani per annunciare che «A partire dalla prossima settimana lancerò un dialogo nazionale per rafforzare l’attuale agenda delle politiche sociali, lavorando in modo unitario con una visione di medio e lungo termine che ci permetterà di colmare le lacune sociali. [..] Ci sono molti giovani in Colombia con frustrazioni, chi vuole studiare, chi vuole un’occupazione, e il nostro compito è quello di costruire questi meccanismi e queste opportunità ascoltandoli».

La sindaca di Bogotá ha affermato che «estendere ciò (il dialogo nazionale, ndr) fino a marzo è un po’ tardi. Credo anche che il popolo in strada stia chiedendo per azioni immediate e appropriate, e questo non dura tre mesi. Direi anche che, con tutto rispetto, tre mesi non resisteranno».

Le proteste continuano. Studenti, indigeni e sindacati parteciperanno ad altre giornate di protesta indette per queste settimane, con l’obiettivo di non lasciare la presa sul presidente. Intanto, oltre ai numerosi feriti degli scontri che hanno particolarmente interessato Bogotá, tre poliziotti sono rimasti uccisi e altri sette feriti in un attacco nella regione di Cauca, nella città di Santander de Quilichao. Il destino della presidenza Duque è incerto, stretto tra le numerose richieste dei partecipanti allo sciopero nazionale, in un paese dove le ombre dei gruppi armati, dei paramilitari e dei narcotrafficanti rimangono e affiancano problemi atavici come la diffusa corruzione, la povertà e la repressione delle comunità indigene in ogni parte della Colombia.

Di seguito alcune foto scattate durante la marcia svoltasi a Cartagena de Indias giovedì 21 novembre. La marcia si è svolta in modo pacifico fino a quando il corteo ha provato ad uscire dal percorso autorizzato, portando la polizia ad usare dei lacrimogeni per fermare i manifestanti.


Fotografie di Davide Renda

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