In Italia “l’economia zero” (ma al Sud è anche peggio)

Di Francesco Paolo Marco Leti – “Nel secondo trimestre del 2019 si stima che il prodotto interno lordo (Pil), espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2010, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, sia rimasto stazionario sia rispetto al trimestre precedente, sia nei confronti del secondo trimestre del 2018” .

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Questo è il lapidario inizio del comunicato stampa dell’Istituto nazionale di statistica (Istat), circa l’andamento del Pil nel secondo trimestre di quest’anno. A peggiorare ulteriormente il quadro è l’ultima frase del comunicato: La variazione acquisita per il 2019 risulta nulla. Al momento, quindi, il nostro Paese non solo ha una crescita zero su base trimestrale ma, salvo miglioramenti inattesi negli ultimi due trimestri, si prevede una crescita vicina allo zero per il 2019. L’intera economia italiana è, quindi, bloccata: è ferma la spesa per investimenti, quella della Pubblica Amministrazione (PA), i consumi e anche la componente delle esportazioni. Con questi chiari di luna, una crescita anche dello 0,1-0,2 per cento per l’anno 2019 sarebbe un miracolo.

La stagnazione del Pil è anche figlia dei dati elencati dall’Istat sulla produzione industriale, che mostrano, per il mese di giugno, un calo dello 0,2 per cento sul mese precedente e ben dell’1,2% sullo scorso anno. Anche a livello trimestrale è presente una riduzione dello 0,7% rispetto al mese precedente. Alcuni settori presentano dati addirittura preoccupanti: “Le flessioni più ampie si registrano nella fabbricazione di mezzi di trasporto (-7,6%), nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-7,1%) e nelle attività estrattive (-5,6%)”.

Non buoni sono, inoltre, i dati sull’occupazione, anche se, ad un occhio poco attento, potrebbero sembrare favorevoli. In particolare, la crescita della stessa e la diminuzione della disoccupazione sono imputabili ad un restringimento della torta complessiva della forza lavoro: nei dati sono in calo sia gli occupati, sia i disoccupati, sia gli inattivi. In pratica, si è verificato un restringimento della forza lavoro che fa apparire il numero degli occupati perlopiù stabile, anche se con una riduzione di 6000 unità più pesante rispetto ai dati precedenti. Quello che sembrano mostrare i dati è una forte incidenza del fattore demografico, legato all’invecchiamento della popolazione, che restringe il denominatore del rapporto.

È importante sottolineare che, per una comprensione migliore del mondo lavorativo, sarebbe opportuno incrociare i dati presentati dall’Istat con quelli della cassa integrazione che provengono dall’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS). I percettori di sussidio provenienti dalla cassa integrazione, infatti, risultano a tutti gli effetti occupati nelle statistiche Istat e questo potrebbe distorcere i dati in questione. Quelli relativi all’INPS sono altrettanto impietosi: a fronte di un calo rispetto all’anno precedente del 17,2% nella cassa integrazione ordinaria (CIGO), esplodono sia quella straordinaria (CIGS), con una crescita del 99,8%, sia quella in deroga (CIGD) con una crescita del 461,7%. Numeri che preoccupano molto circa lo stato di salute della nostra economia.

I dati peggiori sono quelli presentati nel Rapporto Svimez che analizza la situazione economica del Mezzogiorno. Secondo l’Istituto, il Pil nel 2019 dovrebbe essere in calo al Sud dello 0,3 per cento, a fronte di una crescita al Nord dello 0,3. Una recessione a tutti gli effetti e un nuovo divario del tessuto economico nazionale. A peggiorare questi dati, vi sono quelli sulla fortissima emigrazione dal Mezzogiorno verso il Settentrione e l’estero, che impoverisce enormemente il territorio anche a causa dell’elevato livello di istruzione dei partenti. Il quadro diventa ancora più fosco se consideriamo che anche numericamente la popolazione del Sud è in calo, e neanche con l’apporto dell’immigrazione è possibile rovesciare il quadro. Il dato più negativo è il crollo degli investimenti pubblici, necessari per lo sviluppo del territorio.

Una stima interessante, invece, è quella sul numero dei posti di lavoro essenziali per restringere il gap col Nord: ebbene, secondo Svimez, ammonterebbe a ben 3 milioni al Sud. Ancora peggiore è il livello delle infrastrutture sociali, come la scuola, gli ospedali e soprattutto nella cura degli anziani, settori nei quali viene indicata la necessità di un “piano straordinario di investimenti” per provare a ridurre il gap. Il Rapporto, infine, lancia un pesante monito sulla prossima finanziaria, sottolineando come l’impatto di una misura, quale l’aumento dell’imposta sul valore aggiunto (Iva), avrebbe un’incidenza maggiore sull’economia meridionale, nonostante l’effetto benefico del reddito di cittadinanza.

Questa condizione di stagnazione economica non sembra di facile superamento per il Paese, nel suo complesso, e per il Sud, in particolare. Le misure messe in campo dal Governo, quali il decreto “Crescita” e lo “Sblocca-cantieri”, non sembrano assicurare il propellente adeguato a una resurrezione della domanda interna, rimasta pressoché anemica anche con il Reddito di Cittadinanza, che aveva un peso economico, dal punto di vista delle risorse impiegate, molto più corposo. Neanche per le esportazioni le prospettive sono rosee: il traino tedesco è assente e questo causa parecchi problemi al nostro tessuto manifatturiero; le tensioni commerciali fra Cina e Stati Uniti continuano in un climax che non vede una soluzione durevole; lo spauracchio della Hard Brexit sembra essersi rafforzato con l’ingresso di Boris Johnson a Downing Street. L’unico fattore favorevole consiste nell’adozione di politiche monetarie permissive sui due lati dell’Oceano Atlantico, sperando che stimolino realmente la domanda interna e non siano solo il nascere di una guerra valutaria, a base di deprezzamenti, sotto mentite spoglie.

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Sembra, in sintesi, che quello “zero” difficilmente verrà modificato nell’arco di quest’anno e ciò avrà sicuramente un impatto sulla prossima legge di bilancio, nella quale le risorse saranno limitate. Si può solo sperare che il Governo si concentri più su una politica del fare che su una politica del dire, intrisa di polemiche che lo scorso autunno hanno portato a fiammate dello spread, con un impatto negativo sulla crescita del Paese e con il serio rischio di far deragliare definitivamente la nostra economia.


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