La cabina telefonica diventa un museo, il progetto artistico nel cuore della Sardegna
Vecchi elenchi telefonici, schede datate, apparecchi telefonici d’altri tempi: una vecchia cabina telefonica dismessa è stata trasformata in una installazione piena di ricordi dallo scultore sardo Marco Vargiu.
In un giardino privato nel cuore della Sardegna, lontano da occhi curiosi, una cabina telefonica conserva dentro di sé un vero e proprio “museo della telefonia”. Dagli elenchi telefonici alle prime apparecchiature comuni, gli oggetti custoditi nella cabina, a sua volta ormai dismessa e quindi contenitore-conduttore dell’installazione, sono tutti donati da persone che hanno scelto di abbracciare il progetto.
L’opera, “Il passato dentro il passato”, fa parte di qualcosa di più grande: un museo a cielo aperto, una galleria d’arte realizzata in un contesto difficile come quello dello scenario artistico emergente sardo, autofinanziato e autogestito. Ad idearlo è Marco Vargiu, scultore di Sassari con grandi idee.
Chi è Marco Vargiu, l’autore della Cabina telefonica museo
Nato il 2 settembre 1967, Marco Vargiu nasce come autodidatta: di giorno lavora come pasticcere, la sera si dedica all’arte. Fin da bambino la natura diventa la sua principale fonte di ispirazione, sperimentando con forme e materiali.
La presa di coscienza avviene alle scuole medie, grazie al suo professore d’arte (tale prof. Mario Leggeri) dell’Istituto dei Ciechi a Sassari. Impara, sotto la guida dell’insegnante, ad intagliare il legno: raccogliendo rami per la campagna della sua famiglia, comincia a. scolpire in autonomia figure di uomini e donne, volti familiari, trasformandolo in un gioco quotidiano e acquisendo maggiore dimestichezza con la materia.
Anni dopo, supportato dalla zia artista, gli viene proposto di frequentare la scuola d’arte di Carrara, dove ha modo di seguire i maestri scultori e prendere esempio. Purtroppo i genitori non erano d’accordo a lasciare che un ragazzo di 16 anni vivesse così lontano da loro, e dopo alcuni giorni intensivi con i maestri tornò in Sardegna.
Al rientro si mise subito all’opera creando diverse sculture, ispirato dall’operato degli artisti appena conosciuti, ma fu costretto a fermarsi a causa di un blocco emotivo. Dopo tanti anni, un invito a partecipare ad una mostra locale riaccese la vena artistica, e supportato dalla moglie riprese in mano gli attrezzi del mestiere e riprese a scolpire: fu una grande soddisfazione.

“Passato dentro il passato”: la cabina vintage e il museo a cielo aperto
“Il passato dentro il passato” fa parte di un progetto molto più ampio, che nasce nel giardino della propria abitazione: un museo a cielo aperto realizzato con materiali di riciclo o donati dalle persone. L’anteprima del progetto è stata pubblicata su Facebook il 19 Marzo 2024, su un gruppo di appassionati di telefonia vintage.
Per la realizzazione dell’opera l’autore ha contattato personalmente la Telecom Italia, presentando loro il progetto e chiedendo di poter prendere in gestione una cabina telefonica (ormai dismessa), trasformandola in arte. Una volta ottenuto il consenso, la ditta d’appalto ha smontato l’abitacolo e l’autore si è premurato di trasportarlo a casa. In fase di montaggio si è occupato di modificarla in modo che vi fosse accesso alle carrozzine.
«Sono anni che che volevo realizzare una mia galleria d’arte, inserendo nella natura un percorso “vintage”. l’idea della cabina è nata dalle donazioni del popolo» racconta Vargiu. Nel percorso di formazione dell’opera infatti, l’oggettistica presente all’interno della cabina è tutto materiale donato da amici, conoscenti o persone contattate sul web. «Vorrei sensibilizzare la gente a non buttare ma a donare, dando agli oggetti una nuova vita»

Altre opere, progetti e difficoltà lungo il cammino
La trasformazione è alla base della vita. Marco Vargiu con le sue sculture raccoglie una materia all’apparenza inanimata regalandole movimento e dignità. Un processo d’artista vicino all’alchimia metaforica, in grado di muovere fantasia, emozioni e ricordi in un mix tra ready-made e arte funzionale. Nel corso della sua carriera infatti, sono tante le sculture realizzate con scarti e materiali comuni, tra cui i manichini in poliuretano.
Racconta Vargiu: «mi affascinano particolarmente i manichini: sembrano solo pezzi di plastica, oggetti inanimati che indossavano indumenti per il consumo quotidiano… Li taglio a pezzi, ricostruisco le parti mancanti, cambio i movimenti degli arti: nuove pose, nuove espressioni, una nuova vita».
Nonostante sia complesso emergere in un contesto artistico-professionale come quello italiano, soprattutto in una regione isolata dal mare come la Sardegna, sono tanti i progetti in cantiere che aspettano solo di essere realizzati. Tra questi, l’espansione del museo, in cui inserire anche dei grandi acquari contenenti diversi oggetti vintage sempre donati da chi vuole aderire al progetto.
«Prima del Covid volevo fare un fosso e buttare tutta la mia vita lì dentro» racconta durante l’intervista. «Non ho molti contatti nel settore, mi presento e quel poco lo devo forse ancora alla mia forza di andare avanti per lasciare una traccia di me».
Non resta che aspettare che il museo a cielo aperto di Marco Vargiu venga realizzato e aperto al pubblico, in un progetto dove arte, oggettistica e natura convivono su un unico piano emozionale, oltre il tempo e la materia.


