La Tunisia a dieci anni dalla rivoluzione: tra venti di cambiamento e incertezze

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“Pane, libertà e dignità!”: dieci anni dopo l’inizio della rivoluzione tunisina del 17 dicembre 2010, cosa è rimasto delle parole rivendicate nelle piazze?


Il 17 dicembre 2010, in Tunisia cominciava quello che sarebbe presto stato sperimentato in altri Paesi della regione: un movimento di sollevazione popolare contro l’oppressione dei regimi, la corruzione, le violazioni dei diritti umani, la crisi socio-economica, la povertà e la fame.

Le “primavere arabe” hanno smosso il Medioriente, il Nordafrica e l’Africa Occidentale  dalla fine del 2010 e per tutto il 2011, a partire proprio dalla Tunisia, scintilla che ha riacceso il Maghreb, punto di partenza della lunga ondata di sollevazioni popolari. A seguire anche in Libia, Siria, Iraq, Bahrein, Yemen, Oman, Egitto e Arabia Saudita, i movimenti delle masse hanno reso le rivolte, estemporanee e spesso inascoltate, vere e proprie rivoluzioni. Un evento storico unico nel suo genere.

Il 17 dicembre di dieci anni fa il gesto estremo di Mouhamed Bouazizi, che si diede fuoco davanti il palazzo del governatore di Sidi Bouzid, una piccola località dell’entroterra tunisino, innescò la rivolta in Tunisia, cambiando gli assetti politici del Nordafrica. L’ingiustizia, la fame e l’oppressione di quegli anni si trasformano nel giro di qualche settimana in una sollevazione popolare senza precedenti. 

A questo gesto disperato, purtroppo né il primo e neanche l’ultimo, seguì un movimento di protesta contro la disoccupazione, l’oppressione e l’alto costo della vita in tutto il Paese che culminerà con la caduta del regime di Zine El-Abidine Ben Ali, al potere da 23 anni.

Il 14 gennaio del 2011 cade in Tunisia il muro della paura e dell’oppressione, grazie all’attivazione delle masse che hanno segnato la storia del cambiamento e della rivoluzione. Linfa vitale di questo cambiamento la società civile, i militanti, gli intellettuali, gli studenti e giovani artisti che sognano di esprimersi liberamente, una capillare redistribuzione della ricchezza, la fine dell’oppressione e della tortura, al fine di scardinare l’ineguaglianza sociale e di genere.

Il processo di democratizzazione, che ha permesso la transizione da un regime dittatoriale a uno democratico, è stato avviato con le elezioni della nuova Assemblea Costituente, la promulgazione della Costituzione del 2014, definita tra le più progredite del Mediterraneo e l’istituzione dell’“Instance Vérité et Dignité”, responsabile di indagare su tutte le violazioni di diritti umani a partire dal 1955. A ciò si aggiungono elezioni libere e libertà di espressione, finalmente garantite.

La rivoluzione in ogni caso è un processo che si costruisce e si sviluppa negli anni: il cambiamento politico, giuridico-legale, amministrativo e sociale ha infatti bisogno dei suoi tempi per applicarsi e consolidarsi.

Uno dei problemi principali è stato trasformare il dissenso e le rivendicazioni delle piazze in progetti concreti, trasparenti e sostenibili, da realizzare attraverso una nuova classe dirigente, nuove dinamiche, nuovi ordinamenti e garanzie.

Sebbene celebrata come l’unico successo delle primavere arabe, quella tunisina è una transizione non ancora compiuta. I pilastri della rivoluzione, l’istituzione dello stato di diritto e l’equa condivisione della ricchezza, sono ancora lontani dal potersi ritenere realizzati.

La Tunisia, che dal 1956 al 2011 ha avuto soltanto due presidenti (prima di Ben Ali, Habib Bourghiba ha governato il Paese per trent’anni) presenta un evidente deficit di democrazia. Malgrado il vento di cambiamento, la nuova classe dirigente non si è rivelata idonea ad affrontare la crisi socio-economica nel Paese.

Né la giustizia né l’apparato di sicurezza sono stati sufficientemente riformati e l’economia, da tempo in crisi, rimane sotto il controllo di pochi. Inoltre, durante questo processo di transizione, il Paese ha dovuto affrontare diverse difficoltà di sicurezza rappresentate dall’instabilità politica e di sicurezza nella regione, in particolare per il verificarsi di diversi attacchi terroristici che rappresentano una minaccia per l’attuazione delle riforme necessarie e per soddisfare le richieste popolari. In questo senso, la corruzione e gli abusi di potere sono ancora capillari. Frequentemente, uomini di affare hanno cercato di manipolare la scena politica e mediatica del Paese a loro favore e per puri interessi economici.

L’aumento del tasso di disoccupazione, oggi stimato al 16 per cento, e le difficoltà economiche hanno aumentato i livelli di povertà e di marginalizzazione della popolazione, soprattutto nelle regioni meridionali. Esiste una problematicità legata alla redistribuzione della ricchezza tra le zone costiere e la capitale e tutto il resto del Paese, in particolare il sud e le regioni interne.

La povertà, le disparità tra regioni, l’esclusione sociale, la fragilità della situazione politica e l’alto livello di disoccupazione sono fattori determinanti che spingono sempre più tunisini a lasciare il loro Paese. Solo nel 2020, 12.430 sono i tunisini che hanno lasciato la loro terra raggiungendo l’Italia, un aumento considerevole rispetto agli anni precedenti.

Da uno studio recentemente pubblicato, “Pensée sociale et résonances avec l’extrémisme violent”, emerge che più della metà delle persone intervistate ha esperienze e percezioni negative delle loro condizioni di vita in Tunisia, dello Stato e delle relazioni sociali. In particolare il 73,9 per cento degli intervistati ritiene di non essere ascoltato nel proprio Paese; l’83,1 per cento ritiene che la società tunisina sia disuguale e ingiusta; più dell’80 per cento pensa che lo Stato non avvantaggi i poveri ma favorisca i ricchi.

La Tunisia ha formalmente rivoluzionato le sue istituzioni ma molti dei problemi sociali pre-rivoluzione permangono. Per questo risulta necessario rimettere al centro del dibattito politico le parole chiave della rivoluzione: pane, libertà e dignità. Inoltre, occorre interrogarsi sulla governance tunisina e domandarsi se l’impianto organico attuale, in gran parte ereditato dell’ex potere coloniale francese, sia oggi sostenibile e adatto alla società tunisina.

Stanca, disillusa, affamata, la popolazione tunisina paga ancora oggi il costo della rivoluzione, il costo di una scelta coraggiosa di incredibile cambiamento. Sospesi tra il pessimismo dell’esperienza passata e l’ottimismo della volontà, sono proprio i giovani/e, gli uomini e le donne tunisini/e i custodi della rivoluzione. Coloro che, singolarmente e nei reciproci rimandi, sono fautori di una grande frattura, protagonisti attivi della storia. Su di loro resta il peso di una lenta transizione democratica.

Il contropotere di una forte società civile, attiva già ai tempi del regime di Ben Ali, rappresenta oggi un’eredità storica inestimabile. Unita nel fermento di nuove realtà locali, la società civile oggi è più forte di prima e continua a lottare contro il potere repressivo e le ingiustizie sociali.


Martina Costa

Responsabile di "Stay Human". Laureata magistrale in Cooperazione e Sviluppo, sostengo e lotto per un’informazione libera, la tutela dei diritti umani, la parità di genere e i processi di ristrutturazione sociale dal basso.

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