Santa Rosalia, i due volti della devozione palermitana
Ogni città ha un simbolo che ne custodisce l’anima. Per Palermo questo simbolo ha il volto dolce e misterioso di Santa Rosalia, la “Santuzza”. Non una regina né una condottiera, ma una giovane donna che decise di abbandonare tutto e dedicare la propria vita a Dio e alla preghiera. La sua figura si intreccia con la storia, la fede e le leggende fino a diventare il cuore pulsante dell’identità palermitana.
La storia di una giovane eremita
Rosalia visse tra il 1130 e il 1170 circa, in piena epoca normanna. Secondo la tradizione, nacque da una famiglia nobile e fu educata a corte, ma ben presto scelse una strada diversa: quella dell’eremitaggio. Prima si ritirò a Santo Stefano Quisquina, tra i boschi dei Sicani, dove ancora oggi sorge l’Eremo a lei dedicato. Trovò poi rifugio in una grotta – la “grotta dell’acqua” – di Monte Pellegrino dove vi resterà per circa 10 anni.
È lì, in quel anfratto che si affaccia sul mare, che Rosalia consumò la sua vita in solitudine, penitenza e preghiera. Morì il 4 settembre, probabilmente nel 1170. Le sue ossa rimasero nascoste per secoli, fino a quando visioni e sogni mistici ne indicarono il ritrovamento, proprio nel periodo in cui la peste stava devastando Palermo nel 1624. Alcuni frammenti ossei della Santa sono oggi ospitati presso la Chiesa di San Giovanni Battista di Brenzio.
Il miracolo che salvò Palermo
La scoperta delle reliquie segnò una svolta epocale: portate in processione per le strade della città, le ossa della Santa furono associate a guarigioni immediate. Le cronache raccontano scene impressionanti: malati di peste che vedevano cadere la pelle malata per lasciar posto a una nuova, corpi segnati dal dolore che si risanavano all’improvviso. Palermo gridò al miracolo e da quel momento Rosalia divenne Patrona della città.
La devozione che vive due volte l’anno
Il legame tra i palermitani e la Santuzza è talmente forte che Rosalia viene ricordata e festeggiata per ben due volte durante l’anno.
A luglio, dal 10 al 15, la città esplode in una festa che è insieme sacra e profana. Il “Festino” è spettacolo, musica e folklore: durante l’evento, la statua di Rosalia viene portata su un carro a forma di nave lungo le strade principali fino al mare, seguita da processioni solenni e fuochi d’artificio. È la Palermo che celebra la vita, che ricorda la liberazione dalla peste con un entusiasmo contagioso.
A settembre, la notte tra il 3 e il 4 – giorno della morte della Santa – migliaia di fedeli percorrono a piedi la salita verso il Santuario di Monte Pellegrino.
L’“Acchianata” (letteralmente, la salita) è un rito popolare intriso di fede e sacrificio: c’è chi cammina scalzo, chi sale in ginocchio, chi lo fa in silenzio portando con sé una preghiera. La fatica della salita rappresenta un momento di intimità spirituale che raggiunge il suo culmine una volta arrivati presso il Santuario a lei dedicato.

L’Acchianata non è solo fede, ma anche comunità: famiglie intere percorrono il cammino insieme, trasmettendo ai più giovani il rito e il significato del pellegrinaggio. Due momenti e due linguaggi diversi, uno collettivo e gioioso, l’altro intimo e silenzioso, che insieme raccontano l’essenza stessa della devozione palermitana.
La Santuzza che continua ad unire un popolo
Santa Rosalia non è soltanto una patrona, è un simbolo identitario. È la donna che ha salvato Palermo dalla peste, che ha scelto la solitudine per avvicinarsi a Dio, in un’epoca in cui alle donne erano concessi pochi spazi di autonomia. Il suo culto mescola storia, fede e cultura popolare, diventando un linguaggio universale che coniuga la festa ed il raccoglimento, lo spettacolo e la modernità con la tradizione.


