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Il postcolonialismo, una via di scampo dai pericoli della single story

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Gli studi post coloniali offrono uno sguardo differente su fenomeni e fatti storici tipicamente occidentalizzati. Una prospettiva in cui subalterni, oppressi e vinti diventano protagonisti della storia.


Le teorie postcoloniali hanno proposto un’idea di storia sganciata dalla sola narrazione dei vincitori, in grado di includere le voci dei subalterni, lontana da implicazioni prettamente eurocentriche, egemoniche e da una visione dominante della storia. Raccontare la genesi e l’evoluzione degli studi postcoloniali necessita di una premessa di carattere storico.

Basato su una presunta superiorità della razza, il colonialismo europeo ha segnato circa sei secoli di storia e, sebbene non possa definirsi il momento d’inizio globale, l’arrivo degli europei in America ha rappresentato senza dubbio un momento di passaggio importante. Come afferma il filosofo Cvetan Todorov nel suo libro “La conquista dell’America. Il problema dell’altro”, l’America è il luogo in cui ha trovato applicazione l’idea della superiorità europea, il luogo che ha permesso di giustificare l’eroismo dei colonizzatori, così come l’atto della sottomissione degli indigeni, schiavizzati e privati delle loro terre.

L’obiettivo iniziale dei conquistadores era quello di costruire delle nuove rotte commerciali, ma dopo la “scoperta del Nuovo Mondo”, si è deciso di occupare il continente americano. Forti di tecnologie avanzate rispetto a quelle dei nativi americani, specialmente delle armi da guerra, e in seguito alla strage “silenziosa” di malattie di origine euroasiatica che hanno sterminato i nativi, i colonizzatori sono riusciti ad espandere i loro domini nell’intero continente.

La magnificenza di una tale “scoperta” europea non era però una scoperta in sé: l’America è sempre stata lì e, prima dell’arrivo di spagnoli, francesi e portoghesi, era abitata da tribù ancestrali e innumerevoli comunità indigene, i cosiddetti nativi. L’arrivo in America ha così gettato le basi per quello che sarebbe diventato il colonialismo vero e proprio che vede, a partire dall’Ottocento, la sua massima espressione.

Proprio mentre nei Paesi europei venivano portate avanti le rivoluzioni borghesi, con la rivendicazione di principi di uguaglianza, fratellanza e libertà, era invece nelle terre d’oltreoceano che veniva innalzato il vessillo della superiorità della razza. Con l’avvento dell’imperialismo, tra fine Ottocento e inizio Novecento, le nazioni europee hanno continuato ad espandere i loro domini nel continente americano, africano e asiatico. Le ragioni erano molteplici: motivazioni di natura politica (aumentare il prestigio di nazioni spesso messe in pericolo da spinte indipendentiste), ideologica (la superiorità di una razza civilizzatrice) o economica (reinvestire il surplus economico delle nazioni, assicurare porti sicuri per i commerci e sfruttare risorse a basso costo).

Anche quando i primi processi di decolonizzazione iniziarono a diffondersi in territori di diversi continenti – come nel caso di Vietnam (1946), India (1947), Libia (1951), Egitto (1952) e l’Algeria (1962) – una nuova forma di colonialismo, questa volta indiretto, ha attanagliato l’indipendenza conquistata. La posizione dominante degli USA e la nascita di istituti di credito e finanziamento – come World Bank e International Monetary Fund – hanno innescato meccanismi di colonialismo indiretto.

Gli studi postcoloniali hanno offerto lenti di lettura che aiutano l’osservatore a cambiare prospettiva e punto di vista. Una storia non più solo dei vincitori ma anche dai vinti; una storia in cui i protagonisti non sono solo gli egemoni ma anche i subalterni, la cui posizione, questa volta, è capovolta dalla centralità del loro ruolo, eccessivamente sminuito e ignorato dal racconto infausto della storia ufficiale. Una storia che smette di essere unica ma che accoglie al suo interno sfaccettature ignorate per secoli.

I massimi esponenti del collettivo dei Subaltern Studies – tra cui si annoverano Ranajit Guha, Dipesh Chakrabarty e Gayatri Spivak – mirano a dar voce alle classi subalterne, tradizionalmente escluse dal discorso storiografico, in particolare per quel che riguarda il Sud-Est asiatico, da sempre impostato su una visione eurocentrica. Poiché non è possibile cancellare dalla storia le crudeltà del colonialismo, occorre almeno ricostruire il racconto storico, dando ascolto e voce ai subalterni.

Nel dominio delle classi egemoni, Gramsci aveva proprio identificato la figura dei subalterni, punto di partenza fondamentale nel discorso postcoloniale. Gayatri Spivak afferma che le classi subalterne sono rimaste escluse dal discorso e dalla narrazione storiografica, non perché non abbiano preso parte ai processi storici ma perché silenziati, zittiti, ignorati dell’apparato ideologico egemonico.

All’interno degli studi della critica postcoloniale, Edward Said ha analizzato la contrapposizione binaria  tra la parte subalterna e la parte egemonica del mondo, rinvenendo proprio in questa differenziazione l’origine della lotta politica, culturale e storica. Nelle pratiche di differenziazione sociale tra “noi” e “loro”, l’Occidente ha potuto meglio definire la sua immagine e le sue caratteristiche a partire proprio dalla costruzione storica, ideologica e culturale dell’Oriente. Tramite quindi meccanismi di contrapposizione differenziali, presenti nella pratica discorsiva, è stato possibile costruire una opposizione binaria noi-loro, bianco-nero, sviluppo-sottosviluppo, così che, avendo ideato l’inferiorità africana, è stato possibile costruire l’idea di un’Europa colonizzatrice.

Le modalità di narrazione delle storie orientali ed africane in occidente hanno concretamente plasmato il modo in cui queste realtà sono percepite e raccontate, il che ha contribuito alla demonizzazione dell’altro, tramite la reiterazione di stereotipi e classificazioni generalizzanti. I pericoli sottesi alla “single story” (la storia unica) risiedono nel fatto che non solo diffonde stereotipi incompleti e falsi, ma fanno diventare quella storia la sola storia. Poiché comunque, nel processo di decostruzione storica, molti autori postcoloniali son rimasti vittima dei loro filtri culturali e impigliati nelle categorizzazioni occidentali, risulta fondamentale continuare ad assumere il punto di vista della molteplicità, ridando voce ai vinti, ai dominati e ai subalterni.

Come afferma Miguel Mellino, “la questione coloniale è una questione ancora irrisolta e terribilmente presente all’interno delle società multirazziali occidentali contemporanee”; per questo è necessario continuare il progetto postcoloniale, per decolonizzare i processi storici e decostruire l’“Occidente”, battendosi altresì per il riconoscimento delle storie plurali e sostenendone le lotte locali.


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Martina Costa

Martina Costa

Responsabile di "Stay Human". Laureata magistrale in Cooperazione e Sviluppo, sostengo e lotto per un’informazione libera, la tutela dei diritti umani, la parità di genere e i processi di ristrutturazione sociale dal basso.

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