Come muore un giornalista

Di Giusy Monforte – Il 2 ottobre alle ore 13:00 il giornalista Jamal Kashoggi, 59 anni, si reca al Consolato saudita di Instanbul per richiedere il certificato di matrimonio. La fidanzata, che l’avrebbe accompagnato fino all’ingresso, dichiara di averlo atteso per ore prima di denunciarne la scomparsa alle autorità.

Jamal Kashoggi aveva assunto in diverse occasioni posizioni molto critiche sulla famiglia reale saudita e, dall’anno scorso, si trovava in esilio negli Stati uniti. Di recente il Washigton Post aveva pubblicato un articolo in cui Jamal manifestava forti perplessità sulle conseguenze dell’intervento armato in Yemen, sia in merito ai costi delle operazioni, che agli aspetti etici, definiti dallo stesso ben lontani «dall’etica musulmana».

Sulla scomparsa del giornalista sono emerse diverse ipotesi che hanno acceso i riflettori su Riad . Il quotidiano turco Yeni Shafak sostiene che Jamal Kashoggi sia stato torturato e rivela, inoltre, l’esistenza di un audio in cui si sentirebbe il console chiedere a qualcuno di «risolvere la faccenda fuori dal consolato». Altre fonti turche rivelano che si stanno setacciando i terreni poco lontano da Instabul, in quanto esiste il sospetto che i resti del corpo siano stati occultati nel bosco. Mentre si cercano le prove, che confermerebbero l’ipotesi degli inquirenti, sono state svolte anche due indagini nell’abitazione del console Mohammed Al Otaibi, che nel frattempo ha lasciato la Turchia per rientrare in Arabia Saudita.

gazetariIl quotidiano Hurryiet ha scritto che gli inquirenti condividono l’idea che Khashoggi sia stato torturato e ucciso da una squadra di agenti sauditi all’interno del consolato, dove sono state trovate tracce di pittura fresca e alcune scatole che attualmente sono nelle mani della polizia scientifica. L’Arabia Saudita si è inizialmente dichiarata estranea ai fatti, fino a venerdì 19 ottobre quando ha ammesso che il giornalista è rimasto vittima di una colluttazione, all’interno del consolato, dopo un interrogatorio andato male.

In seguito a questa dichiarazione ha immediatamente provveduto ad arrestare 18 persone e a licenziare il vice capo dell’intelligence, il generale Ahmed al Assiri, e Saud al Qahtani, un collaboratore del principe Mohammed bin Salman. I due, secondo la versione ufficiale di Riad avrebbero agito di propria iniziativa, tuttavia il governo turco e i giornali spingono verso la versione che l’esecuzione sia partita dalla  famiglia reale, sia per lo stretto legame delle persone indiziate con quest’ultima, sia per altri elementi emersi. Alcuni quotidiani, infatti, tra cui Hurryiet, hanno evidenziato che era stato chiesto a 28 funzionari turchi di non recarsi al consolato il 2 ottobre per assolvere altri impegni istituzionali, circostanza che pur non costituendo una prova di colpevolezza resta comunque sospetta.

Questa vicenda, in ogni caso, va ad incrinare le relazioni già alquanto tese tra la Turchia e l’Arabia Saudita che si trovano in due posizioni antagoniste su diverse questioni. Riad non vede di buon occhio la vicinanza della Turchia con i Fratelli Musulmani e l’Iran, tanto che lo stesso principe ereditario, Mohammed bin Salman, ha dichiarato durante un’intervista che la Turchia appartiene al triangolo del male. Ricordiamo, inoltre, che lo scorso anno, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto avevano imposto un embargo al Qatar, dopo aver mosso nei suoi confronti l’accusa di finanziare il terrorismo. Al tentativo di Riad, di isolare Doha, corrisponde invece un atteggiamento amichevole di Ankara che intrattiene con quest’ultima relazioni sia economiche che militari.

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Mohamed bin Salman e Donald Trump

Ovviamente all’interno dello scacchiere non possono mancare gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Il senatore repubblicano Lindsey Graham, nonostante sia vicino a Trump aveva inizialmente annunciato di voler sanzionare Riad. Tuttavia gli Stati Uniti, nei giorni successivi, hanno abbassato i toni mostrando anche un certo scetticismo verso la reale e diretta responsabilità della Monarchia saudita. Il Presidente Trump si è anzi espresso a favore della ricostruzione fornita da Mohammed bin Salman, definendola credibile.

Reazioni opposte sono giunte dai leader politici europei e dall’alta rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri, Federica Mogherini, che hanno giudicato negativamente la versione fornita dall’Arabia Saudita e hanno mostrato anche un certo scetticismo verso l’atteggiamento “paterno” degli USA.

Oltre agli aspetti diplomatici l’accaduto pone al centro dell’attenzione il tema della libertà di stampa. Lo stesso Jamal Kashoggi – in un articolo scritto poco prima di morire e pubblicato in questi giorni sul Washigton Post – aveva denunciato che nel rapporto Freedom in the World l’unico Paese arabo che si è aggiudicato il titolo di libero è la Tunisia, mentre risultano assenti tutti gli altri ad esclusione di Giordania, Marocco e Kuwait che sono stati classificati come parzialmente liberi.

Una situazione preoccupante che rende sempre più difficile la costruzione di quella società araba democratica, a cui molti auspicano, in grado allo stesso tempo di non snaturarsi, restando fedele alle proprie origini culturali.


 

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