Il ragazzo e l’airone, l’incompresa eredità di Miyazaki

Il ragazzo e l'airone

Il ragazzo e l’airone sembrerebbe non aver rispettato a pieno le aspettative dei fan. Molti sono rimasti insoddisfatti definendolo “un film mediocre”. Ma lo è davvero?


Il ragazzo e l’airone, l’ultimo lungometraggio di Hayao Miyazaki, in breve tempo ha conquistato il record d’incassi in Italia come “film animato giapponese”, vinto il Golden Globe come “Miglior film d’animazione” e riscosso un enorme successo in tutto il mondo. 

Considerando le precedenti opere prodotte dal maestro Miyazaki (tra cui il capolavoro de La città incantata o l’iconico Il mio vicino Totoro), la pellicola sembrerebbe non aver rispettato a pieno le aspettative di numerosi fan che usciti dalla sala non hanno provato particolari emozioni, definendolo “un film mediocre”. 

La trama risulta svilupparsi con una lentezza inusuale, propinando allo spettatore famelico una serie di snodi narrativi caotici, disordinati e poco chiari. Inoltre la totale assenza di spazi definiti rende complessa l’espressione massima della creatività tanto osannata del regista, che sembrerebbe non brillare come nei titoli precedenti (vedi Il castello errante di Howl o Ponyo). 

Eppure questa scelta stilistica risulta estremamente coerente con la natura dell’opera: Il ragazzo e l’airone non nasce come film d’intrattenimento, ma si prende carico di una eredità umana, artistica e sociale estremamente complessa nella sua realizzazione e condivisione, che richiede allo spettatore un’analisi e un lavoro di empatia non indifferente. Se non siete disposti a mettervi in discussione, avete sbagliato sala. 

Il ragazzo e l'airone

Corre l’anno 1943 e il Giappone è sotto i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. A causa di un incendio, il giovane Mahito resta orfano di madre (momento reso magistralmente nella sequenza iniziale dall’occhio di Otsushi Okui) e poco dopo tempo il padre, impresario nell’aviazione militare, prende in sposa Natsuko, sorella minore della moglie defunta (abitudine consueta in passato nelle società patriarcali in modo che i beni dei vedovi non passassero ad altre famiglie). Trasferendosi nella tenuta della zia in aperta campagna, il giovane ragazzo rivive giornalmente la scomparsa della madre e scivola lentamente verso una profonda depressione che sfocia nell’autolesionismo.

Mahito si ritrova ad affrontare un complesso viaggio interiore e a confrontarsi con la sua stessa esistenza passata, presente e futura, guidato da personaggi forti quanto ambigui, tra cui un airone, oscillante tra l’elegante e il grottesco, che lo spinge ad entrare in una torre proibita: viene così trascinato in un mondo parallelo in cui le linee temporali si intrecciano e l’intera infrastruttura del piano si erge su un fragilissimo gioco di equilibri gestito da un vecchio saggio. 

Il ragazzo e l'airone

Il viaggio di Mahito richiama certamente il modello dantesco (non a caso albeggia in una scena il verso «fecemi la divina potestate», tratto dal terzo canto dell’Inferno), e chiari sono i riferimenti a Lewis Caroll, Fellini, De Chirico, o ai titoli precedenti dello stesso Miyazaki. Eppure è quasi impossibile riuscire a stilare un elenco di tutte le citazioni e referenze presenti nell’opera, che sono di fatto piccole isole del vissuto del regista che imprime su pellicola, ringraziando silenziosamente la loro presenza nella sua vita. 

In quanto rivestito del ruolo di “Film Testamento” (spodestando Si alza il vento uscito nel 2013), Il ragazzo e l’airone non poteva privarsi di una corposa componente autobiografica. Miyazaki ha vissuto in prima persona i bombardamenti della guerra, e suo padre era costruttore di aerei (proprio come il padre del protagonista). Inoltre il titolo originale del film (E voi come vivrete? – 君たちはどう生きるか) omaggia uno dei libri preferiti del maestro dell’animazione di quando era ragazzino, dal titolo omonimo, scritto da Genzaburō Yoshino e pubblicato nel 1937: è stata la lettura di questo romanzo moralista a proiettarlo verso una visione pacifista e assolutamente anti militare. 

Il ragazzo e l’airone inizialmente era stato pensato per essere il solito “film d’autore”, ma dopo la morte di Isao Takahata nel 2018, co-fondatore dello Studio Ghibli e grande amico del regista, l’idea di morte e lutto hanno preso piede nella mente di Miyazaki, diventando così invadenti da sentire la necessità di stravolgere tutto il lavoro fatto in 5 anni e ricominciare da zero (da cui si spiega la lunga attesa per la realizzazione del film).

Il ragazzo e l'airone

Il ragazzo e l’airone definisce fin da subito delle solide strutture per poi metterle in discussione, distruggerle, lasciare che assumino forme diverse e, alla fine, cederle naturalmente all’imprevedibilità.

Vediamo questo “processo d’artista” prendere vita ad ogni sezione narrativa, perfetta rappresentazione del caos creativo e mentale dell’autore che confonde buona parte del pubblico, impreparato ad un palesamento così diretto dell’immensità del pensiero umano. È infatti nell’imprevedibilità che nasce la paura della morte, del tempo, delle scelte che facciamo giornalmente.

Si pensi ad un microcosmo in cui dettiamo noi le regole che seguiamo a dovere, sperando di avere il controllo e quindi sfuggire alla morte: non potendo definire il concetto di infinito, ma consapevoli della sua esistenza, possiamo provare ad accogliere l’imperfezione e trasformarla in qualcosa di costruttivo (come la ricerca spasmodica delle pietre “purificate dal male” che sostengono le infrastrutture del piano in bilico costante, metafora sia della ricerca artistica e sociale dell’autore, che della vita stessa, ricordando però che portate su un altro piano trasformano la propria funzione diventando ricordi). Ed è qui la risoluzione della storia, e la risposta che Miyazaki cerca durante il film. La memoria, per quanto breve e imprecisa, si fa fondamenta della società che sarà. 

Il ragazzo e l'airone

Concludendo, Il ragazzo e l’airone si fa carico di un messaggio profondo, un invito alla riflessione che Miyazaki lascia ai posteri e a chi avrà la sensibilità e l’ardire di esplorare nuovi piani con la mente. È un film leggero e allo stesso tempo impegnativo, che non smentisce il suo costante dualismo contraddittorio fino alla fine… un po’ come il suo autore che, nonostante questo fosse l’ennesimo “ultimo film”, sta già pensando ad una nuova pellicola, come ha confermato il vicepresidente dello Studio Ghibli Junichi Nishioka.

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