Pfizergate, il Tribunale dell’UE condanna la Commissione europea

Pfizergate, il Tribunale dell’UE condanna la Commissione europea

La recente sentenza del Tribunale dell’UE contro la Commissione europea fa riemergere l’annosa vicenda Pfizergate.


Lo scorso 15 maggio, il Tribunale dell’Unione Europea (UE) ha emesso una sentenza che ha segnato una svolta significativa nel caso “Pfizergate“. La pronuncia arriva a distanza di poco tempo dal parere reso dalla Corte dei Conti dell’UE sulla strategia adottata dalla Commissione europea in merito al piano del ReArm Europe. Si tratta di un’ulteriore battuta d’arresto per l’esecutivo di Bruxelles, soprattutto per la Presidente Ursula von der Leyen.

Cos’è il “Pfizergate“?

L’espressione “Pfizergate” si riferisce ad una vicenda ben precisa, avvenuta in pieno periodo pandemico. Nel dettaglio, si allude allo scambio di messaggi tra Ursula von der Leyen e l’amministratore delegato (A.D.) dell’azienda farmaceutica Pfizer, Albert Bourla. Era il 2021, momento storico in cui l’UE stava tentando di fornire una risposta coordinata al fenomeno del COVID-19. A tale scopo, la Commissione europea aveva avviato delle trattative per contrastare il diffondersi della pandemia e con lo scopo di acquistare il quantitativo appropriato di dosi di vaccino.

Ed è proprio in questo contesto che si inserisce lo scambio di messaggi tra l’A.D. di Pfizer e la von der Leyen. L’insufficienza di vaccini per soddisfare l’elevata richiesta aveva condotto la Presidente della Commissione europea a firmare un accordo con l’azienda farmaceutica e la BioNTech per l’acquisto di 1,8 miliardi di dosi.

Le origini della vicenda

L’esistenza di uno scambio di messaggi e inviti relativi all’approvvigionamento di vaccini contro il COVID-19 viene reso noto nel 2021. In quell’anno, infatti, la giornalista Matina Stevis-Gridneff pubblicava sul “New York Times” un articolo in cui forniva delucidazioni sulle negoziazioni intercorse tra l’A.D. di Pfizer e la von der Leyen.

Un anno dopo, anche alla luce delle dichiarazioni rilasciate dai soggetti coinvolti, la stessa giornalista aveva formulato alla Commissione europea una richiesta di accesso ai documenti, ai sensi del Regolamento (CE) n. 1049/2001. Nonostante i tentativi di conferma, l’esecutivo UE esitava la richiesta con una decisione in cui comunicava di non essere in possesso dei documenti richiesti.

Proprio per tale ragione, il 25 gennaio 2023, Matina Stevis-Gridneff e il “New York Times” proponevano un ricorso dinanzi al Tribunale dell’UE, chiedendo l’annullamento della decisione. A fondamento della domanda venivano posti la contrarietà alle norme applicabili in materia, nonché la violazione del principio di buona amministrazione e dell’obbligo di motivazione.

La sentenza del Tribunale dell’UE: punti salienti

Nella propria sentenza, il Tribunale dell’UE accoglie il ricorso e annulla la decisione della Commissione europea, secondo le seguenti argomentazioni. Nel dettaglio, i giudici hanno affermato che il Regolamento sopra richiamato mira a dare massima attuazione al diritto di accesso del pubblico ai documenti in possesso dalle istituzioni.

In tale prospettiva, le stesse devono orientare il rispettivo operato verso modalità che garantiscano al meglio l’esercizio di tale diritto. Al tempo stesso, tuttavia, il Tribunale riconosce un limite all’accessibilità dei documenti. Se, a seguito di una domanda di accesso, l’istituzione di turno dichiara il documento inesistente, tale inesistenza viene considerata presunta.

Posta in altri termini, si fa affidamento alla presunzione di veridicità della risposta dell’istituzione che riceve la richiesta. Ferma restando la possibilità, per il richiedente, di agire dinanzi ai giudici di Lussemburgo, tale presunzione può essere superata. Chi intende accedere ai documenti, infatti, dovrà dimostrare di poter smentire l’inesistenza del documento sulla base
di elementi pertinenti e concordanti.

Quanto precede rappresenta il principale motivo per il quale il Tribunale dell’UE ha accolto il ricorso, esprimendosi contro la Commissione europea. Matina Stevis-Gridneff e il “New York Times“, infatti, hanno sottoposto al vaglio dei giudici mezzi tali da poter smentire le affermazioni dell’esecutivo UE. E tale quadro determina un’inversione in materia di prova, ponendo in capo alla Commissione europea il relativo onere.

