Spinoza, il “sogno eretico” che fa ancora paura

365 anni dopo viene rinnovata la cherem: scomunica, maledizione, espulsione e condanna per eresia ai danni del grande filosofo Baruch Spinoza, dalla comunità ebraica di Amsterdam.


Amsterdam, 3 dicembre 2021. Succede che per motivi di studio mi trovo in Olanda per un’attività di ricerca, presso l’Università di Groningen, sul grande filosofo Baruch Spinoza. Succede che visitando la casa museo di Spinoza, situata a Rijnsburg – un borgo nei pressi di Leida – mi sia imbattuto non solo tra i libri e le rudimentali mole per la realizzazione di lenti del filosofo e ottico olandese, ma anche in quello storico documento che ha sancito una delle pagine più brutte nella storia della filosofia occidentale.

Rinjsburg, casa museo Spinoza

Sapevo bene dell’atto di cherem, la scomunica, ai danni del giovane filosofo da parte della comunità ebraica sefardita di Amsterdam, da cui proveniva e presso cui si era formato, ma vedere con i miei occhi il terribile depennamento del suo nome dalla lista della comunità, nel documento storico esposto in museo mi ha colpito non poco.

Documento Storico della scomunica, cherem Spinoza
Documento Storico della scomunica, cherem

Succede inoltre che – notizia di queste ore riportate dai giornali locali, oltre che dal Times of Israel – il 30 novembre, il rabbino Joseph Serfaty, capo spirituale della comunità sefardita di Amsterdam, ha negato al professore Yitzhak Melamed il permesso di accedere alla sinagoga e alla biblioteca della comunità. L’ha dichiarato «persona non grata».

Il professore in questione è un importante studioso di Spinoza, nonché docente di filosofia alla Johns Hopkins University. Dalle notizie riportate sui quotidiani locali, ho appreso che recentemente aveva richiesto alla sinagoga di Amsterdam il permesso di visitare il luogo e accedere alla biblioteca con una troupe cinematografica che lo avrebbe filmato mentre faceva ricerche negli archivi.

spinoza archivi

Una rete televisiva israeliana sta infatti girando un documentario sul celebre filosofo e la sua scomunica nel 1656, a distanza di ben 365 anni. Riportano le cronache attuali di un durissimo documento emanato dal rabbino in cui viene sancito che «Spinoza e i suoi scritti» sono stati scomunicati «con la più grave interdizione, un divieto che rimane in vigore per sempre e non può essere revocato».

Nel documento il rabbino motiva con l’attività scientifica di Melamed su Spinoza come causa sgradita alla comunità: «Lei ha dedicato la sua vita allo studio delle opere vietate di Spinoza e allo sviluppo delle sue idee». Dice che la richiesta di riprese «è incompatibile con la nostra secolare tradizione halachica, storica ed etica e un inaccettabile attacco alla nostra identità ed eredità».

La curatrice del museo di Spinoza a Rijnsburg mi ha riferito di un tentativo, nel 2015, all’interno della comunità ebraica di Amsterdam di revocare la scomunica, ma nel dibattito interno prevalse l’intransigenza degli ultra-ortodossi. 

Ma chi fu davvero Spinoza? E cosa successe realmente nel 1656? Baruch Spinoza, giovane intellettuale nato ad Amsterdam nel 1632, da genitori portoghesi di origine ebraico-sefardita che, in quanto marrani – ovvero forzati a convertirsi al Cristianesimo, ma che privatamente mantenevano la loro fede ebraica – erano stati costretti per motivi religiosi ad abbandonare il Portogallo e a stabilirsi nella calvinista Olanda. Il giovane Baruch riceve la prima formazione scolastica nella comunità ebraica sefardita di Amsterdam, studiando il Talmud e la Torah.

