Chi è Boris Johnson?

Di Francesco Puleo – Alexander Boris de Pfeffel Johnson, per gli inglesi semplicemente Boris o “BoJo”, ha inaspettatamente conquistato il ruolo di primo ministro del Regno Unito, in seguito alle dimissioni dello scorso 7 giugno di Theresa May e dopo avere sconfitto il suo rivale Jeremy Hunt nella lotta interna per la leadership dei Tories (il partito conservatore). In pochi, fino a qualche anno fa, avrebbero scommesso su Johnson, forse nemmeno lui stesso: «Ho tante probabilità di diventare primo ministro quanto quelle di essere decapitato da un frisbee o di trovare Elvis», diceva nel lontano 2003 agli alunni di una scuola del suo collegio elettorale.

In quel momento, tuttavia, era solo all’inizio della sua carriera politica. Nato a New York nel 1964 da una famiglia dell’alta borghesia inglese, dopo avere frequentato due tra i più prestigiosi college britannici (Eton e Oxford) e avere conseguito una laurea in Lettere Classiche, lavora come corrispondente da Bruxelles per il Daily Telegraph. Svolge la sua attività giornalistica al Telegraph fino al 1999, per poi passare a The Spectator, in cui ricopre il ruolo di direttore. Sin dai suoi primi articoli, si contraddistingue per una forte vena euroscettica, esercitando una notevole influenza soprattutto sulla parte conservatrice dell’opinione pubblica del Regno Unito.

Ed è proprio tra le fila dei conservatori che inizia la sua carriera politica, prima come parlamentare nel 2001 e poi, a sorpresa di molti, come sindaco di Londra, che governa per due mandati consecutivi rispettivamente nel 2008 e nel 2012. Successivamente è nominato Ministro degli Esteri da Theresa May nel 2016, incarico che lascia dopo due anni in polemica per l’atteggiamento tenuto dall’allora primo ministro sulla Brexit, del quale lui è un convinto sostenitore.

Gli ultimi dieci anni sono quelli della sua consacrazione come personaggio di spicco della politica britannica, non solo per il suo operato da amministratore e da ministro ma anche e soprattutto per la costruzione della sua immagine pubblica: Boris Johnson diventa una vera e propria maschera, tra foto che lo ritraggono intento a giocare a tennis o al tiro alla fune con espressioni degne di un clown e battute sempre più irriverenti, ben oltre i limiti del politically correct. Tra le altre, vale la pena citare quella per cui «votare i Tories farà crescere il seno delle vostre mogli e aumenterà le possibilità di possedere una BMW» e un’altra su Barack Obama, accusato di avere un’antipatia ancestrale nei confronti del Regno Unito perché «mezzo keniano».

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Tuttavia è bene non esagerare i parallelismi con altri rappresentanti della destra “sovranista” nel mondo. Al netto dell’allergia alle pose da uomo delle istituzioni, Boris Johnson infatti non è un self-made man sul modello di Berlusconi o di Trump né un “uomo del popolo” come Salvini: la sua vena aristocratica traspare dai suoi libri e dalla sua indubbia ars oratoria, oltre che dalla sua passione per i vini italiani. Un prodotto della società inglese, qualcosa a cui noi italiani non siamo abituati dal momento che, almeno da trent’anni a questa parte, tendiamo inconsciamente ad associare la figura dell’intellettuale ad una certa postura morale (talvolta moralista) tipica del progressismo piuttosto che della destra, con l’unica eccezione di Vittorio Sgarbi.

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Al di là delle riflessioni antropologiche, ciò su cui occorre riflettere resta il dato politico: cosa farà Boris Johnson ora che è primo ministro? Il vero nodo da sciogliere è, ovviamente, quello della Brexit. Sia nel suo discorso di insediamento a Downing Street del 24 luglio che nel suo primo intervento da primo ministro alla Camera dei Comuni, Johnson ha infatti dichiarato che la Brexit si farà, con o senza accordo, entro la data prevista del 31 Ottobre. Ed è proprio la prospettiva del No Deal, ovvero di un’uscita senza accordo dall’Unione Europea, a suscitare non pochi mal di pancia anche all’interno del suo stesso partito, tanto da mettere a rischio la tenuta della maggioranza.

Non a caso, alcuni analisti avanzano l’ipotesi di elezioni anticipate a ottobre, la data più vicina possibile in base alle leggi del Regno, a solo una settimana di distanza dalla scadenza per la Brexit. Dal canto suo, il leader dell’opposizione Jeremy Corbyn ha affermato ieri di essere pronto ad affrontare la sfida elettorale: una scelta chiara, per quanto non del tutto prevedibile e al netto della spaccatura interna alla sinistra tra favorevoli e contrari alla Brexit. Johnson ha escluso categoricamente l’ipotesi di elezioni anticipate, che rischiano di pregiudicare il suo impegno per ottenere l’uscita dall’Unione Europea dopo più di tre anni di negoziati. Di sicuro, e indipendentemente da una campagna elettorale che potrebbe iniziare già nelle prossime settimane, ne vedremo delle belle.


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