Europa 2017, L’instabilità politica, questa sconosciuta, in quel di Berlino

«Meglio non governare affatto che governare male». Con questa frase lapidaria pronunciata davanti alle telecamere, Christian Lindner, leader dei liberali dell’FDP, ha annunciato il fallimento delle trattative per la formazione del governo di coalizione.

Nessuna “Giamaica” con Cdu-Csu e con i Verdi, a conferma di una generale ritrosia da parte degli altri partiti a coalizzarsi con la Merkel. I precedenti, d’altronde, hanno visto gli alleati di governo della cancelliera, pagarne puntualmente le conseguenze alle successive tornate elettorali. è accaduto due mesi fa con l’Spd e ne sanno qualcosa gli stessi liberali, i quali dopo gli anni passati in coalizione, sono finiti per “sparire” alle elezioni del 2013. Va da sé che, di fronte a una Merkel fortemente ridimensionata dalle urne del 24 settembre, nessun partito voglia fungere da parafulmine o meglio ancora da vittima sacrificale.

Sui liberali, però a pesare è stata, ufficialmente, la distanza sui temi comunitari, sull’economia e sui migranti, come vi avevamo raccontato nelle settimane precedenti. Al punto che, a ben vedere, la rottura è apparsa tutt’altro che un fulmine a ciel sereno. Se non si considera, però, il fatto che si sta parlando della Germania e la “stabilità”, tanto economica quanto politica, era (ed è) un totem. Per questo, quindi, il fallimento delle negoziazioni assume senza dubbio un valore storico per la Repubblica federale tedesca. In primo luogo, perché, diversamente dal passato, di soluzioni alternative non sembrano essercene. Per davvero.

Ne è convinta Angela Merkel, la quale, dopo la ritirata dei liberali, ha da subito rifiutato l’idea di un governo di minoranza, preferendo o quantomeno rassegnandosi all’eventuale ritorno alle urne. Con tutti i rischi del caso, visto che lo stato d’animo di tutti quegli elettori tedeschi che l’hanno voluta “punire” per la sua politica economica e pro-rifugiati potrebbe non essere cambiato.

Il voto, quindi, potrebbe non essere risolutivo. Lo sa il presidente Frank-Walter Steinmeier, il quale infatti ha prontamente richiamato tutti i partiti a un maggior senso di responsabilità. In primis il suo partito, l’Spd che, infatti, dopo settimane di chiusura, si riscoperto disponibile a risedersi al tavolo delle trattative con la Cdu-Csu della Merkel. Da difendere, d’altronde, c’è di più della semplice continuità storica e politica, ossia il proprio ruolo in Europa. L’instabilità governativa rischia di essere (se non lo è già) un pericoloso segno di debolezza verso i partner comunitari, specie per chi, come la Germania, da colosso economico, non ha mancato di riservare moniti, per non dire lezioni, ai paesi storicamente deboli sul fronte della stabilità politica.

Mario Montalbano


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