Zimbabwe, il parlamento abolisce la pena di morte
Lo Zimbabwe compie un passo storico: il Parlamento abolisce la pena di morte. Ora manca solo la firma del Presidente per sancire questa svolta epocale.
«Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri» affermava Voltaire poco più di un secolo fa. Ma possiamo allargare l’ottica affermando che un Paese si misura in base a come esercita il proprio senso di giustizia attraverso le leggi.
La giurisprudenza di ciascuno Stato, infatti, rispecchia le logiche culturali che stanno alla base della formazione di tali norme. Lo Zimbabwe, in questo senso, fa un passo avanti verso una giustizia civile, a prescindere dai crimini che si sono commessi.
Sebbene l’ultima esecuzione messa in atto dal Paese risalga al 2005, lo Zimbabwe entrerà a breve a far parte delle 26 Nazioni africane che hanno rimosso la pena capitale dal proprio ordinamento giuridico. Per avere una cornice globale, il rapporto di Amnesty International riporta che nel 2023 si sono registrate 1.153 esecuzioni, in aumento del 31% rispetto all’anno precedente. L’aumento è dovuto, in particolare, a un picco di esecuzioni in Iran, soprattutto per quanto riguarda reati minori come quelli legati alla droga.

In generale, gli stati che attualmente hanno ancora in vigore questa sanzione penale sono: Cina, Iran, Arabia Saudita, Somalia, USA, Iraq, Yemen, Egitto, Bangladesh, Kuwait, Singapore, Afghanistan, Corea del Nord, Siria e Vietnam. Nello scenario Africano, mentre Somalia ed Egitto nel corso del 2023 hanno operato sommariamente ben 46 esecuzioni, lo Zimbabwe già dal 2015 poteva essere considerato abolizionista di fatto della pena di morte in quanto non avvenivano esecuzioni da oltre 10 anni.
Il cambiamento significativo che si è sviluppato nel Paese dal 2005 ad oggi è caratterizzato di abolizioni parziali della norma, che nel tempo hanno limitato il ricorso a questa pena riducendola ai soli casi in cui il Parlamento sarebbe stato in grado di specificare le circostanze aggravanti per cui era possibile fare ricorso a tale pratica.
Alla fine del 2017, con l’arrivo del Presidente Emmerson Mnangagwa, l’abolizionismo si è concretizzato con la commutazione della pena di morte all’ergastolo concessa a tutti i prigionieri che erano stati per almeno dieci anni nel braccio della morte. L’ultimo tassello di questo puzzle è proprio l’ufficialità dell’abrogazione. Considerato l’approccio che Mnangagwa ha adottato nel corso degli anni, la firma del Presidente è data per certa.

A questo esempio virtuoso di percorso verso un sistema penale più umano vi è già la maggioranza dei Paesi africani, fatta eccezione per Somalia, Egitto e Repubblica democratica del Congo che nel marzo 2024 – in totale controtendenza- ha revocato la moratoria della pena di morte in vigore da circa vent’anni. Essere pienamente umani, ergerci a giudici delle vite altrui ci autorizza davvero di decretare la morte di un altro individuo?
Come possiamo, da cittadini, accettare e ritenere civile un Paese che applica questa rivisitazione del famoso ‘occhio per occhio, dente per dente?’Di fronte ad alcuni reati si pensa di non dover essere compassionevoli, ma talvolta il dolore, la rabbia o la paura, possono portarci a percepire la giustizia come una vendetta volta a sanare il torto subito. La verità è che solo alla morte non c’è rimedio, ma agli errori della vita sì.
di Noemi Fiumanò


