Oscar 2022, il film di Sorrentino tra i candidati più attesi

È stata la mano di Dio, l’ultimo film di Paolo Sorrentino e candidato agli Oscar come miglior film internazionale, è un racconto intimo e profondo sull’importanza del legame con le nostre origini.


Si svolgerà il 27 marzo a Los Angeles la 94esima edizione dei premi Oscar e come ogni anno si prospettano grandi emozioni. Fra le candidature più attese per l’Italia, nella categoria “miglior film internazionale”, c’è Paolo Sorrentino con il suo È stata la mano di Dio, una pellicola particolarmente significativa che mostra al mondo una delle città più belle d’Italia. 

Dopo il trionfo de La grande bellezza agli Oscar del 2014 e dopo aver consegnato alla storia del cinema una Roma nascosta, Sorrentino ci riprova mostrando Napoli, con le sue contraddizioni e le sue tradizioni. La pellicola è stata presentata in concorso alla 78esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, vincendo il Leone d’Argento per la migliore regia, il Gran Premio della giuria, il Premio Marcello Mastroianni, e molto altro. 

Il film, che nasce dal desiderio di raccontare parte della propria vita, è la rappresentazione prorompente del legame che i napoletani hanno con la loro città, con il calcio e con l’indimenticabile Diego Armando Maradona, una cultura che in modo armonico riesce a mischiare sacro e profano. 

Come lo stesso Sorrentino ha dichiarato, Napoli è sempre stata una immensa fonte da cui attingere per la creazione di personaggi: «La realtà è il punto di partenza per tutti i racconti, però va reinventata. Il metodo di reinventare la realtà dei napoletani è molto divertente». Nelle sue parole emerge l’esigenza di raccontare i suoi momenti sia felici che dolorosi e di farlo in un modo che eviti di scadere nella sterile narrazione autobiografica.

La pellicola ricalca in pieno lo stile di Sorrentino: la fotografia, i personaggi grotteschi, la musica, i dialoghi, l’immancabile Toni Servillo. Ma ogni volta, il regista napoletano riesce a cogliere quelle che sono le sfumature della vita e a veicolarle attraverso una storia intima e che, a tratti, seppur non nostra, permette di rispecchiarci. 

Il contesto è quello di una Napoli degli anni ‘80 in cui aleggia il sogno di un Maradona prossimo all’arrivo in città: speranza e desiderio per una stagione calcistica senza precedenti. Il regista napoletano si spinge ad ammettere che il calciatore argentino “non è arrivato a Napoli, è apparso”; ed è questo forte legame col calcio a essere il leitmotiv del film e il collante tra la vita e la morte. 

La scelta dei luoghi è un’altra delle peculiarità a cui Sorrentino ci ha abituati: il loro significato si erge a supporto delle parole, enfatizzando i passaggi emblematici. Per tale motivo la scenografia e la fotografia non sono degli elementi da far passare inosservati; ogni luogo è parte integrante dell’evoluzione della storia che va raccontata e apre le porte di una città segreta che ci espone allo stupore. 

Per chi ha una famiglia numerosa e ha trascorso l’infanzia circondato da zii e cugini, il film non può non rievocare ricordi personali: i momenti d’estate passati nelle case al mare o in campagna, in mezzo alla natura, i lunghi pranzi, il caldo, i bambini seminudi in bicicletta, le risate, gli sfottò tra parenti. Le tradizioni che si imprimono, che formano e che diventano ricordi indelebili: la prima parte della proiezione mira a fondare i legami idilliaci. 

Si passa, poi, agli eventi centrali: non esiste la famiglia perfetta e non esiste una vita perfetta, esistono momenti felici che bisogna custodire e momenti dolorosi che si impara a sopportare e a gestire e a cui, ognuno di noi, reagisce in modo differente. 

Nello snocciolamento della storia è immancabile, alla fine, l’incontro con una personalità decisiva: il dialogo forte tra Fabietto, il protagonista autobiografico, e il regista teatrale Antonio Capuano è l’emblema della storia e il punto di partenza del Paolo futuro regista. In preda a un momento di autenticità Fabietto confessa al regista di voler “fare il cinema”, perché la sua vita non gli piace più, è dolorosa e vuole crearsi una realtà parallela. Vuole andare a Roma. Capuano, che di cinema scadente ne ha visto fin troppo, incalza il giovane a rintracciare un reale motivo che lo spinga verso questo percorso: il coraggio, il dolore, i turbamenti e la solitudine non bastano, servono solo a produrre “film consolatori”. L’originalità sta in altro e fuggire non serve a nulla, perché si ritorna sempre a se stessi: «Non ti disunire!». 

L’affermazione che Capuano rivolge più volte a Fabietto è la rappresentazione più pura di quell’attaccamento che i napoletani hanno nei confronti della proprio città; una città così bella e contraddittoria che ha talmente tanto da raccontare che cercare altrove è già segno di fallimento: «Ma hai visto quanti cose ‘a raccuntà c’stanno int’ a sta città? A tien’ o no ‘na cosa a raccuntà?».

È un film intimo e di grande maturità perché scava nella profondità della personalità di Sorrentino. Per tale motivo, è capace di empatizzare e di farci riflettere sul nostro vissuto e sulle nostre radici. Dovremmo aspettare qualche giorno ancora per sapere se l’Academy riuscirà a comprendere l’inspiegabile attaccamento che lega gli italiani, in particolar modo i napoletani, alla propria terra.


Mariangela Pullara

Agrigentina, ma palermitana di adozione. Cresciuta a pasta e libri: la Fenomenologia dello Spirito di Hegel e lo Statuto dei lavoratori sono i miei romanzi preferiti.