“Faccetta nera” non è una canzone, è solamente una vera schifezza
Dietro “Faccetta nera” non c’è folklore ma propaganda coloniale, razzismo e sessismo. È semplicemente un canto che racconta il passato e smaschera il presente. Sta tutto lì, banalmente, nelle sue parole e nella sua storia.
Ancora lei, incredibile. E invece no, possiamo crederci. “Faccetta nera” continua a riemergere ciclicamente nel dibattito pubblico italiano come l’influenza stagionale, arrivando sempre come una provocazione innocua, una canzone d’altri tempi da tirare fuori senza troppo sforzo o da archiviare come puro folklore. In realtà è uno dei documenti culturali più espliciti della propaganda coloniale fascista e proprio per questo resta difficile da maneggiare. O meglio, sarebbe facile, ma non nella solita Italia delle tifoserie a tutti i costi.
Riprodotta nei luna park, inserita perfino in contesti scolastici, arma utilizzata per combattere la sua “naturale controparte” Bella Ciao, questo brano non racconta semplicemente un’epoca, ma il modo in cui un sistema di potere ha costruito consenso mascherando la violenza dietro un linguaggio seduttivo. E no, non serve piagnucolare quanto sia ingiusto cantare liberamente «il fiore del partigiano» e quanto invece sia un “bavaglio alla libertà d’espressione” la soppressione di un orrore come Faccetta nera. Serve solamente leggere. Di più.
La canzone nasce negli anni Trenta, nel pieno della mobilitazione ideologica a sostegno della conquista dell’Etiopia. L’Italia viene immersa quotidianamente in immagini e narrazioni che descrivono l’Africa come arretrata, bisognosa di guida, pronta ad accogliere una civiltà superiore.

Faccetta nera traduce tutto questo in una storia apparentemente lieve, dove l’invasione militare si trasforma in un’attesa romantica e la sottomissione nella ritrovata (italica) felicità. La sovranità sovvertita viene cantata come un passaggio quasi naturale, cancellando completamente la violenza che la rende possibile.
Qui il cuore del problema non è solo razziale, ma profondamente sessuale. La canzone non parla di liberare un popolo, bensì di appropriarsi di un corpo. La figura della donna africana è rappresentata come bella, disponibile, pronta a essere “redenta” attraverso il desiderio del conquistatore. È una dinamica che attraversa tutto l’immaginario coloniale europeo: la terra da conquistare diventa il corpo femminile, la dominazione si traduce in possesso. Siamo alle solite, verrebbe da dire. “Faccetta nera” normalizza una violenza che viene presentata come una relazione consensuale. Uno scenario terrificante.

Il paradosso storico che molti non sanno è che la canzone non era nemmeno pienamente accettata dal regime fascista. Mussolini la giudicava ambigua, persino troppo indulgente verso l’idea di mescolanza tra italiani e africani, incompatibile con una visione razziale che di lì a poco, appunto, avrebbe prodotto le leggi razziali.
Nonostante i rimaneggiamenti e i tentativi di ridimensionarla, in un’Italia che i conti con gli sconfitti, i fascisti, non li hai mai fatti davvero e a fondo, Faccetta nera diventa uno dei simboli sonori più duraturi del Ventennio. Popolare, cantabile, riesce a sopravvivere a più di molti inni ufficiali. Una filastrocca, insomma. Ma di quelle macabre e, probabilmente, incompresa dalla maggior parte dei paladini del “libero fascismo”.
La rimozione del contesto non la rende neutra. Che una canzone non abbia mai ucciso nessuno è una verità sacrosanta. Che una canzone riunisca attorno a sé tanti, consapevoli depravati, giovani e meno giovani, questo sì, è sintomo di un problema sociale profondo. E rivela quanto certi pericolosi stereotipi siano ancora presenti nella cultura italiana.
Il corpo nero continua a essere rappresentato come oggetto di desiderio, come presenza esotica, come entità priva di piena soggettività. D’altronde, non è ancora ben chiaro a molti (in realtà lo è eccome) come lavoratori, atleti, ragazze e ragazzi neri possano essere davvero italiani.
Per motivi come questo, parlare della canzoncina fascista serve sempre, non solo per smontarla, o per etichettarla erroneamente come “apologia di fascismo” (questa non sussiste solo perché si canta o si riproduce da uno speaker). Serve analizzarne il linguaggio, le immagini e le omissioni, tutti quegli elementi che permettono di riconoscere i meccanismi della propaganda coloniale e di capire come razzismo e sessismo siano stati resi facilmente accettabili attraverso la cultura popolare. E, scusate il gioco di parole, la musica, purtroppo, non sembra essere cambiata troppo.


