La festa di Santa Sara nella Camargue, occasione per scoprire la cultura rom

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Ogni anno la cittadina francese di Saintes Maries ospita il “Gypsy Pilgrimage”, una preziosa occasione in cui conoscere da vicino i popoli rom radunati per onorare la protettrice dei nomadi.


Una tradizione solida, secolare, ininterrotta sin dall’epoca medievale. Eppure è una delle tante che, nell’anno della pandemia, hanno subito un rallentamento. Quest’anno il Gypsy Pilgrimage di Saintes Maries de la Mer ritorna in calendario nella sua collocazione tradizionale nell’ultima settimana di maggio, come avviene dal 1484. Tre giorni di festa e celebrazioni in cui la sonnacchiosa cittadina della Camargue, a tutti gli effetti considerata un’estensione in suolo francese della Catalogna, si anima a dismisura. 

Canti, balli, abiti tradizionali, piccole orchestre organizzate e altre improvvisate, animali da monta al seguito, carrozze dalle forme tondeggianti e le ruote larghe. Ingredienti ricercati e pittoreschi che, nel loro complesso, sovente vanno a costituire l’immaginario intorno al quale ruota la percezione delle popolazioni nomadi. Nomadi che, orgogliosamente, mettono in mostra i pilastri della loro cultura e la condividono con i viaggiatori giunti di proposito tra gli stretti vicoli di questa cittadina del sud della Francia, non lontana dalle zone acquitrinose dove si produce il celebre sale della Camargue e i fenicotteri rosa stazionano dopo lunghe migrazioni. 

Un’occasione non solo per godere di questo particolare evento religioso, folkloristico e culturale, ma anche per riconsiderare il ruolo di questa gente nell’Europa odierna e, magari, provare ad abbattere qualche pregiudizio.

Un raduno unico nel suo genere

I gruppi etnici, le minoranze, le piccole carovane, i clan familiari e quelli più allargati appartenenti allo stesso campo. Non si contano nemmeno i gitani che dal 22 maggio, puntualmente, si danno appuntamento con al seguito le loro roulotte o case mobili dotate di tutti i comfort. Romanì, provenienti principalmente dalla penisola balcanica e dalla Romania, manouches francesi, kalè iberici, tziganes ungheresi.

Sono solo alcuni delle principali etnie che ogni anno giungono a Saintes Maries. Popoli accomunati dalla stessa terra di provenienza: le zone settentrionali del continente indiano come il Punjab e il Rajahstan dove venivano puntualmente perseguitati. Altre teorie, diversamente, collocano la loro origine nell’antico Egitto. Da qui il nome “gitani”, gypsy in inglese, che suona quasi come “egyptian” (egiziani). 

In ogni caso, dopo lunghe migrazioni, giunsero nell’Europa continentale dove tuttora si spostano da un capo all’altro. Con il passare dei secoli, infatti, non hanno perso la loro vena nomade. Nonostante alcuni tentativi da parte dei governatori europei di garantire loro una sistemazione stabile, primo tra tutti quello della cittadina romena di Sibiu che ha offerto delle abitazioni in cui risiedere in maniera permanente, la maggior parte continua a vivere in campi allestiti provvisoriamente. 

Anche le loro professioni sono strettamente legate alla loro natura itinerante. Oltre all’allevamento, molti si dedicano all’arte orafa, alla lavorazione del ferro battuto e alla costruzione di strumenti musicali a corda. I rom, infatti, si identificano innanzitutto con il loro ambito professionale e con la loro cultura, prima ancora che con la loro religione. Questa infatti non viene rimarcata specificatamente e, a seconda delle etnie, abbracciano vari culti tra cui il cattolicesimo, il protestantesimo, l’ortodossia e, in misura minore, giudaismo, induismo e islamismo.

Sara, la santa protettrice dei nomadi

Eppure le celebrazioni di Saintes Maries de la Mer fondano le proprie origini nella religione. Il nome di questa borgata letteralmente fa riferimento alle tre “Marie”, ovvero tre esuli palestinesi che rispondono al nome di Marie Jacobè, Marie Salomè e Marie Sara. È in onore di quest’ultima che i rom giungono in pellegrinaggio. 

Sara, detta anche la Kali, è una santa nera non riconosciuta ufficialmente dal Vaticano. I popoli gitani, però, la considerano la loro protettrice in virtù delle sue origini nomadi. Secondo la leggenda, si tratta di una regina egizia o, addirittura, di una schiava al servizio di Maria Maddalena.

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A Saintes Maries vi è dedicata una cripta sotterranea dove i pellegrini accorrono per renderle omaggio subito dopo il loro arrivo. La tradizione prevede l’accensione di una candela da parte dei devoti, la quale si allinea alle centinaia già intente ad illuminare l’angusta grotta, per chiederle miracoli o grazie. L’onore tributato alla Santa si rivela anche attraverso la sua vestizione con spessi mantelli dai colori sgargianti, drappi d’oro ed una corona in testa. L’aura mistica è alimentata ancor di più da un fumo perpetuo dipanato all’interno della cripta stessa.

