La verità su Kurt Cobain, il genio che non avete ancora compreso
Sono quasi trentadue. Trentadue maledetti anni dall’aprile 1994. Questo febbraio Kurt Cobain avrebbe compiuto 59 anni, una vecchia rockstar, ma pur sempre una rockstar.
E ci ritroviamo ancora qui a dover fare i conti con Kurt Cobain, a dover spiegare per l’ennesima volta chi fosse davvero il frontman dei Nirvana oltre la retorica del genio tormentato, del tossico depresso, della “vittima sacrificale” del grunge. Dobbiamo davvero ripulire una narrazione che è sempre stata monodimensionale.

Perché la verità è che Kurt Cobain era un ossimoro vivente, una contraddizione su due gambe. Punk nell’animo ma abbastanza pop da conquistare milioni di adolescenti, ruvido come chi cresce tra i boschi di Aberdeen nello Stato di Washington, eppure divoratore di libri, sostenitore dei diritti civili LGBT e delle donne. Passava pomeriggi a bere birra davanti alla tomba di Jimi Hendrix, amava i Beatles (un guilty pleasure in una compagnia punk) e imitava apertamente Pete Townshend degli Who quando sfasciava chitarre sul palco.

Non possono esserci, però, solo le ondate nere di umori altalenanti, la rabbia, le dipendenze, la depressione. Tutto vero, per carità, ma Kurt era anche una persona acuta, gentile, incline agli scherzi. Nel 1991, al Festival di Reading, Kurt si butta letteralmente tra la folla durante Endless, Nameless. Un momento perfetto di pura felicità.
Ciò che non si ammette abbastanza: Cobain era un ambizioso. Uno stratega. Si era allontanato dalle formazioni punk che stimava perché trovava scoraggiante il loro rifiuto categorico verso le major. Il sistema andava combattuto dall’interno. Anche per questo verificava ossessivamente se i video dei Nirvana erano in heavy rotation su MTV, studiava come tenere in equilibrio i fan della prima ora con quelli della fase mainstream. Quando gli chiedono di esibirsi in playback a Top of The Pops, alla tv inglese, non suona ma canta, imitando la voce di Morrissey (il frontman degli Smiths, simbolo di un’era). Una gran bella presa in giro, ma anche grande dimostrazione di sicurezza e consapevolezza.

Il successo planetario fu arduo da gestire. La stampa lo paragonava ad Axl Rose dei Guns N Roses, ma il vero avversario percepito era probabilmente più Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam. Entrambe le band venivano da Seattle, ma Vedder non aveva mai perso i favori del popolo indie, mentre i tabloid erano ossessionati dalla vita privata dei Nirvana.
La faida con Axl Rose raggiunse il suo acme durante gli MTV Music Awards del 1992, quando Kurt sputò sulla tastiera che pochi minuti prima aveva usato Rose. Alla cena successiva si rischiò di venire alle mani. Ma quella storia ebbe almeno un risvolto positivo: quella sera stessa, mentre Eric Clapton suonava Tears in Heaven, Kurt ed Eddie Vedder ballarono un lento che sanciva la fine della faida tra le due più grandi band di Seattle. E a sentir parlare di faide tra band, e quindi tra comunità di appassionati, scende quasi una lacrima a ricordare i tempi in cui si litigava ancora tanto solo per “appartenenza musicale”.
Michael Stipe dei REM ha suggerito qualche anno fa una parabola interessante sul “possibile oggi”. Secondo lui, il futuro artistico di Cobain sarebbe stato tranquillo, acustico, con molti archi. Infatti, avevano organizzato tutto per registrare assieme una demo per il successivo album dei Nirvana. All’ultimo momento Kurt trovò una scusa per non venire.

Alla fine, «la rabbia della gioventù ha pagato bene», cantano i Nirvana in Serve the Servant. Ma quello che ha richiesto in cambio, Cobain lo ha pagato a caro prezzo. Il biondo di Seattle oggi sarebbe (quasi) uno splendido sessantenne, ma sono passati 35 anni da quando si tolse la vita, e ancora non pare vero.


