Niente Brexit ad Halloween

Di Francesco Puleo – Se l’ultima bozza di accordo per la Brexit avesse ricevuto l’approvazione del Parlamento britannico, oggi il Regno Unito sarebbe ufficialmente fuori dall’Unione Europea. Le opzioni erano due: un’uscita ordinata attraverso successivi round di negoziati o un’uscita senza accordo, con tutte le conseguenze che una scelta del genere avrebbe comportato in termini di instabilità economica e politica. Non erano pochi i pronostici sugli scenari apocalittici di un No deal: file infinite alla dogana, carenze di medicine e beni di prima necessità, persino scontri di piazzi tra brexiters e remainers.

Nulla di tutto questo accadrà oggi. Forse l’anno prossimo. Qualcuno immagina che il dibattito sulla Brexit non finirà mai e che nel 2192 i nostri tris-nipoti assisteranno al rituale della richiesta da parte del governo britannico di un’estensione della Brexit di altri tre mesi, ignorando le origini storiche di questa lunga tradizione.

Sta di fatto che dopo un mese di discussioni in parlamento, di emendamenti e contro-emendamenti e di negoziati con il Consiglio europeo, al momento non c’è un accordo. Si è deciso di non decidere. Nel frattempo, il Regno Unito si prepara ad elezioni anticipate e ad una campagna elettorale in cui la Brexit continuerà ad essere il principale oggetto di scontro tra conservatori e laburisti. Le elezioni sono previste per il 12 dicembre, dopodiché il Regno Unito avrà poco più di un mese di tempo per decidere del suo destino.

Ricostruire nel dettaglio i fatti accaduti nell’ultimo mese è un esercizio faticoso, al limite dell’impossibile. E alla fine del racconto, la classe politica britannica ne uscirebbe probabilmente con un ritratto a dir poco impietoso.

L’ultima fase dello scontro è iniziata dopo che la sospensione del Parlamento, voluta e ottenuta dal premier Boris Johnson il 28 agosto scorso, è stata annullata da una sentenza della Corte suprema britannica del 25 settembre. La speranza di Johnson era quella di bloccare ulteriormente i lavori del Parlamento e traghettare il paese verso il No deal, ovvero verso un’uscita senza accordo. Il suo sogno si è infranto ma da quel giorno è iniziato un tira e molla surreale tra governo, parlamento e istituzioni europee.

Il 2 ottobre Johnson ha presentato una nuova bozza di accordo al suo partito, da sottoporre all’Unione Europea: un’offerta finale, come unica alternativa al No deal. Make it or break it. L’obiettivo era quello di rimuovere l’ostacolo più grande, quello che ha costretto persino Theresa May ad arrendersi: il backstop. In soldoni, il backstop è una clausola contenuta nella prima bozza di accordo con l’Europa che serve ad evitare la ricostruzione di un confine rigido tra Irlanda e Irlanda del Nord, nel caso in cui non si riuscisse a trovare una soluzione condivisa sul rapporto tra Irlanda e Irlanda del Nord nei mesi di negoziati successivi all’approvazione della Brexit. In questo caso, si prevede che tutto il Regno Unito (Irlanda del Nord compresa) resti nell’unione doganale. Una clausola di garanzia che, secondo i nordirlandesi del DUP alleati al governo, impedirebbe una Brexit vera e propria per l’Irlanda del Nord, anche perché per modificarla servirebbe un accordo bilaterale con l’Europa.

Johnson sperava di aggirare l’ostacolo in modo tanto semplice quanto radicale: rimuovere il backstop, ovvero istituire un confine rigido tra Irlanda e Irlanda del Nord alla fine di un periodo di transizione successivo all’accordo.

Boris Johnson e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker

Il 17 ottobre, il Consiglio europeo ha approvato la richiesta di Johnson. A quel punto, la palla è passata al Parlamento britannico, che in una seduta straordinaria tenuta di sabato ha discusso la proposta di accordo e l’ha bocciata. Come? Approvando un emendamento (l’emendamento Letwin) in base al quale l’approvazione dell’accordo era subordinata alla previa approvazione delle leggi attuative dell’accordo stesso. Lo scopo era quello di impedire l’approvazione della Brexit entro il 19 ottobre, in modo tale che entrasse in vigore automaticamente il Benn Act: un emendamento votato a settembre che prevedeva l’obbligo per il governo di chiedere un’estensione della Brexit al 30 gennaio 2020, nel caso in cui l’accordo non fosse stato approvato entro quella data.

Ovviamente, non è finita qui. Dopo la bocciatura dell’accordo, il premier Johnson ha presentato una lettera non firmata in cui chiedeva l’approvazione del rinvio della Brexit votato dal Parlamento e una seconda lettera (firmata) in cui affermava che il rinvio sarebbe stato un errore, ovvero in cui diceva sostanzialmente di non credere alla prima.

Alla fine, dopo altre votazioni in Parlamento che non hanno portato ad alcun risultato concreto e vari incontri a Bruxelles, il 28 ottobre il Consiglio europeo ha approvato l’estensione della Brexit al 31 gennaio 2020. Il giorno dopo, il Parlamento ha approvato l’accordo per andare ad elezioni anticipate.

Il futuro del Regno Unito e della Brexit dipende dall’esito di queste elezioni. Ma non è detto che un nuovo governo riuscirà a risolvere la crisi politica più pazza del mondo. Verrebbe da citare Alda Merini, quando diceva che “anche la follia merita i suoi applausi”. Se non fosse che a pagare le conseguenze di questo spettacolo sono i cittadini e le cittadine del Regno Unito.


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