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La vittoria di Joe Biden. Chi esulta in Europa?

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Chi ha vinto e chi ha perso tra i leader europei, dopo l’elezione di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti.


Dopo la vittoria di Joe Biden alle presidenziali americane, l’«America first» del discorso inaugurale di Donald Trump (2017) sembra ormai un lontano ricordo, anche per alcuni leader europei. Negli ultimi quattro anni, l’idea isolazionista del primato americano ha più volte rischiato di incrinare i rapporti consolidati con alcune delle più grandi potenze europee, che adesso – almeno sulla carta – possono tornare a guardare all’America come al “solito” partner strategico.

Dalla Seconda Guerra Mondiale, infatti, probabilmente nessun presidente degli Stati Uniti aveva così tanto disprezzato i leader europei, minacciato l’impegno all’interno della NATO, elogiato dittatori e movimenti populisti, sostenuto apertamente la Brexit e introdotto sanzioni sulle importazioni dei prodotti d’oltreoceano.

Rovesciare l’approccio isolazionista e tornare a dare priorità ai “partner democratici” dovrebbero dunque essere gli obiettivi al centro della nuova politica estera americana. Già in campagna elettorale, il neo presidente aveva chiarito di volersi impegnare a smorzare le tensioni e a ricucire i rapporti con il vecchio continente, rassicurando gli alleati della NATO con lo slogan «America is back». Per questo, adesso che l’«America è (ufficialmente) tornata», a esultare in Europa non possono che essere i leader di Germania e Francia, Angela Merkel ed Emmanuel Macron

Sebbene, prima delle elezioni, non si sia ufficialmente espressa (in linea con il suo stile diplomatico, ma anche con le indicazioni della Commissione europea, che aveva invitato i Capi di Stato e di governo a non schierarsi), è abbastanza noto come la cancelliera tedesca non abbia mai simpatizzato più di tanto per l’arroganza di Trump e per le sue politiche nazionaliste. Anche Trump, del resto, non ha mancato in questi anni di esternare il suo disprezzo per la cancelliera tedesca, sottraendosi a strette di mano e dichiarando, nelle ultime settimane, che la Germania avrebbe voluto «sbarazzarsi» di lui.

I motivi per cui Merkel dovrebbe “festeggiare”, però, non sono solamente di carattere “personale”. Non c’è dubbio, infatti, che la stabilità e la forza della Germania dipendano dalla solidità delle relazioni transatlantiche, sia in ambito economico che della sicurezza; relazioni che in questi anni Trump ha in più occasioni compromesso. La guerra commerciale contro le case automobilistiche tedesche e il dietrofront degli Stati Uniti da alcune organizzazioni multilaterali hanno preoccupato non poco Merkel. È dunque probabile che con la presidenza Biden, almeno rispetto a tali questioni, Berlino possa dormire sonni più tranquilli. 

Con Joe Biden alla Casa Bianca, anche Macron può alzare in alto il calice. Se in un primo momento il presidente francese aveva cercato di fare breccia nel cuore di Trump, l’intesa tra Francia e Usa era andata progressivamente a scemare, a partire dalle ritorsioni dell’ex presidente contro la decisione dei francesi di tassare i colossi della tecnologia americana, come Apple, Facebook, Amazon e Google (l’introduzione di dazi punitivi su formaggio e vino francesi, ne sono stati un esempio), fino all’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano e da quello sul clima (uscite che in più occasioni Macron aveva tentato di scongiurare).

Con la vittoria di Biden, Macron ha la possibilità di “portare a casa” numerose vittorie, sia a livello nazionale che internazionale: una maggiore tranquillità sul fronte commerciale; il rafforzamento delle organizzazioni multilaterali tra cui l’Organizzazione mondiale del commercio e l’Organizzazione mondiale della sanità; il rilancio, con l’aiuto degli States, dell’accordo con l’Iran e la ripresa dei negoziati sul clima sotto l’egida delle Nazioni Unite. Un altro mandato repubblicano avrebbe potuto di gran lunga compromettere l’ambizione della Francia di giocare un ruolo chiave nel dibattito internazionale.

Con la sconfitta di Trump, a vincere è stata anche la leader danese Mette Frederiksen, che lo scorso anno aveva definito “assurda” l’idea dell’allora presidente americano di acquistare la Groenlandia, territorio artico autonomo del Regno di Danimarca. Sebbene i due leader si siano successivamente chiariti, senza la “campagna acquisti” americana, anche la Danimarca può tornare serena.

