Brexit sì, Brexit no: i rischi politici del referendum per Cameron

Il primo ministro britannico David Cameron ha mantenuto la promessa, fatta a suo tempo, nel Gennaio 2013, nella sede di Bloomberg a Londra: i sudditi di Sua Maestà avranno finalmente l’occasione, a distanza di quarant’anni dall’ultima consultazione popolare in merito, di esprimersi su un tema così particolarmente sentito, qual è la permanenza o meno del Regno Unito nell’Unione Europea.

La data fissata, il 23 Giugno del 2016, è stata comunicata dal governo conservatore, proprio all’indomani dell’intesa raggiunta, il 19 Febbraio 2016, a Bruxelles tra i 28 leader europei. Un accordo, giunto dopo trentasei ore di frenetiche trattative in seno al Consiglio europeo, alla fine delle quali, si è riusciti a venire a capo di tutti i veti e desiderata dei singoli paesi.

Nonostante forte sia la sensazione che si “sia fatto tanto rumore per nulla”, l’intesa raggiunta sembra accontentare tutte le parti in causa, e in particolar modo, i principali leader europei, che con essa, sperano di aver scongiurato l’uscita di una dei colossi economico-militare dell’Unione Europea, tutelando e, allo stesso tempo, rilanciando l’immagine e la solidità dell’impianto comunitario, anche a costo di lasciare qualche malumore qua e là, a seguito delle concessioni permesse[1].

Lo stesso può dirsi per Cameron? La risposta, da un punto di vista prettamente politico, non può che essere positiva. Nei fatti, però, va detto che le concessioni ottenute non rispecchiano le richieste iniziali, e l’atteggiamento fermo e deciso, “da dentro o fuori”, mostrato dal primo ministro conservatore nei giorni precedenti il negoziato. Senza alcun mistero, le pressioni europee e quelle provenienti dal mondo britannico, in particolare dalla City, direttamente coinvolta nelle pieghe dell’intesa, e dai sindacati, si sono rivelate determinanti nel spingere Cameron ad ammorbidire la sua posizione. Al netto, quindi, delle mancate concessioni sul versante delle limitazioni al welfare, il premier può davvero ritenersi soddisfatto, trovandosi nelle condizione di rivendicare di fronte agli oppositori politici, il raggiungimento sostanziale di uno “status speciale”, frutto di una nuova ridefinizione del rapporto con l’Unione Europea, concernente la salvaguardia della City da eccessive regolamentazioni, e la non applicazione della formulazione che sancisce l’avvento di un’ “unione sempre più stretta”[2].

Il risultato, però, ha suscitato reazioni contrastanti in patria. L’opinione pubblica, compresa la stampa, si trova inevitabilmente divisa, sebbene in molti condividano la sensazione che “si poteva e doveva ottenere di più”. Pieno sostegno, più alla causa, in verità, piuttosto che al contenuto in sé dell’accordo, giunge, invece, dalla maggioranza delle opposizioni parlamentari, e come detto prima, dal mondo economico-finanziario, industriale e sindacale, oltre che da parte dei conservatori e del governo stesso.

E gli euroscettici? “Una pantomima”, questo è stato il loro laconico commento, che a dir il vero, sarebbe stato identico di fronte a qualsiasi altro tipo di accordo.

Nel complesso, quindi si sono avute reazioni preventivabili, come da tradizione di un paese, che ha storicamente avuto un rapporto controverso, definito sinteticamente del “semi distacco”, con l’Unione Europea, per la costante diffidenza di Londra verso quel processo d’integrazione, divenuto negli anni sempre più incessante, e che mal si conciliava e si concilia con il concetto, tanto caro ai sudditi di Sua Maestà, della sovranità nazionale.

Spetterà a Cameron, e sarà senza dubbio un compito altamente complesso, smentire i detrattori dell’intesa, ma cosa più importante, convincere la popolazione di aver ottenuto il massimo dal tavolo delle negoziazioni, e, alla luce di questo, della conseguente convenienza a scegliere la permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, quale unica strada per massimizzare i vantaggi e l’influenza del paese nelle dinamiche globali. Una strada, quella del no alla Brexit, che il premier ha covato attentamente, dopo mesi di inevitabile tatticismo, fatto di dichiarazioni di rottura e considerazioni più moderate. Una decisione, volendo in controtendenza con l’idea politica, neanche tanto lontana, di David Cameron, e che adesso, lo stesso avrà interesse a portare avanti con convinzione, senza alcuna titubanza, se vuole evitare che la scommessa del referendum, da lui stesso lanciata per accontentare l’ala più a destra del suo elettorato, si possa trasformare in un pericoloso boomerang.

