I molti lati di Monna Lisa

Condividi

L’ultima reinterpretazione della donna più famosa della storia, ovvero la Monna Lisa, ha destato non poco scalpore. Non è però la prima volta che la Gioconda viene reinterpretata prendendola da altri scorci… come in questo caso dal suo ipotetico lato B.


Enigmi, misteri, anni di studio si intrecciano intorno a esso e sul volto della donna sulla quale «quel sorriso, quel maledetto sorriso» si staglia, Monna Lisa o conosciuta anche come la Gioconda. Eternamente circoscritta nel ridotto perimetro della sua tavola in legno di pioppo, in misura inversamente proporzionale alla sua grandiosità, l’opera “figlia della mano” del maestro Leonardo da Vinci potrebbe essere considerata l’archetipo della pittura mondiale e del ritratto rinascimentale. E a pieno titolo aggiungeremmo: la sua figura sensuale, ironica e dallo sguardo sfuggente viene tutt’oggi idolatrata come una Venere androgina, catturando l’attenzione dei visitatori che giornalmente peregrinano verso il Louvre, la casa in quel di Parigi dove attualmente giace.

Vasta è l’aura che la circonda tanto da essere non solo ammirata, ma anche trafugata e – buttando un occhio ai colleghi, contemporanei e non, di Leonardo da Vinci – imitata, riprodotta e rivisitata talora in modo discutibilmente irriverente. Questo, in fondo, è lo scotto da pagare quando il tempo e la fama elevano a icona.

Dopo copie facsimile (una vera e propria arte) che hanno visto la Monna Lisa condita in tutte le salse, ma mai buona come quella del suo fautore – un’imitazione è pur sempre un’imitazione – si cerca di dissipare quest’aura che da sempre la contraddistingue intervenendo su di essa.

Monna Lisa
Dettaglio di Monna Lisa (1503) – Leonardo Da Vinci

Giù dal piedistallo!

Monna Lisa, quindi, viene ridicolizzata, anzi dissacrata da colui che del sacro se ne voleva sbarazzare e ne fu di questo maestro, Marcel Duchamp. Rivoluzionario della storia dell’arte e patriarca di quella contemporanea, rigettava il concetto di arte tradizionale o meglio accademica fatta di tele e pennelli, considerandoli obsoleti e noiosi: l’arte è concetto, è idea. Da qui la nascita dei ready made, degli “oggetti pronti”. Qualsiasi oggetto decontestualizzato viene privato del suo significato ancestrale, assumendo un significato altro in un luogo altro. Una ruota di bicicletta smette di assolvere alle sue funzioni, così come un orinatoio, e divengono opere d’arte, senza il benché minimo intervento.

Duchamp, proprio di una fotografia della Monna Lisa ne farà un ready made rettificato: il suo intervento qui c’è e si vede. Due grandi baffi e un pizzetto sono apposti al suo viso – come quando i bambini si divertono a scarabocchiare i libri di testo scolastici – e sotto egli pone la scritta “L.H.O.O.Q.” che, letta in francese, assume il significato di “Lei ha caldo al culo” – in soldoni “Lei si concede facilmente”. Con questa azione sovversiva non vuole prendersi gioco dell’arte di Leonardo, bensì onorarla smascherando gli intellettualoidi che dinanzi all’originale roboticamente asseriscono che è bella, solo perché “così si dice” o perché si è stati indottrinati in tal maniera, senza sviluppare un giudizio critico e soggettivo in merito.

Monna Lisa

E se da un lato vi è l’anticonformismo di Duchamp, dall’altro abbiamo la megalomania del surrealista Salvador Dalì. Nella sua opera rivisitata, lui stesso diviene la Gioconda, con in mano delle monete, richiamo probabilmente alla sua mai celata avidità – non a caso l’anagramma del suo nome e cognome era “Avida Dollars”.

Quando la Monna Lisa divenne icona contemporanea

Monna Lisa diviene Pop, popular grazie ad Andy Warhol, artista che, allontanandosi dall’idea di arte di nicchia, propone qualcosa di più facile, accattivante, ma soprattutto fruibile dai più. Da qui la riproduzione in serigrafie a tinte shock di beni di consumo – quelli da supermercato, per dire, come la famosa zuppa Campbell – per poi passare alla rappresentazione di attori e personaggi politici, anch’essi considerati tali. La Monna Lisa, elevata ormai a icona di massa, si guadagnerà un posto nell’Olimpo dei divi di Warhol, sottolineando come anche l’arte possa diventare bene di consumo.