Come precisato nella sentenza, spetta in tale ipotesi all’istituzione europea fornire spiegazioni plausibili che consentano al pubblico e ai giudici di comprendere perché i documenti richiesti siano irreperibili. Poiché l’esecutivo UE non ha prodotto elementi in tal senso, il Tribunale dell’UE ha annullato la decisione.

Pfizergate, il Tribunale dell’UE condanna la Commissione europea

I tentativi di far chiarezza sul “Pfizergate

Le modalità con cui si erano svolte le trattative avevano suscitato alcune perplessità in termini di trasparenza della procedura. Dal 2021 in poi, diversi sono stati i tentativi di far luce sulla vicenda. In tale prospettiva, il sito tedesco di notizie “Netzpolitik.org” aveva formulato alla Commissione europea una richiesta di accesso al pubblico, sempre ai sensi del Regolamento (CE) n. 1049/2001.

Sebbene il giornalista, Alexander Fanta, avesse indicato i testi dei messaggi e qualsiasi altro documento comprovante lo scambio tra la von der Leyen e l’A.D. di Pfizer, l’esecutivo UE aveva esitato la richiesta includendo 3 allegati, ma senza la messaggistica oggetto della domanda. In conseguenza di ciò, veniva chiesto l’intervento del Mediatore europeo, il quale avviava un’indagine sulla scorta di quanto affermato dal giornalista denunciante.

L’indagine aveva consentito di individuare una pecca nella prassi adottata dalla Commissione europea. In pratica, tra i vari documenti inseriti nel sistema informatico non vi rientravano i messaggi di testo, poiché per gli stessi non veniva effettuata la registrazione. Limitando la ricerca solo a quanto presente nel sistema e non avendo effettuato ricerche differenti nonostante la prova fornita circa l’esistenza dello scambio di messaggi di cui si discute, il Mediatore europeo ha ravvisato un’ipotesi di cattiva amministrazione da parte della Commissione europea.

L’intervento della Procura europea

Il caso “Pfizergate” ha avuto ulteriori e paralleli sviluppi rispetto a quanto sin qui descritto. Nel 2023, infatti, la Presidente della Commissione europea è stata destinataria di una denuncia sporta presso la Procura di Liegi. Il denunciante, un lobbista belga di nome Frédéric Baldan, aveva ritenuto poco trasparente il ruolo assunto dalla von der Leyen nelle trattative con la Pfizer.

Nell’UE, il settore degli appalti pubblici presenta una notevole regolamentazione e richiede l’applicazione della massima trasparenza. Il rispetto di tale principio, infatti, rappresenta la base delle relative procedure, stante la notevole mole di denaro pubblico che il settore implica. Successivamente, la Procura europea ha assunto la direzione delle indagini, viste le potenziali implicazioni per gli interessi finanziari dell’UE e le eventuali ipotesi di reato, quali conflitto di interessi e interferenza nelle funzioni pubbliche.

Quali implicazioni future dal caso “Pfizergate“?

Nell’ultimo periodo, la credibilità politica della Commissione europea – e dell’UE in generale – è sotto il ciclone del giudizio mediatico. La vicenda “Pfizergate” e le questioni di politica estera costituiscono, ad oggi, un banco di prova in cui l’esecutivo UE sembrerebbe uscire sconfitto.

Dall’altro lato, però, la sentenza del Tribunale dell’UE potrebbe rinvigorire la fiducia dei cittadini e delle ONG. In un contesto dove le istituzioni politiche mostrano le loro fragilità e spaccature, i giudici di Lussemburgo costituiscono ancora una volta la speranza della buona riuscita del progetto europeo.

L’aver incluso, come espresso nella sentenza del 14 maggio scorso, i messaggi di testo tra i “documenti ufficiali” rafforza l’attuazione del principio di trasparenza. Una trasparenza che costituisce il primario veicolo e catalizzatore di quella fiducia che avvicina i cittadini alle istituzioni nazionali e sovranazionali.

Al di là delle crisi odierne, sembrerebbe proprio questa la sfida più importante per l’UE, sia sul piano interno che estero. Ed è sul terreno della fiducia che la Presidente della Commissione europea dovrà fare i conti nei prossimi mesi. Resta comunque ferma la possibilità, per l’esecutivo comunitario, di impugnare la sentenza entro due mesi e dieci giorni dalla sua notifica.

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