Waiting for Godot

Di Francesco Paolo Marco Leti – Negli ultimi anni, i Paesi economicamente avanzati presentano un quadro affascinante: nonostante siano cresciuti sotto tale profilo, a livelli anche importanti, non si rintracciano, al loro interno, le usuali “fiammate” inflattive che si accompagnano a periodi di crescita prolungata.

La situazione, al contrario, sembra essersi cristallizzata in una sorta di stasi deflattiva dalla quale sia l’inflazione nel suo complesso, sia quella di fondo, difficilmente riescono a spostarsi. Nel nostro Paese tale scenario continua ininterrottamente dall’introduzione della moneta unica, dopo l’iniziale fiammata inflattiva sulla cui presenza la letteratura economica, tuttavia, non è ancora del tutto concorde. A livello europeo, la situazione è pressoché identica: non si vedono in alcun caso fiammate inflazionistiche; al contrario, la Banca Centrale Europea (BCE), guardiano della stabilità dei prezzi nel panorama comunitario, ha dovuto mettere in campo misure atte a fare risalire l’inflazione fino al tasso “sano” del 2%.

La situazione negli Stati Uniti è pressoché simile a quella europea, con qualche anomalia sotto determinati aspetti: essa presenta tassi di crescita superiori a quelli comunitari, quindi dovrebbe presentare livelli inflattivi superiori; al contrario, si caratterizza per un tasso in linea con quello europeo. Il Giappone presenta una situazione fortemente deflattiva, nonostante la Banca Centrale Giapponese abbia messo in campo stimoli anche più profondi rispetto a quelli degli altri Paesi occidentali. Tale contesto, peraltro, non dovrebbe variare nel breve periodo: l’analisi fatta dalla BCE per un arco temporale di 10 anni (5y5y) indica come vi sia il rischio di un ulteriore abbattimento dell’inflazione che sfiorerebbe un tasso dell’1% annuo.

Quali le cause? Sicuramente una è legata al forte invecchiamento della popolazione. Questa, per effetto di tale fenomeno, tende a consumare ed investire di meno, trascinando verso il basso il tasso di inflazione. Una persona anziana è più propensa ad avere una posizione totalmente avversa al rischio e ha un limitato spirito imprenditoriale: mancherebbe, quindi, quella forte spinta innovatrice presente nelle giovani generazioni. All’invecchiamento della popolazione si affianca il peggioramento di queste ultime che, spesso, sono quelle che hanno pagato realmente la crisi, con difficoltà salariali enormi e scarse prospettive di miglioramento.

Ad aggravare ulteriormente il quadro, vi è anche la tendenza ad un deterioramento nella meritocrazia: i giovani sono la sezione della società che più presenta alti livelli di istruzione, frustrati però dalle condizioni economiche generali. Si potrebbe, quindi, andare incontro ad un boomerang: un abbassamento del livello di istruzione delle generazioni in crescita, perché non più considerato decisivo per il miglioramento delle proprie condizioni di vita. Quello che sconforta decisamente è come l’invecchiamento della popolazione, nelle economie avanzate, non sia un fenomeno transitorio e nel medio periodo non si vede come la situazione potrebbe modificarsi, nonostante l’afflusso di giovani immigrati.

Una seconda causa è legata al paradosso dei tassi bassi. Proprio questo basso livello dei tassi permette di sopravvivere ad una serie di imprese inefficienti che, con un aumento degli stessi, verrebbero messe fuori mercato. La presenza di queste imprese inefficienti, al contempo, non consente a quelle più dinamiche di incrementare i prezzi, perché costituiscono, in ogni caso, una forma di concorrenza. Questo comprime – ancora una volta – il livello dei prezzi, trascinando l’inflazione verso il basso.

Un’altra causa, quella probabilmente decisiva, è la compressione salariale che i Paesi occidentali portano avanti da almeno trent’anni. Questa è figlia dell’indebolimento della forza contrattuale dei lavoratori ed ha comportato il fiorire di forme contrattuali sempre più precarie, con un’evidente riduzione dei salari. A ciò si è aggiunto il forte indebolimento dei sindacati, che ha permesso una maggiore libertà d’azione ai datori di lavoro. La globalizzazione ha giocato certamente un ruolo in questo campo, con lo sviluppo di catene del valore internazionali che tendono a comprimere i salari per mantenere bassi e competitivi i prezzi: non è un caso che alcuni autori si riferiscano al fenomeno chiamandolo “amazonification”.

Stabilimento Amazon in Nevada, Usa – Da Il Sole 24 Ore

Il crollo dell’inflazione ha avuto qualche effetto benefico sui tassi di interesse del nostro debito pubblico, che è sceso in modo parallelo al calo dell’inflazione. Di recente, le dichiarazioni del Presidente della BCE, Mario Draghi, circa un “allentamento” del vincolo statutario del 2% dell’inflazione, con l’utilizzo di strumenti sempre più aggressivi per provocarne un aumento, ha visto diminuire il tasso di rendimento dei nostri titoli, con lo spread che, dopo parecchi mesi, è sceso sotto i 200 punti. Questo piccolo sollievo non basta, però, a considerare in modo favorevole l’assenza di un tasso di inflazione adeguato, sparito da così lungo tempo e del quale si agogna un ritorno. Forse le rivoluzionarie misure di politica monetaria prospettate dalle autorità competenti riusciranno a risolvere il problema o, forse, sarà necessario porre un freno alla compressione salariale imperante. Quello che è certo è che l’inflazione somiglia sempre più al Godot di Samuel Beckett, che si ostina a non apparire per quanto sia atteso.


Copertina da CBS News

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