Ma successivamente divenne nota la tensione filosofica che motivava il giovane Baruch a stimolare dibattiti che turbavano i sonni tranquilli dei dogmatici ortodossi della piccola comunità. I motivi teorici della scomunica ai suoi danni sono ancora poco chiari, tuttavia gli studiosi ipotizzano diverse cause: c’è chi sostiene, come il grande biografo Steven Nadler, che già a quei tempi – nel 1656 aveva appena ventiquattro anni – il giovane Spinoza non credesse nell’immortalità dell’anima; al contrario, Nicola Abbagnano e una consistente schiera di studiosi, ipotizza che i motivi sono da individuare in alcuni nuclei specifici del suo pensiero, quali l’inconciliabilità della sua filosofia con l’ebraismo nella sua identificazione di Dio con la natura (Deus sive Natura: Dio, ovvero la Natura) e nel rifiuto di un “Dio-persona”, creatore e produttore del mondo, come quello biblico.

È utile ricordare, a tal proposito, il caso del portoghese Uriel Da Costa, anche lui oggetto di cherem da parte delle comunità ebraiche di Amburgo, Amsterdam e della Ghetteria di Venezia negli anni venti del ‘600, per aver sostenuto la tesi sull’origine pienamente naturale dell’anima e la conseguente morte di essa col corpo. Tuttavia, mentre Uriel Da Costa a seguito di questa grave scomunica decise di togliersi la vita, Baruch Spinoza, dopo l’immediata espulsione da Amsterdam reagì, dopo un breve soggiorno presso il suo caro insegnante di latino Franciscus Van den Enden, transferendosi a Rijnsburg, dove lavorò come ottico e soprattutto dove produsse gran parte dei testi che lo resero celebre, tra tutti l’Etica (pubblicata postuma).

etica spinoza

Nel tema citato poc’anzi del Deus Sive Natura viene rifiutata la tesi di un Dio trascendente ma, al contrario, affermata quella di un Dio come sostanza immanente, ovvero la Natura. Questo pensiero fu il motivo per cui a lungo è stato considerato ateo, da altri invece come un panteista; tuttavia, molti studiosi parlano al contrario di un ‘’iper-teismo’’ e di una profonda religiosità nel suo pensiero: Spinoza accetta la prova ontologica di Cartesio, che considera la prova dell’esistenza necessaria di Dio, come il fondamento di tutto e in questo contesto Spinoza sviluppa il concetto di “causa sui”; Dio è causa di se stesso, non è fondato da nient’altro, ma fonda se stesso. 

Il riferimento dunque ad una struttura autofondante, che non può essere causa trascendente della natura, ma deve esserne invece causa immanente, è parte essenziale del suo pensiero. Causa trascendente, infatti, può essere solo qualcosa di finito, che al di fuori di se stesso ha un’altra cosa finita; se Dio fosse solo causa trascendente del mondo allora questo esisterebbe indipendentemente da Dio. Sarebbe cioè creato da Dio, ma avrebbe una propria autonoma sussistenza: questo per Spinoza non è possibile. 

Potremmo dire che il pathos di Spinoza, nella negazione della trascendenza di Dio rispetto al mondo, in verità non permette di accettare l’autonomia ontologica del mondo. Proprio perché il mondo non può avere tale autonomia rispetto a Dio, Dio (ovvero la Natura) diventa causa immanente e non trascendente. 

Esemplare è anche e soprattutto il suo grande studio con tutte le argomentazioni sui miracoli e sulla lettura in generale della Bibbia (da lui considerata una mera opera umana), con grandi intuizioni ermeneutiche e un profondo lavoro di traduzione e comprensione, sviluppato nella sua altra grandissima opera, Il trattato teologico politico (opera che decise di pubblicare sotto falso nome). 

trattato spinoza

Come ci ricorda Steven Nadler in uno dei suoi testi: «Il filosofo si impegna da un lato nell’elaborazione di un progetto morale e politico che prevede la nostra liberazione dai vincoli delle passioni, soprattutto dalla paura e dalla speranza, su cui si basa la manipolazione ecclesiastica delle nostre vite; ma si impegna anche dall’altro in una polemica filosofica e morale contro un certo tipo di teodicea – fatta proprio dai rabbini del Talmud, da Saadya, da Maimonide, da Gersonide, e da una nutrita schiera di altri filosofi, ebrei e gentili – per cercare di convincerci tutti a non scorgere nella virtù un fardello che ci dovremmo accollare quaggiù per guadagnarci chissà quale ricompensa nell’aldilà».

