Vannacci, le fratture a destra e quella bella boccata d’aria nera
Roberto Vannacci lascia la Lega e lancia un nuovo partito (e con un seguito niente male). Ambizioni personali, crisi identitaria e una destra sorprendentemente sempre più frammentata.
La separazione tra Roberto Vannacci e la Lega di Matteo Salvini non è un colpo di scena, ma l’epilogo di una storia che molti avevano previsto fin dall’inizio. Un generale in pensione, diventato celebre grazie a un libro autoprodotto e a una retorica quasi ossessiva contro il politicamente corretto, non poteva restare a lungo dentro un partito già in crisi d’identità. La notizia della nascita di un nuovo soggetto politico guidato da Vannacci, con ambizioni elettorali che aspirano a risultati anche concreti, arriva come la conferma di un processo avviato da tempo.
Matteo Salvini aveva puntato tutto su di lui. La Lega non è più il partito forte e prospero del primo governo Conte e soprattutto fatica a distinguersi da Fratelli d’Italia, che ha occupato con maggiore efficacia lo spazio della destra di governo. In questo vuoto, Salvini ha scelto la scorciatoia dell’uomo forte, del militare “di vecchio stampo”. Una scommessa disperata.
La candidatura di Vannacci alle elezioni europee ha prodotto un risultato notevole in termini di preferenze personali. Oltre mezzo milione di voti diretti, più di qualunque altro candidato, con l’unica eccezione simbolica di Giorgia Meloni. Quel successo ha avuto un prezzo interno altissimo. Salvini ha di fatto scavalcato i dirigenti storici della Lega, figure radicate nei territori e cresciute nella militanza, creando fratture profonde. La nomina di Vannacci a vicesegretario ha fatto il resto.

Vannacci non è mai stato un quadro di partito, ma un corpo estraneo, con un consenso personale costruito su toni sopra le righe e su una narrazione permanente di emergenza. Il suo linguaggio ruota costantemente attorno all’idea di un’Italia sull’orlo del collasso morale e culturale, compressa da regole linguistiche, diritti civili e presunti nemici interni. A partire da lui, verrebbe da dire. Ma la sua visione trova ascolto in una parte dell’elettorato di destra più radicalizzato, non rappresentato a sufficienza (pensate un po’) dai partiti che invece parlano a un pubblico più ampio.
Il manifesto, pubblicato in comodissime slide colorate, con cui ha annunciato il nuovo progetto politico, “Futuro Nazionale”, è emblematico. In Italia le energie migliori sarebbero soffocate dal linguaggio misurato, dai compromessi e dal politicamente corretto. Un’analisi che lascia da parte problemi evidenti come la fuga dei giovani, il costo della vita, il declino dei servizi pubblici, la crisi demografica e le disuguaglianze territoriali. La soluzione proposta passa dunque dalla radicalizzazione del discorso. Perché, si sa, trasformare la politica (ancora di più) nei dibattiti presenti nei silos di commenti su Facebook sarebbe un vero toccasana.
Ecco dunque il richiamo, forte e chiaro, a quell’elettorato di destra più identitario, spesso ai margini della partecipazione politica tradizionale. Quelli che, a parole e nei fatti, si tatuerebbero “X MAS” (come decima, non come il Natale in inglese) sul petto.

I sondaggi iniziali, da prendere con cautela, mostrano infatti un consenso concentrato interamente a destra e persino capace di superare lo sbarramento in Parlamento. La nuova formazione nasce isolata, ma non per questo irrilevante. D’altronde, anche piccoli spostamenti di voti possono incidere sugli equilibri interni a una coalizione.
Salvini aveva scelto la strada più “estremista” perché consapevole del declino della Lega come forza nazionale. Anche perché “Lega Nord” era e Lega Nord resterà, checché se ne dica in ogni altra Regione centrale e meridionale in cui, incredibilmente, si sostiene il cosiddetto Carroccio. La base storica, soprattutto al Nord, chiede da tempo un ritorno a temi identitari territoriali, secessionisti o autonomisti, i soliti noti, con il tentativo di competere sul terreno sovranista con Giorgia Meloni ormai fallito.
La nascita del partito di Vannacci apre dunque una crepa visibile nella destra italiana, un campo che per anni ha dato l’illusione di compattezza. Forse, però, c’è più rumore mediatico che una reale capacità organizzativa. In ogni caso, si dimostra come la destra non sia immune da divisioni, specie se si sta correndo una gara al più estremista e anti-gender. Qualunque cosa voglia dire.