Con la vittoria di Biden, poco da esultare hanno invece gli “amici” europei di Trump. Dal premier ungherese Victor Orbán ai primi ministri di Polonia e Slovenia, Mateusz Morawiecki e Janez Janša, che in questi anni si sono trovati d’accordo con la politica sovranista del presidente repubblicano uscente: sono loro gli sconfitti europei della tornata elettorale americana.

Una buona dose di populismo, anti-europeismo e politiche anti-immigrazione ha in questi anni legato i governanti di Polonia e Ungheria all’America di Trump che, da parte sua, non ha mai fatto mancare sostegno, “cortesia” e “ospitalità”. Nel 2017, il leader repubblicano ha visitato la Polonia, mentre ad agosto di quest’anno ha ospitato a Washington il presidente polacco Andrzej Duda (il primo Capo di Stato a essere accolto alla Casa Bianca, dopo la crisi da Coronavirus).

Nel 2019, Orbán è stato il primo ungherese ospite della Casa Bianca. In quella sede, Trump si era complimentato con il primo ministro per il suo «lavoro eccezionale» nelle politiche contro i migranti, criticando le accuse mosse dalle istituzioni dell’UE sul regresso democratico in Ungheria. Per questo, non ha sorpreso che Orban – unico leader europeo ad aver appoggiato Trump nel 2016 – abbia espresso pieno sostegno alla sua rielezione, e che lo stesso abbia fatto il primo ministro sloveno Janez Janša (ad oggi il solo capo di governo del mondo a essersi congratulato con Trump e non con Biden). Benché ancora non si sappia come Biden intenda concretamente muoversi dopo l’insediamento, almeno allo stato attuale, Ungheria, Polonia e Slovenia non potranno certo attendersi rapporti facili e distesi con la nuova amministrazione americana.

A “stappare” per la vittoria di Biden, non è stato neppure Boris Johnson. Il premier britannico, ancora alla ricerca di un accordo post-Brexit, aveva trovato in Trump un grande alleato della causa antieuropeista. Il leader repubblicano aveva promesso a Johnson un rapido accordo commerciale con gli USA, mentre Biden, che assieme al Partito Democratico (e Barack Obama in primis) si era opposto all’uscita del Regno Unito dall’UE, ha minacciato che non ci sarà alcun patto commerciale se il premier britannico verrà meno all’accordo di recesso sul confine irlandese (il neo presidente ha origini irlandesi: un accordo sulla Brexit che metta in pericolo la pace tra Irlanda e Irlanda del Nord non sarebbe ben visto dall’America). Secondo alcuni, senza l’alleato americano, Johnson potrebbe addirittura rinunciare a perseguire un’uscita senza accordo. Quel che è certo, ad oggi, è che il Regno Unito non potrà esimersi dal coltivare ostinatamente i rapporti con il nuovo presidente americano, per ottenere la fiducia (indispensabile) degli Stati Uniti.

E l’Italia? Per quanto non si possa annoverare tra i vincitori acclarati, il Belpaese non può dirsi neppure un “vinto”. Se inizialmente potrebbero non vedersi grandi differenze, con l’elezione di Biden alla presidenza degli USA, l’Italia dovrebbe, nel lungo periodo, poter ritrovare un’amica di vecchia data. Checché ne dicano Meloni e Salvini – apertamente schierati a favore di Trump, con tanto di mascherina a tema – la nuova politica estera americana, basata più sulla diplomazia e l’intelligence che sui rapporti personali con i leader autoritari o populisti, meglio dovrebbe addirsi ai valori di libertà, giustizia e democrazia, cristallizzati nella Costituzione italiana.

Nel messaggio inviato a Biden subito dopo la sua vittoria, anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è detto certo che, sotto questa Presidenza, «Stati Uniti e Italia – e l’intera Unione Europea – potranno ulteriormente consolidare i legami di profonda e radicata amicizia, nel nome dei comuni valori di libertà, giustizia, democrazia, che li uniscono. Una vicinanza che si consolida in ogni ambito, bilaterale e multilaterale, attraverso una collaborazione multiforme – favorita anche dalla straordinaria opera della numerosa comunità di origine italiana – e tesa a promuovere i valori della sicurezza e della stabilità internazionale, dello sviluppo economico e del progresso sociale, in una prospettiva convintamente transatlantica». 

Insomma, benché gli analisti avvertano che le relazioni transatlantiche non saranno così semplici come alcuni pensano, almeno al momento, con la vittoria di Biden, anche in Europa la democrazia può tirare un sospiro di sollievo. 


 
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Martina Sardo

Racalmutese dal 1994. Dopo la laurea in legge, ho avviato la pratica forense in diritto dell’immigrazione, senza però rinunciare all’altra mia grande passione: il giornalismo.

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