In ultimo, va evidenziato come tutta la vita di Spinoza è stata caratterizzata dal rigore e dalla coerenza, concretizzatasi nella ricerca della libertà del filosofare, per cui si è battuto. A tal fine vanno letti i suoi rifiuti ad assumere impegni accademici, come il rifiuto di insegnare presso l’Università di Heidelberg, temendo di non poter mantenere la sua autonomia e libertà di intellettuale, al costo di morire in miseria.

Ecco che tesi, concetti e attività di questo tipo ancora oggi finiscono per turbare inesorabilmente le certezze dogmatiche del rabbino Joseph Serfaty e succede che la libera Amsterdam, e tutta la sua comunità di intellettuali ampiamente sconcertata da ciò, scopre che oggi i conti con la sua storia non sono del tutto in ordine.

Qui di seguito una poesia scritta da Albert Einstein e dedicata all’Etica di Spinoza in occasione della sua visita alla casa museo (originale in tedesco e traduzione a seguire):

Wie lieb ich diesen edlen Mann
Mehr als ich mit Worten sagen kann.
Doch fuercht’ ich, dass er bleibt allein
Mit seinem strahlenden Heiligenschein.

So einem armen kleinen Wicht
Den fuehrst Du zu der Freiheit nicht.
Der amor dei laesst ihn kalt
Das Leben zieht ihn mit Gewalt.

Die Hoehe bringt ihm nichts als Frost
Vernunft ist fuer ihn schale Kost.
Besitz und Weib und Ehr’ und Haus
Das fuellt ihn vom oben bis unten aus.

Du musst schon guetig mir verzeihn
Wenn hier mir fellt Muenchhausen ein,
Dem als Einzigen das Kunststueck gediehn
Sich am eigenen Zopf aus dem Sumpf zu zieh’n.

Du denkst sein Beispiel zeigt uns eben
Was diese Lehre den Menschen kann geben.
[crossed out original conclusion:
Mein lieben Sohn, was faellt dir ein?
Zum Nachtigall muss man geboren sein!
Vertraue nicht dem troestlichen Schein:
Zum Erhabenen muss man geboren sein.

(testo tradotto)

Quanto amo quell’uomo nobile
Più di quanto posso dire con le parole.
Anche se temo che dovrà restare tutto solo
Lui con la sua aureola splendente.

Così un povero nanetto
Chi non conduci alla Libertà.
Il tuo ‘amore di Dio’ lo lascia freddo
La vita lo trascina in giro con la forza.

L’alta quota non gli porta altro che congelamento
La ragione per lui è pane raffermo.
Ricchezza e Donne e Fama e Famiglia
Questo è ciò che lo riempie tra l’alba e il tramonto.

Devi essere abbastanza bravo da perdonarmi
Perché non posso fare a meno di pensare a Munchhausen proprio ora,
L’unico che sia mai riuscito a tirare fuori il trucco
Di tirarsi fuori dal pozzo nero per i suoi stessi capelli.

Pensi che il suo esempio ce lo mostri
Quello che l’insegnamento umano ha da dare.
Mio caro figlio, cosa ti è preso?
Devi nascere un usignolo!
Non fidarti del confortante miraggio:
Devi essere nato in vetta.


Antonio Di Dio

Responsabile "Esteri". Laureato in Studi Filosofici e Storici, scrivo di cultura, politica e geopolitica. Amo l’arte, la poesia, la musica e il cinema. Vedo il giornalismo come una forma di attivismo, un servizio per la comunità.