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Sahara occidentale, riesplode il conflitto tra Marocco e Fronte Polisario

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Dopo trent’anni di apparente tregua, il Marocco mette fine al cessate il fuoco concordato con il Fronte Polisario nel 1991.


Desta grande preoccupazione la frenetica escalation militare che da venerdì 13 novembre sta interessando la regione di El Guerguerat, importantissima area strategica nel sud-ovest del Sahara Occidentale, e che nel giro di poche ore ha gettato l’intero Paese nel caos. Nonostante la situazione sia in costante evoluzione, domenica 15 novembre, fonti attendibili ci riportano che il governo marocchino ha intrapreso azioni punitive e repressive nei confronti di civili che abitano nelle aree occupate. Le stesse fonti confermano che nella capitale El-Ayoun, le autorità di occupazione marocchine stanno facendo irruzione nelle case per arrestare attivisti e giornalisti saharawi. Siamo inoltre a conoscenza della presenza di vittime tra gli scontri, ma al momento non siamo in grado di fornire dati quantitativi, né di sapere se si tratti di civili. 

La situazione è estremamente tesa già dal 20 di ottobre, quando un gruppo di dimostranti saharawi ha intrapreso una lunga protesta pacifica al fine di bloccare il passaggio di El Guerguerat, un’area cuscinetto al confine con la Mauritania larga cinque km che secondo un accordo siglato nel ‘97, vieta a entrambe le parti qualunque tipo di attività militare e civile.



L’area in questione resta tuttavia particolarmente importante per il Marocco, che nonostante il divieto ha continuato a sfruttare El Guerguerat come principale corridoio – illegale – per l’esportazione delle ricchissime risorse del Paese tra cui petrolio, fosfato, oro, uranio. Al fine di ripristinare la circolazione di merci, il governo marocchino, ha lanciato un’operazione militare sproporzionata e violenta attraverso cui disperdere i manifestanti, violando così l’accordo trentennale sul cessate il fuoco in vigore dal 1991, nel Quadro del Piano di Pace dell’ONU, che tra l’altro ha contribuito a istituire la MINURSO (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum del Sahara Occidentale). Ad aggravare la situazione, il 31 ottobre, è stato proprio l’ennesimo rinvio annuale del referendum per l’indipendenza da parte della MINURSO.

Una fase di stallo che si protrae da decenni e in cui l’UE, e in particolare la Francia, hanno un ruolo decisivo. Pochi giorni fa, infatti, il ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian, in occasione di una sua recente visita in Marocco, aveva ribadito il sostegno della Francia a Re Mohamed VI. Il sostegno francese, com’è facile immaginare, si regge sulla partnership economica con Rabat e il suo rilevante peso come membro permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU è vincente nell’ostruire la strada verso l’indipendenza del popolo Saharawi.  

Al di là  di quel paradosso sulla post-colonialità francese attraverso cui il filosofo camerunense Mbembe ci ricorda come la vecchia potenza coloniale proprio non riesca ad auto-decolonizzarsi, quello che preoccupa è il silenzio delle Nazioni Unite, nelle quali il popolo saharawi ormai non ha più fiducia; in una lettera urgente indirizzata al segretario generale Guterres, Brahim Ghali – presidente della Repubblica Araba Democratica Saharawi (RASD), ha messo in luce come l’ aggressione marocchina sia da imputare proprio “all’inazione delle Nazioni Unite” esortando il Consiglio di Sicurezza a “intervenire con urgenza prima che la situazione possa peggiorare ulteriormente”. Esortazione che Abba Al-Hassin – presidente della Commissione nazionale saharawi per i diritti umani – ha indirizzato all’ACHPR – Commissione africana per i diritti dell’uomo e dei popoli – esprimendo forte preoccupazione per l’aumento delle violazioni da parte dell’esercito marocchino contro i civili nell’area occupata della Repubblica Saharawi

Nonostante il silenzio aberrante dei nostri media, la popolazione saharawi vive da 45 anni l’occupazione marocchina (formalizzata il 6 novembre del ‘75 attraverso la cessione dell’ex-colone spagnolo), fatta di violentissime repressioni, arresti arbitrari, torture, stupri e abusi. Poco tempo fa vi avevamo raccontato la storia dell’attivista saharawi Mohammed Dihani, la cui vicenda, purtroppo, ha avuto in questi pochi mesi dei nuovi risvolti drammatici che al momento però non possiamo raccontarvi per proteggere la sua incolumità. Insieme a lui, però, ricordiamo decine e decine di uomini, donne e bambini che oggi si ritrovano illegalmente detenuti nelle carceri del Regno. Mentre il Fronte Polisario – movimento politico e organizzazione militante impegnata nell’ottenimento del diritto di autodeterminazione – concede ai funzionari della MINURSO dodici ore di tempo per lasciare le terre liberate, migliaia di giovani vanno a registrarsi per entrare nell’Esercito popolare di liberazione saharawi (APLS). 

L’indignazione arriva altresì dal discorso alla nazione del 7 novembre scorso in cui Re Mohamed VI, proprio in occasione del 45mo anniversario della “gloriosa” marcia verde, ha annunciato l’intenzione di sfruttare appieno le ricchezze delle “sue province del sud”; un discorso con cui esplicitamente afferma la non volontà di concedere al popolo saharawi l’indipendenza promessa. D’altro canto, incoraggiato dal suo ruolo chiave sulla scena internazionale, il Marocco – che sulla questione saharawi ha solo due principali nemici: Algeria e Iran – è consapevole anche che il Fronte Polisario e il riconoscimento della SADR, gode ormai di un minor appoggio internazionale che ad oggi conta solo 30 Paesi rispetto ai 79 degli anni ’90. 

Il Marocco dispone, inoltre, di uno degli arsenali più grandi dell’Africa. Nel 2018 ha infatti acquistato aerei da combattimento, elicotteri d’attacco, per non parlare di un potente sistema radar e dei missili a medio raggio. È lecito pensare, dunque, che le minacce di ripresa delle armi da parte del Fronte Polisario non lo impressionino più di tanto, a maggior ragione se – in fin dei conti – pur calpestando il diritto internazionale nessuno, nemmeno le Nazioni Unite, lo ritengono responsabile dal 1975.


 
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Germana Vinciguerra

Attualmente svolgo attività di ricerca sulle migrazioni e la cooperazione euromediterranea presso l’Università di Palermo. Scrivo per la rubrica Stay Human.

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