Gli Italiani hanno ancora un problema con gli sportivi di pelle scura in Nazionale

Gli Italiani hanno ancora un problema con gli sportivi di pelle scura in Nazionale

Sport italiano tra successi e discriminazioni: atleti afrodiscendenti, razzismo e LGBTQ+ raccontano un Paese che cambia. O che, forse, non vuole proprio cambiare.


C’è un’Italia che sale sul podio, rompe record, riempie le tribune di orgoglio e regala immagini che finiscono nei telegiornali e nelle bacheche social. E poi c’è un’altra Italia che davanti a quei successi si inceppa, si irrigidisce, si arrovella in vecchi schemi di appartenenza e continua a chiedere chi sia davvero “italiano”. Lo sport, in questo Paese, è spesso il luogo dove la contraddizione diventa più visibile: da una parte racconta un’Italia più moderna, più plurale e più forte; dall’altra mostra quanto siano ancora vive le barriere culturali che frenano il riconoscimento pieno di chi quell’Italia la rappresenta ogni giorno.

Negli ultimi anni gli sportivi azzurri (questo l’unico colore che dovrebbe interessarci come tifosi e come cittadini sostenitori dello sport nazionale) ha cambiato volto con una velocità che la politica e il dibattito pubblico fanno ancora fatica a seguire. La pallavolo, l’atletica, il nuoto, il basket e altre discipline un tempo considerate di “serie B” rispetto al calcio hanno portato risultati straordinari.

Gli Italiani hanno ancora un problema con gli sportivi di pelle scura in Nazionale

Eppure, mentre arrivano ori, argenti e bronzi, riaffiorano anche i soliti riflessi condizionati: alcuni campioni vengono celebrati come simboli nazionali e nello stesso tempo messi sotto esame perché nati all’estero, figli di migranti o semplicemente non conformi all’idea ancora rigida di italianità. Quella bianca, per intederci. È il 2026, ma non per tutti evidentemente.

È in questo cortocircuito che si collocano le storie di atlete simbolo come Paola Egonu e Myriam Sylla, due volti decisivi della pallavolo italiana. Ma sono solo due esempi su migliaia di atleti che portano in alto e con orgoglio i risultati delle nazionali azzurre di diverse discipline, più o meno mainstream.

Quelli che restano, purtroppo, mainstream, sono sospetti, insulti e commenti razzisti, ovunque, tantissimi, sempre, per chi non vuole che “diventiamo come la Francia” o per chi si confonde scherzosamente (facendo davvero ridere poco) tra la nazionale italiana e quella africana. Senza considerare l’ignoranza intrinseca in questa considerazione che qualifica già chi la esprime. Per una parte del Paese, la cittadinanza simbolica non basta mai. Bisogna sempre dimostrare qualcosa in più, come se il sangue potesse pesare più della vita vissuta, dell’educazione ricevuta, della lingua parlata, del lavoro fatto.

Gli Italiani hanno ancora un problema con gli sportivi di pelle scura in Nazionale

La stessa dinamica emerge nel basket con Mouhamet “Momo” Diouf e Saliou Niang, due ragazzi arrivati dal Senegal e cresciuti in Italia, oggi protagonisti della Nazionale. Le loro storie dicono qualcosa di molto semplice e molto scomodo: l’Italia sportiva è già multietnica, già mescolata, già costruita da percorsi di integrazione reale. Ma il riconoscimento istituzionale e simbolico non procede alla stessa velocità.

La pluralità non riguarda solo l’etnia o l’origine familiare. Tocca anche il genere, la disabilità e l’orientamento sessuale, cioè i fronti su cui lo sport italiano continua a portarsi dietro ritardi evidenti. Le donne, per esempio, rappresentano ancora una minoranza tra atlete tesserate, dirigenti e allenatrici, e la copertura mediatica dello sport femminile resta ridotta a una quota minima. Non si tratta di una semplice disattenzione editoriale, ma di un sistema che investe meno, valorizza meno e racconta meno. Meno risorse significano meno competizioni, meno spazio, meno possibilità di crescere. Il risultato è un circolo vizioso in cui le donne devono fare molto di più per ottenere molto meno.

Il razzismo, però, sembra la piaga che tutti continuano a “cancellare” perché il Bel Paese è solare, amichevole e accogliente. Immaginario comune, certo, ma lontano anni luce dalla realtà. Nello sport italiano il razzismo non è una parentesi ma una struttura. I dati raccolti da osservatori e ricerche mostrano che le discriminazioni non si concentrano solo nel calcio dei grandi stadi, ma attraversano anche il dilettantismo, i settori giovanili e gli ambienti dove si forma il tifo del futuro. Gli insulti razzisti, i cori contro il Sud, gli stereotipi etnici e religiosi non sono “scatti d’ira” isolati: sono il riflesso di un’abitudine sociale che trova nello sport un megafono.

Servono formazione, controlli, sanzioni credibili e una cultura che non lasci soli arbitri, atleti e società. Sospensioni e iniziative antirazziste delle istituzioni sportive sono passi avanti, ma restano insufficienti se non si accompagnano a un cambiamento profondo del linguaggio pubblico. Sembra un ritornello simile a quello antifascista: non esiste fascismo, quindi non si accetta l’antifascismo (secondo i più scaltri). E dunque, il razzismo non è un problema, perché investire e formare un’Italia antirazzista?

Merita (almeno) una menzione la situazione delle persone LGBTQ+, per cui la pratica sportiva continua a essere attraversata dalla paura del giudizio. Il coming out resta difficile, in alcuni casi quasi impossibile, e una quota significativa di atleti e atlete evita di esporsi per non subire discriminazioni. In questo quadro, premi e iniziative dedicate contro l’omolesbobitransfobia hanno un valore simbolico importante, ma il nodo resta culturale: finché gli spogliatoi, le tribune e i dirigenti restano spazi ostili, la libertà resta teorica.

Lo sport italiano non è soltanto un archivio di medaglie, ma un laboratorio sociale. Racconta molto più di quanto sembri, perché mette in scena il Paese com’è e quello che potrebbe diventare. Le vittorie degli atleti (di ogni sesso, colore e orientamento sessuale) non sono eccezioni da applaudire con benevolenza. Sono la prova concreta che l’Italia già funziona in modo più aperto di quanto sappiano raccontare i suoi vecchi pregiudizi. Chi commenta dal divano, però, spesso, sa solo sputare odio con le dita sul proprio smartphone. L’unico sforzo atletico che è in grado di fare.

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