ReArm Europe, i dubbi della Corte dei Conti dell’Unione Europea

ReArm Europe, i dubbi della Corte dei Conti dell’Unione Europea

Lo scorso 30 aprile, la Corte dei Conti europea ha rilasciato un parere dal quale emergono importanti implicazioni per il ReArm Europe.


Dal mese di marzo 2025, il ReArm Europe ha assunto un ruolo significativo nel dibattito politico-istituzionale sovranazionale e nazionale. Com’è noto, si tratta di un piano di 800 miliardi di euro, proposto dalla Commissione europea con l’intento di incrementare la capacità militare dell’UE nei confronti delle minacce odierne e future. In tale contesto, esso costituirebbe anche una risposta alla crisi derivante dal conflitto russo-ucraino, nonché alla nuova posizione strategica assunta dalla nuova Amministrazione USA.

Sebbene, nelle intenzioni della Commissione europea, tale progetto dovrebbe favorire l’integrazione e la resilienza dell’UE e dei suoi Stati membri in chiave militare, alcuni recenti sviluppi rischiano di minarne la realizzazione. Nel dettaglio, ci si riferisce al parere rilasciato dalla Corte dei Conti dell’UE, nonché al confronto instauratosi proprio tra la Commissione europea e l’Europarlamento.

Il parere della Corte dei Conti dell’UE

Lo scorso 30 aprile, la Corte dei Conti dell’UE ha emesso il proprio parere sulle proposte legislative avanzate dalla Commissione europea in materia di politica di coesione. La strategia dell’esecutivo comunitario mira ad ampliare le priorità di tale politica, così da includervi anche il settore della difesa. Ovviamente, l’obiettivo ultimo sarebbe usufruire – anche – dei fondi di coesione per finanziare la strategia militare del ReArm Europe.

Secondo la Commissione europea, infatti, il bilancio dell’UE e i suddetti fondi costituiscono leve finanziarie in grado di sostenere in modo rapido e sostanziale gli investimenti nelle capacità di difesa europee. In aggiunta, risulterebbe necessario che i finanziamenti della politica di coesione possano essere mobilitati rapidamente, così da incentivare gli Stati membri a spendere in materia di difesa.

Nonostante tali ragioni, la Corte dei Conti ha avanzato alcuni dubbi sulla strategia delineata dalla Commissione europea. Nel dettaglio, le proposte dell’esecutivo comunitario rischierebbero di compromettere il primario obiettivo della politica di coesione, ossia la riduzione delle disparità a livello regionale. L’ampliamento delle priorità da perseguire attraverso tale politica, infatti, comporterebbe una distrazione dei fondi dal reale scopo. E questo si tradurrebbe in un’ulteriore frammentazione e in una maggiore complessità dei programmi di coesione.

Le ulteriori criticità

Nel proprio parere, la Corte dei Conti dell’UE evidenzia ulteriori elementi critici, senza entrare nel merito delle scelte politiche. In particolare, le proposte della Commissione europea risulterebbero prive di una valutazione di impatto sul contesto di riferimento, contrariamente a quanto previsto dalle “Linee guida per una migliore regolamentazione.

In secondo luogo, le modifiche proposte non stabilirebbero alcun criterio di accessibilità con riguardo al Paese di stabilimento delle entità sostenute per i progetti per la capacità di difesa. Di conseguenza, i fondi di coesione rischierebbero di supportare aziende controllate da entità extra-UE, che potenzierebbero le proprie capacità.

Sulla mobilità militare, la Corte dei Conti ha ritenuto che i relativi progetti non presenterebbero un livello di chiarezza adeguato. Nel dettaglio, non si comprende come le autorità chiamate a gestire tali progetti dovrebbero dimostrare che questi possiedano la natura militare necessaria per accedere ai fondi. In aggiunta, dalle proposte non emerge alcun riferimento alla “Strategia Europea per l’Industria della Difesa“, dove la stessa Commissione aveva sottolineato la necessità di collegare la difesa alla politica di coesione.

Le proposte della Commissione europea

Come anticipato, la Commissione europea ha presentato due proposte volte a riformare alcuni strumenti legislativi. Con la prima, l’esecutivo UE mira a modificare i Regolamenti (UE) 2021/1056 e (UE) 2021/1058, mentre con la seconda il Regolamento (UE) 2021/1057. Si tratta di atti che disciplinano rispettivamente il “Fondo per una Transizione Giusta“, il “Fondo Europeo di Sviluppo Regionale” e il “Fondo di Coesione“, nonché il “Fondo Sociale Europeo Plus“.

Per il tramite di tali modifiche, la Commissione europea intende attuare una specifica strategia che si compone di determinati elementi. In primo luogo, un incremento delle priorità per l’utilizzo dei fondi della politica di coesione e una maggiore flessibilità per la riprogrammazione delle risorse esistenti. In secondo luogo, un ampliamento della portata degli interventi ammissibili e nuovi incentivi finanziari, come tassi di prefinanziamento e cofinanziamento più elevati per alcune priorità definite.