La processione come momento clou delle celebrazioni

Il fulcro delle celebrazioni, replicate nella medesima sequenza per due giorni consecutivi, è rappresentato dalla messa nella chiesa di Saint Michèl. Una funzione animata dall’alternanza di canti malinconici all’inizio e altri più allegri e ritmati a seguito della benedizione finale da parte del vescovo. Al termine della liturgia prende corpo la parte più interessante e attesa: la processione. 

La statua di Santa Sara, curiosamente caratterizzata dalla dimensione sproporzionata del corpo rispetto alla testa, al grido di “Vive Saint Sara” viene scortata meticolosamente dai guardiàn. Si tratta di una sorta di mandriani dediti all’allevamento dei tori che montano esclusivamente cavalli bianchi, a simboleggiare la purezza d’animo. Il corteo si sviluppa dalla piazza principale adiacente la chiesa fino alla spiaggia. 

In questo peregrinare l’aspetto religioso lentamente si fonde con quello folkloristico. Le varie etnie rom, oltre che per i loro vestiti tradizionali indossati per l’occasione, si distinguono soprattutto per la loro musica. Le melodie dominanti sono quelle dettate dai violini, le fisarmoniche e varie tipologie di strumenti a fiato, spesso improvvisati da piccole orchestrine o bande.

Le spesse gonne a frange delle donne, contornate da paillettes e lustrini, ondeggiano imperterrite. Le lunghe trecce scure, al pari degli spigolosi tratti somatici del volto pesantemente truccato anche con brillanti e piercing, ne comunicano l’inconfondibile riconoscibilità. Non sono da meno gli uomini, i quali sfoggiano ricercate geometrie dei baffi e delle basette. Camicie bianche o a quadri, cappelli di cuoio e lustri stivali dalla punta di ferro completano il loro inconfondibile look.

A dominare la scena è sicuramente il flamenco, il genere musicale che da sempre accompagna le popolazioni nomadi. Il battito ritmico delle mani è solo un vano tentativo di seguire quello delle nacchere. Ai suoni, pertanto, si affiancano anche i movimenti armonici e sinuosi di questa danza che, solo negli ultimi secoli, ha trovato la propria codificazione in Andalusia dove viene insegnata in apposite scuole. 

Non mancano nemmeno i giocolieri, circensi, acrobati e altri artisti specializzati in arti figurative. Al di fuori del perimetro urbano, adiacenti ai campi appositamente allestiti, l’intrattenimento serale è garantito dai giostrai, altra professione molto diffusa tra i gitani. Allevatori di piccioni, con gli animali in esposizione, così come gli immancabili indovini e veggenti che leggono la mano, completano la festa.  La quasi inesistente e poco riconoscibile tradizione culinaria gitana lascia l’onore di provvedere alle cibarie ai ben più esperti francesi della zona.

La processione si conclude sulle bianche spiagge arenarie della Camargue, appena fuori il centro abitato di Saintes Maries. I pellegrini concludono il loro cammino percorrendo le ultime centinaia di metri con i piedi immersi in acqua. Il rituale prevede anche il versamento ripetuto della stessa acqua marina sul volto. Un gesto che ricorda quello praticato dagli induisti quando si purificano nel Gange, a ulteriore conferma delle origini indiane dei rom.

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Troppi i pregiudizi ancora da abbattere

La festa di Santa Sara, oltre che un evento religioso attraverso il quale godere degli esuberanti aspetti folkloristici, rappresenta senza dubbio per i visitatori una buona occasione per approfondire la propria conoscenza dei popoli gitani e dei loro costumi. 

Troppo spesso, infatti, questa gente viene discriminata con pregiudizi infondati. Tralasciando quelli a sfondo razziale, convogliati nell’olocausto messo in atto dai nazisti durante il conflitto mondiale, ai rom negli ultimi decenni sono stati additati troppo spesso attributi privi di fondamento quali “ladri” e “delinquenti”. Talvolta anche “rapitori di bambini”. Considerazioni sommarie, purtroppo ben radicate, frutto prevalentemente dell’ignoranza e della diffusione di stupidi luoghi comuni. 

Non mancano neanche i casi in cui intere popolazioni vengono identificate come gitani quando, in realtà, le loro origini trovano fondamento da tutt’altra parte. I casi più eclatanti sono quelli dei romeni e degli shqiptari dell’Albania, oltre che dei vari popoli dei Balcani. Basta sentir pronunciare al notiziario una di queste nazionalità per far puntare il dito immediatamente verso i nomadi quando, in realtà, ben pochi sanno che il popolo rom è diffuso maggiormente in paesi come Italia, Francia e Spagna. Cioè buona parte di queste persone detiene una di queste tre nazionalità.

Ma, si sa, scardinare le proprie credenze e assumere un punto di vista più obiettivo va a toccare certe corde piuttosto sensibili, mette in discussione la propria accettabilità sociale. Meglio tralasciare e magari recarsi a Saintes Maries per prendere parte a questa festa armati di buon umore, curiosità e spensieratezza.

Di Silvano Taormina


Redazione

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