Dare la vita, l’eredità di Michela Murgia

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È uscito martedì scorso il libro postumo di Michela Murgia, Dare la vita,  consegnato proprio pochi giorni prima della sua dipartita avvenuta il 10 agosto. Un saggio che parla di famiglia queer e maternità.


Dare la vita è un altro figlio d’anima di Michela Murgia, attivista, scrittrice, drammaturga, opinionista e critica letteraria, che negli anni è stata protagonista in tv, sui social, a teatro e in radio, ed stata è anche autrice, insieme a Chiara Tagliaferri, del podcast Morgana, con cui ha scritto due libri: Storie di ragazze che tua madre non approverebbe (Mondadori, 2019) e Morgana. L’uomo ricco sono io (Mondadori, 2021).

Dare la vita è un saggio consegnato dalle sue mani a quelle di uno dei suoi “figli d’anima”, Alessandro Giammei, scrittore e professore di Italian Studies alla Yale University: «Michela ha scritto fino all’ultimo giorno della sua vita. Aveva un libro da consegnare e lo ha consegnato prima di morire». Un libro che avrebbe voluto 6 mesi di gestazione ma che ha visto il suo completamento solo dopo 6 settimane. Edito da Rizzoli, Dare la vita, è sicuramente un pezzo di eredità della scrittrice, un pezzo della sua vita riversata dentro queste 119 pagine.

«Quando qualcosa non vi torna datemi torto, dibattetene, coltivate il dubbio per sognare orizzonti anche più ambiziosi di quelli che riesco a immaginare io. La mia anima non ha mai desiderato generare né gente né libri mansueti, compiacenti, accondiscendenti. Fate casino».

Come quella che Michela si era costruita, una famiglia queer non è creata dal sangue, ma il legame è forte come esso. Ci si sceglie, ci si ama e aiuta costruendo ruoli che possono capovolgersi all’occorrenza: «Credo che essere madre, scegliermi dei figli che mi hanno scelta – e che poi sono diventati fratelli, mentori, allievi, complici, in certi casi addirittura paterni nei miei confronti, destabilizzando persino la mia idea iniziale di filiazione d’anima – mi abbia fatto capire alcune cose».

Murgia racconta le sue lotte per il riconoscimento della famiglia queer, raccontando anche una serie di disavventure legate alla questione del riconoscimento legale dei ruoli. Nel libro si pone sempre come madre queer, delineando così i due temi fondamentali del saggio che sono appunto la maternità e la queerness, che Murgia definisce “la scelta di abitare sulla soglia delle identità”.

Dare la vita, libro di Michela Murgia - figli d'anima

La maternità in Dare la vita viene raccontata sotto alcuni aspetti, sia da quelli vissuti dalla scrittrice, che da un lato più critico nei confronti della società. Lei è madre di figli d’anima, li ha cresciuti, sostenuti emotivamente ed economicamente, ma non li ha generati biologicamente. Il discorso della genitorialità viene affrontata nel suo lato più puro, legato alla sfera sentimentale. La maternità intesa come gestazione, è un argomento che tocca un nervo scoperto del rapporto tra stato e famiglia. 

“Ci vuole un villaggio per crescere un figlio”, come recita un proverbio africano. Ma allo stato delle cose si dà a quel bambino la responsabilità politica di tirare avanti le sorti di un Paese: visto il calo demografico che serpeggia, date le condizioni economiche sfavorevoli, si riversa questa responsabilità sulle donne, sulla innaturale mancanza di voglia di maternità. Come non pensare alle recenti dichiarazioni di Lavinia Mennuni (FdI), in cui si inneggia alla maternità come la massima aspirazione per una donna, che viene prima del lavoro e della realizzazione personale. 

In Dare la vita non si acclama o biasima la maternità, ma la si contestualizza, la si reclama non solo come evento biologico, ma come scelta dell’anima. Non un obbligo o una scadenza, o un rito di passaggio quasi obbligatorio per potersi sentire realizzate come femmine di una specie. Un’idea di maternità molto affine al pensiero di Donna Haraway (filosofa femminista e antispecista), che invita le persone a “fare parentele, non bambini”, che non prevede un rifiuto della maternità ma un invito ad esplorare tutte le forme di cura e parentela, dunque seguendo anche strade alternative vero la possibilità di essere madre. «Le donne italiane ricominceranno a dare la vita quando per farla venire al mondo e crescerla non sarà più necessario amputare la propria», le parole della Murgia.

La seconda parte del saggio tratta anche due temi molto controversi tutt’ora nel nostro paese: la GPA (gestazione per altri) e il diritto di aborto. Il primo tema è strettamente legato alle famiglie queer e Murgia lo affronta con il dibattito inerente al lato legale, alla questione economica ed etica.

Murgia ricorda che l’espressione «maternità surrogata» riduce la maternità alla sola gravidanza, quindi sarebbe più appropriato parlare di «gravidanza surrogata». Già la legge divide il concetto di maternità da quello di gravidanza, perché si può utilizzare la Legge 194 sull’interruzione di gravidanza, oppure rinunciare permanentemente a prendersi cura del neonato dopo il parto. Tutte le volte che si fa invece coincidere la maternità con la gravidanza si fa un’operazione contro le donne, per attaccarle quando per «i motivi più svariati provano a scegliere di non essere madri».

«Le campagne paternaliste come l’indimenticato Fertility Day, che scaricano sulle donne la responsabilità delle culle vuote, non solo non servono a nulla, ma sono offensive e umilianti. Le donne italiane ricominceranno a dare la vita quando per farla venire al mondo e crescerla non sarà più necessario amputare la propria».

Dare la vita è un piccolo gioiello prezioso, da custodire con cura e coscienza. È un frammento del suo essere, depositato e venuto alla vita, quando la sua si stava per spegnere. Che il dibattito continui, facendo casino.

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