E se anche nelle sue ormai conosciute rivisitazioni più irriverenti la rinascimentale Monna Lisa continua a tener espressioni e vesti austere, la situazione cambia se catapultata ai giorni nostri, plasmata dalle mani dell’artista contemporaneo, il graffitista Nick Walker.

Era possibile “manipolare” oltremodo il ritratto più conosciuto al mondo? Era possibile andare oltre? Sfidato dal collega Banksy, una provocatoria e provocante Gioconda iniziò a campeggiare più di dieci anni fa, in “mood street art”, sui muri del Regno Unito, intenta a scoprirsi il lato B e mantenendo, tuttavia, quello sguardo che l’ha da sempre contraddistinta fisso sul vouyeur di turno. Pensate che fu tale il successo che venne battuta all’asta per 54 mila sterline (dieci volte il suo valore di mercato!).

Monna Lisa
Fotografia da Flickr mermaid

Il graffito a oggi è divenuto statua a grandezza naturale all’interno del museo M Shed di Bristol che sino al 31 ottobre ospiterà la mostra di street art dal titolo “Vanguard”. Bronzea e dissacrante si pone lei, Monna Lisa o, come l’ha ribattezzata l’artista, Moona Lisa dal verbo To moon (guardare). Della donna Vinciana ben poco rimane, se non il suo sguardo e quel sorriso appena accennato: scordiamo la compostezza, le mani sul grembo e le vesti coprenti. Se dapprima le sue forme potevamo immaginarle, adesso si svelano.

Inequivocabile negli intenti, l’artista gioca con la politica della street art: caricaturale, Moona ha incuriosito, ma – e c‘era da aspettarselo – ha anche fatto storcere il naso a coloro i quali hanno sempre avuto l’idea di un’arte pulita, condita di bellezza e decoro.

La bellezza della sessualità 

Con ciò non vogliamo esporre pareri riguardo ciò che vi è di più soggettivo, ovvero il giudizio in arte, ma vogliamo semplicemente sottolineare come Nick Walker abbia rispettato la tacita legge della street art e dell’arte contemporanea tutta: amplificare, sconvolgere.

Basti pensare, difatti, al contemporaneo Jeff Koons con la sue fotografie formato gigante che ritraevano se stesso con l’allora moglie e pornoattrice – erano gli anni ’80 – Ilona Staller (alias Cicciolina), ritratti durante amplessi o posizioni hot in cui non si lasciava nulla all’immaginazione. Assolutamente nulla.  Il titolo della serie è “Made in Heaven” ed è vero: per quanto rappresentasse il trionfo della pornografia in un luogo probabilmente non adatto, le composizioni e l’armonia dei colori donavano una pace che, per quanto strano possa sembrare, ben si sposava con la frenesia messa in scena. In fondo, l’arte ha da sempre celebrato l’amore e lui, a suo modo, l’ha omaggiato attraverso il sesso, la sua trasparenza e la sua libertà, parte fondamentale per lui ma che, artisticamente, si trattava di una strada mai battuta. Ha cercato di educare a una “lussuria visiva”, a una contemplazione priva di pregiudizio. Koons ha voluto promuovere, insomma, un’evoluzione del concetto di amore, estremizzandolo.

Aver avuto a che fare con Jeff Koons (cosa vi era di più sconvolgente?) o con, altro esempio, Andres Serrano e la sua serie “History of sex” – il cui titolo è già di per sé esplicativo – ha contribuito ad allargare il panorama artistico contemporaneo, il quale include anche ciò che sino a quel momento si stentava a considerare arte.

Abbracciando il kitsch, ciò che è pornografico o considerato inadatto non rappresenta un calcio al passato, al tradizionale, all’accademico, non significa sostituirlo: a una tesi corrisponde l’antitesi, a ciò che è arte ciò che non viene considerata arte, a ciò che lascia esterrefatti ciò che lascia sconvolti. Non esiste il categoricamente bello o l’inaccettabile: l’arte contemporanea è terreno fertile di confronto ed è accattivante per questo, per la grande fauna che riesce a raccogliere al suo interno tra artisti, opere e fruitori. Insomma che si storca il naso o meno, l’importante è che se ne parli in modo costruttivo, sempre. Ma fatelo sottovoce, dinanzi alla Moona Lisa di Walker: lei vi guarda.


Alessia Bonura

Classe 1989, da sempre amante e poi cultrice dell'arte, specialmente contemporanea, amo comunicarla con una buona dose di critica e tanta passione.

error: Contenuto protetto