Conte, i comizi e le campagne elettorali da rockstar

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Gran parte del mondo dello spettacolo e della cultura, in Italia, è ancora fermo mentre si assiste all’organizzazione indisturbata di comizi e incontri politici, senza misure adeguate né distanziamenti sociali. Le immagini di Conte, postate sui social, la dicono lunga scatenando rabbia e indignazione da parte di artisti e cantanti.


«Che splendida accoglienza Cosenza!» esordisce così, l’ex Primo Ministro, Giuseppe Conte sui social, condividendo un video sulla città calabrese che, proprio pochi giorni fa, gli ha riservato una calorosa, anzi calorosissima accoglienza. Immagini di una piazza gremita, assurde e scioccanti, che vedono come protagonista proprio l’uomo del distanziamento sociale: gente ammassata con la mascherina a tratti inesistente, a tratti indossata sotto al naso.

E il rispetto delle norme, caro Conte, dov’è andato a finire? I comizi politici sì e i concerti no? Perché? Queste le domande più pungenti, all’indomani della manifestazione di Cosenza, da parte di artisti e cantanti come Ermal Meta o Mahmood che si chiedono come si possa ancora permettere che la cultura e la musica soffrano fino a tal punto. Persino Fedez, amareggiato, non utilizza mezzi termini incalzando sulla richiesta di spiegazioni per cui solo in Italia il mondo dello spettacolo è ancora fermo, in cerca di un via libera per poter riprendere la sua normale attività dopo un lunghissimo periodo di immobilità.

La cultura in perenne lockdown

Dimenticata, prostrata e rassegnata. Ecco come si sente la maggior parte dei lavoratori dello spettacolo, parliamo di più di 200 mila persone letteralmente messe all’angolo da due anni di pandemia. «Siamo agli sgoccioli, sto vivendo con duecento euro al mese da tanto tempo, non possiamo più aspettare, non sappiamo come andare avanti perché anche quei pochi soldi messi da parte stanno per finire. Sto facendo la spesa a credito presso un esercente amico ma non so per quanto tempo ancora potrò farlo. Qualche mio collega è aiutato dalla moglie, un altro si è messo a fare l’orto e ne vende i prodotti ai vicini, io non ho né l’uno né l’altro, mi tengo da parte i soldi per il biglietto per partire all’estero a fare manodopera generica a 40 e passa anni». Ecco riportate le parole strazianti di uno di loro che ci spingono inevitabilmente a riflettere sulla necessità di progetti e misure ad hoc da assumere in breve tempo, come si era detto sin da principio. 

Sembra evidente che la classe politica non riesca a comprendere il dramma artistico ed economico della mancanza di musica live e di eventi culturali, e continuino ad agire secondo vecchi schemi e prospettive che ignorano i cambiamenti sociali e comunicativi in atto ormai da tempo.

Tutta la cultura in fondo è politica, perché parla della vita delle persone, di tutte le persone, di quotidianità; parla di sentimenti, di amore ma anche di difficoltà, di tensioni, di rancore e risentimento. A che pro continuare a trascurarla?

Il Green Pass non basta

Nonostante l’introduzione del Green Pass, dal 6 agosto scorso, il governo non si è ancora espresso sulla piena capienza nei teatri e nei palazzetti. Gli spettacoli dal vivo non sono tuttora ripresi al massimo della capacità e solamente dopo il 30 settembre pare che tale capienza potrà essere ampliata all’80 per cento; nessuna ulteriore notizia o disposizione a seguito del Consiglio dei Ministri di mercoledì scorso.

Eppure, sin dai primi Dpcm, è sempre stato chiaro che cinema e teatri fossero tra i luoghi più sicuri da frequentare in base al numero dei contagi. Insomma, l’incoerenza regna sovrana: da un lato si intende contenere e ostacolare la diffusione del Covid-19, dall’altro all’occorrenza i nostri governanti sono disposti a chiudere un occhio, anzi due, di fronte ad affollamenti spropositati e mal gestiti.

Dal canto suo, il presidente Conte, sollecitato dalla critiche, ha risposto alle accuse in un breve video dando pienamente ragione a Fedez e ribadendo il suo pieno appoggio alla cultura e a tutto l’universo che ruota intorno ad essa.

Appare quindi fondamentale mobilitarsi nell’immediato e fornire aiuti e risorse a intere famiglie in ginocchio. La cultura d’altronde non può più essere ridotta esclusivamente a forma di intrattenimento; chi opera nel settore della cultura non è solo gente che “ci fa tanto divertire e appassionare” come “cani e gatti che ci scaldano le giornate”. «Credere che il mondo dell’arte sia roba da artisti punto, è roba buona per la politica, secondo cui con la cultura non si mangia, ma non ha niente a che vedere con la realtà del mondo. Ringraziare gli artisti perché ci fanno divertire è un po’ come ringraziare i medici per le riviste che hanno nella sala d’aspetto o gli ingegneri per i loro bei modellini. Banalizza e confonde la questione!» twittava Vittorio Sgarbi nel maggio del 2020, all’indomani delle dichiarazioni delle stesso Conte, allora premier, in conferenza stampa.

Peraltro nell’anno del Settecentenario di Dante e del primo G20 sulla Cultura (tenutosi a luglio proprio in Italia) dover assistere a una simile semplificazione del mondo dello spettacolo è ancor più deprimente e imbarazzante, anche perché, come ricorda Carolina Crescentini, proprio l’intrattenimento culturale “placa emozioni” ha fatto sì che in tutti questi mesi non scoppiasse la guerra civile sotto casa, nostra e di chi ci governa.

Non dimentichiamoci quindi che la cultura è un segno inconfondibile di civiltà, è emancipazione, è la linfa vitale del pensiero critico, è «ornamento nella buona sorte ma rifugio nell’avversa» – diceva Aristotele – e per ricominciare davvero è assolutamente necessario ripartire da essa, senza se e senza ma, senza slogan né propagande a destra e a manca.


Maria Irene Phellas

Da buona “sociologa” ho sviluppato, nel tempo, un forte senso di comunità. Mi piace la buona tavola e sono affascinata dalle diverse culturE del mondo; ho un debole per tutto ciò che è scritto e per chi cammina fuori dal seminato, e nel farlo ci mette il cuore.

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