Accanto a tali strumenti, l’esecutivo UE ha pubblicato una Comunicazione in cui invita gli Stati membri ad attivare la clausola di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità e Crescita (PSC). In questo modo, i Paesi UE avranno un margine di bilancio per aumentare la spesa per la difesa, nel rispetto delle norme fiscali dell’UE.

Il ReArm Europe e lo “Strumento di Azione per la Sicurezza dell’Europa”

Nella strategia volta ad attuare il ReArm Europe, la Commissione europea ha proposto l’adozione di uno specifico strumento di assistenza finanziaria. Si tratta, nel dettaglio, dello “Strumento di Azione per la Sicurezza dell’Europa” (Security Action for Europe o SAFE). Nella sua proposta, l’esecutivo UE ne avrebbe identificato l’ammontare monetario, indicando un importo pari a 150 miliardi di euro.

Tali fondi verranno raccolti dall’UE nel tentativo di fornire agli Stati membri un supporto nel conseguimento di un rapido e significativo aumento degli investimenti nelle capacità di difesa. In tale prospettiva, la strategia della Commissione europea combina il SAFE all’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale del PSC sopra richiamata e a mobilitare capitali privati.

ReArm Europe, i dubbi della Corte dei Conti dell’Unione Europea

ReArm Europe e SAFE: i dubbi sulla base giuridica

Nell’esercizio del potere di iniziativa legislativa, la Commissione europea è obbligata dai Trattati ad indicare la base giuridica su cui poggia l’adozione di quel dato atto. Nel caso del SAFE, l’esecutivo comunitario ha individuato nell’art. 122 TFUE la norma posta a fondamento dello strumento finanziario.

Tale disposizione consente al Consiglio dell’UE, su proposta della Commissione europea, di concedere a determinate condizioni un’assistenza finanziaria dell’Unione agli Stati membri. Ciò può avvenire nel caso in cui il Paese UE interessato sia in difficoltà seriamente minacciato «da gravi difficoltà a causa di calamità naturali o di circostanze eccezionali che sfuggono al suo controllo».

Si tratta di una procedura decisionale, visto il carattere emergenziale, esclude il ruolo del Parlamento europeo quale co-legislatore. Detta in altri termini, non viene adottata la procedura legislativa ordinaria prevista dall’art. 294 TFUE. Proprio su tale aspetto, gli eurodeputati hanno mostrato qualche perplessità circa la base giuridica prevista per il SAFE.

Nel dettaglio, lo scorso 23 aprile, la Commissione giuridica dell’Europarlamento (JURI) si è espressa contro la scelta dell’esecutivo UE. In particolare, lo JURI ha ritenuto che il contesto che ha portato alla proposta dello strumento finanziario non soddisfa i criteri di emergenza richiesti per l’attivazione della procedura sancita dall’art. 122 TFUE.

Quali sorti per il ReArm Europe?

Come si evince da quanto detto in precedenza, il destino del ReArm Europe non sembra essere pacificamente definito. Da una fase iniziale di coesione e unità apparente, adesso il piano deve affrontare alcuni ostacoli sia politici che giuridici.

Il confronto tra la Commissione europea e l’Europarlamento potrebbe sfociare in uno scontro ancora più ampio. Basti pensare che la scelta dell’art. 122 TFUE come base giuridica del SAFE viene vista dagli eurodeputati come un tentativo di eludere il dibattito istituzionale. La volontà di evitare i negoziati parlamentari e lasciare tutto nelle mani del Consiglio potrebbe incidere sulle sorti dello stesso ReArm Europe.

D’altronde, la stessa Corte dei Conti dell’UE ha parlato di co-legislatori nel proprio parere, confermando l’impostazione del Parlamento europeo. Nel dettaglio, viene precisato che le priorità verso cui le risorse della politica di coesione vanno allocate costituiscono materia di competenza di entrambe le Istituzioni.

Ad oggi, i tempi sono poco maturi per valutare con certezza quale sarà lo sviluppo del ReArm Europe. Indubbiamente, visti i recenti avvenimenti, bisognerà ragionare a livello sovranazionale e nazionale sull’obiettivo che si intende raggiungere. E questo implicherà una riflessione più meditata sugli strumenti che andranno impiegati per realizzarlo.

Sarebbe auspicabile, in tal senso, che una strategia come quella di cui si tratta possa favorire l’integrazione e la resilienza. Quando emerge sino ad oggi, invece, sembrerebbe più espressione di una mancanza di convergenza istituzionale. Una divergenza di intenti che potrebbe sfociare in un ricorso dinanzi la Corte di Giustizia dell’UE. Un ulteriore abuso politico degli strumenti di coesione sociale ed economica piegati alla crisi di turno.

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