L’Iraq dalle proteste antigovernative alla guerra contro l’Isis

Di Davide RendaPer il dossier Primavere arabe

Dall’intervento americano al governo di al-Maliki

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Soldati statunitensi in Iraq

Una delle immagini più importanti e forti del nuovo millennio è sicuramente stata l’esecuzione dell’ex leader iracheno Saddam Hussein, il 30 novembre del 2006. Erano passati più di 3 anni dall’intervento promosso da Stati Uniti d’America e Regno Unito, non preceduto da una risoluzione delle Nazioni Unite, intento a deporre il tiranno Saddam Hussein e promuovere una transizione nel paese. L’instabilità dell’Iraq e della regione medio orientale provocata dalla missione militare è perdurata negli anni e sono state mosse dure critiche contro l’intervento, considerando che il pretesto iniziale di esso (il possesso da parte di Saddam Hussein di un arsenale di armi chimiche e armi nucleari) fu dichiarato falso e senza prove evidenti. Il regime di Hussein, tuttavia, era stato caratterizzato per decenni da continue violenze verso la popolazione e calpestamento dei diritti umani, anche se questi fattori non sono stati i presupposti principali dell’intervento militare del 2003. Paul Bremer, a capo dell’Autorità Provvisoria di Coalizione instaurata dopo l’intervento militare per garantire la transizione, fece licenziare l’intera struttura militare irachena comprendente 400 mila elementi; inoltre, vennero licenziati anche dipendenti pubblici iscritti al partito Ba’th, tra cui 40 mila insegnanti di scuola.

Si è osservato, negli anni a seguire, che saranno proprio quegli apparati militari allontanati dal potere a fornire il terreno fertile per la creazione del futuro Stato Islamico dell’Iraq e dell’Isis.

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Nouri al-Maliki

Alle elezioni del dicembre 2005 è l’Alleanza Irachena Unita ad aggiudicarsi la maggioranza dei seggi, ma il primo ministro al-Ja’fari venne rimosso dal suo incarico nell’aprile del 2006, dando spazio ad al-Maliki, designato dal Presidente della Repubblica Jalal Talabani.

 

Le proteste contro il governo

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Protestanti contro il governo iracheno

Dall’inizio dell’intervento americano, l’Iraq è diventato un paese estremamente frammentato e attraversato dall’odio religioso, come dimostrano i continui conflitti (tra cui attentati alle moschee) tra le milizie sunnite e sciite. Ma nel 2011, forte la corruzione dilagante del governo di Nouri al-Maliki, anche l’Iraq fu coinvolto nelle cosiddette primavere arabe, il fenomeno popolare che stava infiammando tutto il nord Africa e il medio oriente. Non è facile paragonare le proteste irachene con le rivolte e le rivoluzioni tunisine, egiziane e siriane, ed è proprio qui che possiamo comprendere come il fenomeno delle primavere arabe sia stato estremamente diversificato.

In un momento di rara convergenza di interessi, migliaia di sciiti, sunniti e cittadini curdi sono scesi nelle piazze delle città irachene per chiedere migliori condizioni di vita, la fine della corruzione, della forte disoccupazione e dell’ingerenza americana nelle politiche del governo iracheno. Tra le richieste al governo sciita di al-Maliki c’era quella di sostituire l’attuale costituzione, considerata corrotta dal volere degli Stati Uniti. Nel febbraio del 2011, la piazza della Liberazione di Baghdad è stata attraversata da proteste antigovernative. Una delle proteste più grandi avvenne a Fallujah, dove vennero uccisi 23 protestanti. Centinaia di persone rimarranno uccise nei continui attacchi tra le forze sunnite e sciite che perdureranno negli anni a seguire. È l’anno finale del ritorno delle truppe americane (composte da decine di migliaia di soldati) che lasciano il territorio iracheno lasciando non pochi gap nel framework istituzionale e militare che gli americani hanno tentato di costruire in quasi un decennio. Le proteste del 2011, nonostante abbiano causato dimissioni come quelle del sindaco di Baghdad, non intaccheranno il potere del governo.

L’Iraq non è più lo stesso: dalla guerra con l’Isis ai giorni nostri

Oltre ai continui conflitti interni, altri elementi che determineranno l’instabilità dell’Iraq e metteranno in discussione i confini del suo territorio sono stati la guerra civile siriana, evoluta dalle proteste iniziate in Siria nel 2011, e la nascita dell’Isis, che riuscirà a conquistare la città di Mosul con la successiva dichiarazione del Califfato il 29 giugno del 2014, che comprendeva parti sia del territorio iracheno che di quello siriano.

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La città distrutta di Mosul

Molti gruppi estremisti, sia siriani che iracheni, hanno deciso di affiliarsi all’Isis, e la sua forza in crescita cominciò a destare una profonda preoccupazione per la comunità internazionale. Sul fronte interno, altrettante preoccupazioni erano presenti nei discorsi delle potenze internazionali sull’instabilità causata dalla marginalizzazione delle forze sunnite del paese, a causa di una politica repressiva di al-Maliki. Proprio per questo motivo, subentrerà come primo ministro Haidar al-Abadi. In risposta alla minaccia posta dallo Stato Islamico, l’Iraq parteciperà alle azioni della coalizione internazionale contro l’Isis, e sarà parte delle forze di intelligence congiunte sotto il nome di RSII (Russia, Siria, Iran, Iraq).

Dal 2015 in poi, l’Isis ha perso le città irachene di Tikrit, Bajii, Sinjar, Ramadi, Fallujah e Mosul nel luglio del 2017, lasciando il califfato senza alcun territorio. Alle elezioni tenute il 12 maggio di quest’anno, ad uscirne vincente è stata la guida religiosa Muqtada al-Sadr, al comando di una forza nazionalista sciita. La sua vittoria è una chiara sconfitta per i rappresentanti che hanno caratterizzato la scena politica irachena negli ultimi anni.


 

 

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