I primi sondaggi, in questo senso, sembrano fornire un quadro ottimistico, con le stime che vedrebbero in vantaggio il fronte dei sostenitori del “no alla Brexit”. Anche se, al netto delle previsioni elettorali, la partita rimane aperta, dato ancora il buon numero di cittadini indecisi. Quel che è certo, seppur disorganizzato, e soprattutto diviso su quale debba essere il futuro una volta concretizzata la Brexit, il fronte euroscettico appare tutt’altro che sconfitto. Questo perché al sottofondo disomogeneo, ideologicamente parlando, di partiti tradizionalmente opposti tra loro, come potrebbero essere l’Ukip di Nigel Farage e la sinistra radicale, si sono aggiunti sostenitori dell’ultima ora, che, in qualche modo rischiano di spostare gli equilibri della contesa. Stiamo parlando, non solo dei ministri del governo Cameron, come Michael Gove e Iain Smith Duncan, sul cui impegno attivo, però, non tutti sono pronti a scommettere per ovvie ragioni di congiuntura politica, ma soprattutto dell’amato sindaco di Londra, Boris Johnson. Una personalità di spicco, da otto anni alla guida della capitale, considerato da molti come il naturale erede di Cameron al vertice del partito conservatore, che ha sciolto le sue riserve, una volta emerse le notizie dell’esito delle trattative di Bruxelles. Ora che la decisione è presa, potrebbe influenzare e non poco la corsa al referendum, potendo garantire alla causa della Brexit, un apporto politico in termini di prestigio e di peso, che, per diverse ragioni gli altri componenti euroscettici non riescono a diffondere[3].

La presenza sul versante opposto dell’amico-nemico Johnson, e in più generale di componenti facenti parte dei conservatori, accentua il valore della sfida di Cameron, il quale dovrà lottare per guadagnarsi i favori del suo partito, per venir fuori da una situazione davvero intricata. La posta in palio è elevata, tanto per il paese, che con il referendum deciderà, nel bene o nel male, il proprio futuro economico e politico, quanto per Cameron stesso. D’altra parte, tanto il primo ministro si è giocato con la promessa, poi mantenuta, soprattutto in termini di consenso elettorale nel Gennaio 2013, e tanto si giocherà, in termini storici e politici con il prossimo esito della consultazione popolare. In caso di vittoria, il leader conservatore riuscirebbe a superare indenne la spaccatura, già ampiamente in corso d’opera, nel partito conservatore, ricavandone un consistente capitale politico derivante dalla portata storica di un risultato che metterebbe fine, una volta per tutte, alla questione della permanenza britannica nell’Unione. Pesanti potrebbero essere, invece, le conseguenze qualora dovesse passare la Brexit. La sua carriera politica potrebbe considerarsi pressochè conclusa, e pure in malo modo. Non solo perché verrebbe additato storicamente come il responsabile della fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Europa, con il suo relativo “salto nel buio”, ma anche e soprattutto per aver indirettamente riaperto la questione dell’indipendenza della Scozia, con il rischio concreto, questa volta, di perderne il controllo[4].

Mario Montalbano

[1] Cfr., V.Scarpetta, “What if…? The consequences of Brexit”, in http://www.ispionline.it;

[2] Cfr., A.Simoni, “Fra le pieghe dell’intesa”, in “La Stampa” del 21 Febbraio 2016, p.5;

[3] Cfr., “Chi ha paura di Boris Johnson”, dal “The Daily Telegraph”, in “Internazionale” n.1142 del 26 Febbraio 2016, p. 21;

[4] Cfr., A.Rawnsley, “Il Regno Unito al bivio”, dal “The Observer” in“Internazionale” n.1142, del 26 Febbraio 2016, p. 18;


 

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